Mafia, sentenza record al maxi-processo dei Nebrodi: condanne per 600 anni ai boss delle truffe alla Ue

Numeri da record per la sentenza del maxi-processo al tribunale di Patti (Messina) sulla mafia dei Nebrodi: 101 imputati, per i quali i pm avevano chiesto pene per complessivi 1045 anni di detenzione. E comunque verdetti di condanna comminati per complessivi 600 anni ai boss «arricchiti truffando la Ue». 91 le condanne e 10 le assoluzioni. La pena più alta emessa nel processo riguarda Salvatore Faranda, per il quale i giudici hanno sentenziato 30 anni di reclusione. La lettura del dispositivo del Presidente Ugo Scavuzzo è durata quasi un’ora.

Un caso che ha registrato vicende alterne che spesso hanno portato a una descrizione “falsata” di boss e clan in azione che, come scrive il Corriere della sera, «commentatori digiuni di storia della mafia per anni hanno descritto come rozzi montanari o, al massimo, malandrini». Malavitosi per lo più dediti ad abigeati, estorsioni e traffici di droga di serie B. Invece, nel silenzio di un clima che ha portato a sottovalutare gli eventi, i clan tortoriciani architettavano raffinate truffe ai danni dell’Unione europea e dell’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea). Beffe sempre più elaborate e remunerative, che nel corso del tempo ha rimpinguato – e tanto – i conti correnti dei boss e ingrossato la «caratura» criminale delle cosche.

«Le truffe sono state riconosciute per buona parte. Resta il fatto che su quella parte di territorio della provincia di Messina le truffe hanno costituito la principale fonte di arricchimento sia del gruppo mafioso dei Batanesi sia del gruppo dei Bontempo Scavo. Ma teniamo conto che è solo la sentenza di primo grado». Così il Procuratore aggiunto di Messina Vito Di Giorgio dopo la lettura della sentenza. «È stata riconosciuta la mafiosità per i Batanesi. Mentre per il gruppo dei Bontempo Scavo no», aggiunge. Per il pm Di Giorgio «buona parte delle truffe contestate hanno retto, è stata riconosciuta l’esistenza del 640 bis, in alcuni casi aggravata. Sicuramente questo è un aspetto importante». Ma «è un dispositivo talmente complesso che va letto attentamente».

Giuseppe Antoci è quasi in lacrime alla lettura del dispositivo. L’ex presidente del parco dei Nebrodi, scampato a un attentato. Attuale presidente onorario della Fondazione Caponnetto, parla subito dopo la sentenza che ha condannato la “mafia dei pascoli” a oltre 600 anni di carcere. «È un momento importante perché questo Paese ha bisogno di risposte. Da questa esperienza esce la risposta di un territorio che ha fatto il suo dovere. Abbiamo fatto quello che andava fatto. E abbiamo superato il silenzio e abbiamo fatto capire che i fondi europei dovevano andare solo alle persone per bene e non ai capimafia». «Quest’aula stasera ha dato un segno di libertà – aggiunge poi visibilmente commosso – ma anche di dignità… La lotta alla mafia va fatta ogni giorno. Questa esperienza dimostra che da un piccolo territorio nasce un protocollo di legalità che la Commissione europea considera tra i più importanti».

«Rompiamo questo muro di silenzio. Così avremo sempre meno gente in tribunale. Meno processi e meno forze dell’ordine che si devono occupare di queste cose. In fondo quando si leggono queste sentenze ci si rende conto che sono di dolore. Lo stesso dolore che ho provato io in questi anni con quella perdita di libertà che ho dovuto imporre alla mia famiglia. Con la quale abbiamo voluto comunque andare avanti. La mia famiglia mi ha detto noi ci siamo non ti fermare. È una frase che racconto a tutti i ragazzi che mi ascoltano», ricorda Antoci nel suo commento. «Quel noi non è solo della mia famiglia. È un noi di un Paese che vuole fare il proprio dovere e che, tuttavia, di simboli ed eroi ne ha già abbastanza. Se la gente denuncia avremo meno sentenze. Forse è solo un utopia, ma non bisogna mai rinunciare ai sogni. Questa sera parte di questo sogno è diventato realtà», ha concluso.

Pubblicato da edizioni24

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