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A Conte gli rimane solo la facciata, non ha neanche i voti di San Giuseppe, figuriamoci quelli degli italiani

Chi nel M5s si aspettava una linea univoca, un’intervista programmatica, è rimasto deluso. Domenica sera i pochi che erano a conoscenza del colloquio di Giuseppe Conte con il Corriere della Sera erano in attesa di un segnale. Già pregustavano le polemiche e le divisioni che l’indomani avrebbero suscitato le dichiarazioni del nuovo leader. Invece nulla di tutto ciò.

Conte tira il sasso e nasconde la mano, dissemina indizi su quel che sarà, ma non traccia una strada chiara. Come ci ha abituati il personaggio, mancano i toni decisi. Ma le sue parole fanno intendere come attorno alla sua figura ci sia tutto tranne che l’unanimità. Spia di una insicurezza è il rifiuto della candidatura alla Camera nel collegio romano di Primavalle, conquistato per un soffio da Emanuela Del Re nel 2018. L’ex premier teme il tranello di una corsa niente affatto blindata. «Non ho mai pensato di correre per il seggio di Roma», dice al Corriere. Spiega di doversi «dedicare a tempo pieno alla ripartenza del Movimento». Sa che in tanti attendono il suo cadavere politico in riva al fiume. Tra Camera e Senato i parlamentari hanno cominciato già a riunirsi in ordine sparso. Vogliono esercitare pressione sul nuovo capo, minacciano di andare via almeno in 50 se lui provasse a far ballare la rumba al governo di Mario Draghi. E allora il condottiero senza esercito si limita a tratteggiare un M5s dal «respiro più ampio e internazionale», un partito articolato, con «nuove figure e ruoli, con numerosi organi». Conte non scioglie nessun nodo. Dalla riforma della giustizia al limite del secondo mandato. Però offre un antipasto, seppure in forma criptica, del suo M5s. Aperto alla società civile, come temono i parlamentari che hanno paura di essere spazzati via. Assicura il sostegno a Draghi, ma lo critica come fino ad oggi non aveva fatto nessun leader della maggioranza che lo sostiene. «Alcune decisioni hanno scontentato i cittadini e suscitato perplessità», spiega. «Andare al voto a febbraio è assurdo», resta la voce che arriva dai gruppi parlamentari. È cominciato dunque un braccio di ferro con chi non vuole mollare poltrone e maggioranza. Nel M5s si guarda a fine mese, quando gli stellati dovranno esprimersi sulla riforma della giustizia del ministro Marta Cartabia. In quel contesto potrebbe andare in scena la prima sfida tra chi vuole andare al voto nel 2022 e chi sta con Draghi. Nel weekend dovrebbero essere presentati il nuovo Statuto e la Carta dei Valori, mentre il percorso di incoronazione del neo-leader dovrebbe concludersi tra poco più di una ventina di giorni.

Conte smentisce il dualismo con Luigi Di Maio e si dice certo «che Luigi darà il suo contributo fondamentale anche al nuovo Movimento». L’avvocato flirta con la parte meno governista del M5s, incarnata da Alessandro Di Battista. Un dialogo inedito, stimolato da alcune convergenze: entrambi vogliono rovesciare l’esecutivo e tutti e due vedono di buon occhio un repulisti degli attuali parlamentari. Per Conte Dibba è «onesto e leale». L’ex deputato gli risponde su Facebook: «Per confronti politici leali e franchi per te ci sarò sempre anche perché non dimentico chi e perché ti ha buttato giù e l modo ancor m’offende». Di Battista dice di voler rimanere fuori dai Cinque Stelle «fino a che il Movimento sosterrà questo governo». Davide Casaleggio potrebbe dare una mano agli espulsi. Intanto provoca in un’intervista con La Stampa: «Il modello del M5s ha dato la possibilità a migliaia di cittadini sconosciuti, come lo stesso Giuseppe Conte, di rivestire ruoli prestigiosi e di potere impensabili».

Pubblicato da edizioni24

Gaetano Daniele già Editore de Il Fatto e Il Notiziario (Settimanali per la distribuzione gratuita) Amministratore Il Notiziario e ith24.it Per contattare ith24 scrivere a: [email protected]

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