Il disastro della sanità in Campania made Vincenzo De Luca: i privati monopolizzano le visite, il pubblico latita

Un disastro, una gestione assolutamente fallimentare che riduce la sanità a un privilegio solo per chi può permettersi di pagare. Avviene in Campania, da un anno. Il fine ultimo dell’assessore regionale Ettore Cinque (nel dicembre scorso) non era affatto negativo: ridurre il gap tra chi si serve del privato in convenzione e chi invece del pubblico. E ancora: uniformare il servizio, creare un efficiente Cup per le prenotazioni e ridurre le liste di attese. Una chimera. Finora più del 70 per cento di esami e visite specialistiche in Campania è stato gestito da privati, la rimanente parte dal pubblico. Una tendenza da invertire. Giusto. Se funzionasse.  Il punto è che la strategia usata per raggiungere l’obiettivo non sta facendo altro che creare disagi, specie per chi non può permettersi esami privati e così finisce per non curarsi. Rinuncia alla salute.

La rivoluzione annunciata dal governatore Vincenzo De Luca un anno fa sta impoverendo i servizi, riducendo sul lastrico chi ha investito in strutture convenzionate e gonfia le liste di attese. Tutto questo si può ben dire oggi, a un anno dalla famosa delibera 599 del dicembre del 2021 in cui la Regione decise di dividere il budget in dodicesimi, non più per branca, ma per struttura (laboratori di analisi, ecografie, radiografie, tac, esami diagnostichi) e ogni centro avrebbe avuto così un tetto mensile. A parere dell’assessore regionale Cinque si sarebbe coperto tutto l’anno. In passato invece a ottobre finivano i soldi e, col fermo, anche gli esami in convenzione. Intanto però le liste di attese nel pubblico erano sempre più lunghe, interminabili.

Dopo un anno da quella che è stata chiamata una politica strategica sperimentale, così annunciavano in Regione, si è provato a cambiare rotta, aggiungendo qualche pizzico in più in un budget già insufficiente, ma non è servito a nulla.

La delibera 599 stabiliva come tetto di spesa totale lo stesso del 2019 (anni in cui non c’era il covid) e non solo, sulla modalità in cui si distribuivano i soldi, negli anni precedenti, lo stesso prefetto, commissario ad acta in Campania aveva scritto (ma invano) proprio sul tetto fissato nel 2018-2019 che “i dati delle prestazioni ambulatoriali specialistiche erogate negli anni passati non sono adatti ad essere utilizzati per la previsione dell’offerta ambulatoriale per gli anni futuri, in quanto non può considerarsi manifestazione completa delle reali necessità dei cittadini, ma rendicontazione di quanto la Regione Campania ha potuto offrire”.

Insomma in parole semplici non si possono fare i conti sui soldi che si hanno in cassa e si decidono di spendere, ma sulle reali necessità del fabbisogno. In questo anno si è tentato di incentivare le strutture pubbliche per aumentare l’offerta, ma solo alcuni hanno potenziato i distretti. Il Cup è incompleto. Ci vorranno anni prima che vada a regime.

Gli stessi malati oncologici ormai, dopo aver fatto un trattamento, non hanno una precisa presa in carico, o almeno non tutti.

Che cosa sta accadendo? Negli ospedali dove si fanno esami le liste di attese sono enormi, nei centri convenzionati bisogna sperare di arrivare tra i primi del mese, se non si riesce, bisogna pagare. Chi non può rinuncia a curarsi.

Come se non bastasse non è chiaro perché in Campania c’è un tetto per l’extraregionale. Mi spiego: se un cittadino residente in una altra regione d’Italia vuole farsi un esame in Campania, perché sceglie un determinato specialista o centro o tecnica, può farlo, ma la struttura in convenzione non può superare una certa percentuale di utenti extraregionali (l’1 per cento del budget). Al nord non c’è limite per chi arriva da fuori regione. La delibera 599 di De Luca in pratica da’ un limite anche per chi sceglie centri convenzionati campani e arriva da fuori regione (Calabria, Basilicata, Molise, sono i territori più interessati). Eppure costoro compenserebbero l’emigrazione sanitaria e il debito che la regione ha con le altre, specie del settentrione.

Infatti se, viceversa, un campano vuole fare un ricovero o un esame al nord non ha limite.Eppure nella conferenza Stato Regioni, quando si tratta di compensare per quanto concerne l’emigrazione sanitaria la Campania continua a pagare conti salati, perché non può offrire, se richiesto, lo stesso servizio dei centri del nord.

Le associazioni di categoria Aspat, Federlab insistono che i budget sono insufficienti e chiedono che vengano valutate le reali capacità operative di ogni struttura. In realtà nessuno investe più. Servono altri 100 milioni di euro. Conti alla mano.

Ad oggi, un fatto è evidente, al di là delle posizioni teoriche: non si riesce a garantire le 72 ore sulle impegnative definite urgenti, i malati oncologici saltano le visite di controllo perché magari non si trovano tra le mani una scintigrafia. Il Cup regionale che tenta di mettere insieme il pubblico a fatica, ha messo insieme una ottantina di strutture private (in teoria dovrebbe farlo con tutte: un migliaio). < Il disegno regionale può essere anche apprezzabile – dice Lorenzo Latella, del tribunale del malato – ma questa riforma aveva bisogno di step, lo abbiamo detto più volte in Regione>. La frattura è enorme. La sanità pubblica sempre più in miraggio, se nasci in Campania. E intanto se nel 2017 il credito che la Campania aveva con le regioni del nord per l’emigrazione sanitaria era di 149.898.332 euro, a fronte di un debito di 473.307.143 euro oggi la voce debito si moltiplica a dismisura e si assottiglia quella del credito. Tutto questo, viene da chiedersi, a chi giova? Non di certo a chi vive qui.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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