Esclusiva ith24, Daniele: “Calcagni? L’eresia della Verità: distinguere per non confondere. È giunto il momento delle verità nascoste”

By Gaetano Daniele

La straordinaria attenzione mediatica che ha suscitato la pubblicazione del libro “Il mondo al contrario” del Generale Roberto Vannacci, che sta destando così tanto scalpore, ha riportato alla ribalta una delle questioni irrisolte del nostro Paese, su cui ogni tanto si accende una luce di speranza, per chi attende giustizia, ma che subito torna ad essere rioffuscata.

Si tratta delle conseguenze causate dalla contaminazione di metalli pesanti generati dall’uranio impoverito, già utilizzato in Bosnia, in Kosovo, in Iraq e in altri teatri di guerra, così come in Afganistan, dove i nostri militari sono stati inviati per intervenire nelle “cosiddette” missioni di pace, senza essere informati, dai vertici militari e politici, sui rischi “certi” per la salute, già noti, a cui sarebbero stati esposti, in quell’ambiente bellico contaminato dai bombardamenti, effettuati dagli alleati americani, con munizionamento con uranio impoverito.

Una drammatica realtà che ha colpito fedeli servitori dello Stato, i quali hanno soltanto eseguito gli ordini ricevuti ed adempiuto al proprio dovere.

Molti si sono ammalati, tanti di essi, troppi, sono deceduti, altri potrebbero ancora ammalarsi, proprio per le conseguenze derivanti dall’esposizione ad un nemico invisibile, innominabile, che però ha nome e cognome: “uranio impoverito”.

Un nemico che colpisce in modo silenzioso, subdolo e letale, che continua a perpetrare danni anche dopo essere rientrati in Patria.

Nessuno ha fornito, mai, l’equipaggiamento individuale, né attuato le misure di prevenzione e di protezione necessarie per operare in sicurezza.

È una strage senza fine!

“Nonostante le tante prove scientifiche, in Italia si continua a sostenere la tesi che non ci sia collegamento tra le malattie che hanno colpito i militari e la contaminazione bellica nei territori dove risulta ben documentato l’utilizzo di munizionamento con uranio impoverito”.

“E’ di fondamentale importanza – dichiara l’avvocato Ezio Bonanni – che ci sia una prevenzione e la tutela della salute e dell’incolumità dei nostri militari. Non parliamo soltanto del rischio amianto, ma soprattutto delle conseguenze derivanti dall’impiego dei nostri militari, senza protezioni, nelle zone contaminate dall’uso dei proiettili all’uranio impoverito, che hanno la particolarità di contaminare anche per decenni i luoghi in cui esplodono perché sono capaci di disintegrare e polverizzare, con le altissime temperature (dai 3000 ai 5000 gradi centigradi) qualunque tipo di metallo e l’amianto. Sono proprio le fibre e le nanoparticelle generate, ad essere altamente lesive per la salute umana e, in molti casi, letali”.

Il Colonnello del Ruolo d’Onore Carlo Calcagni, da anni, collabora con l’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA), che è al fianco di tutti gli uomini e le donne in divisa, in particolare alle vittime del dovere ed ai loro familiari.

Il presidente dell’ONA, Avv. Ezio Bonanni, ha chiesto proprio al Colonnello Calcagni, in qualità di Consulente esperto per l’uranio impoverito, di redigere un rapporto dettagliato contenente abbondante documentazione sugli effetti dell’uranio impoverito sull’uomo e sull’ambiente. *

Il Colonnello Calcagni ha fatto parte, in qualità di Consulente esperto, della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’Uranio Impoverito, è stato nominato, dall’allora Ministro della Difesa Elisabetta Trenta, Consulente del Tavolo Tecnico, presso l’Ispettorato della Sanità Militare, per l’approfondimento delle criticità emerse in relazione all’ESPOSIZIONE a particolari fattori di rischio ambientale, in ambito Difesa.

Chi, ancora oggi, non affronta in modo risolutivo il problema uranio impoverito, si rende “complice” di chi ha nascosto, non ha informato, non ha protetto, non ha tutelato e non vuole ammettere le proprie responsabilità, morali ed istituzionali.

Ci sono elementi scientifici tali per cui lo Stato non si può sottrarre più dal riconoscimento automatico della causa di servizio (inversione dell’onere della prova) a chi ha contratto patologie durante l’impiego nelle zone d’intervento della NATO, sotto l’egida delle Nazioni Unite, evitando a queste vittime ed alle famiglie delle vittime decedute un lungo e terribile calvario giudiziario che, spesso, dura anche vent’anni.

MECCANISMI DI CONTAMINAZIONE

Quando un penetratore all’uranio impatta su un obiettivo, o quando un carro armato con corazzatura all’uranio prende fuoco, parte dell’uranio impoverito brucia e si frammenta in piccole particelle: NANOPARTICELLE.

I penetratori all’uranio impoverito che non colpiscono l’obiettivo possono rimanere sul suolo, essere sepolti o rimanere sommersi nell’acqua, ossidandosi e disgregandosi nel corso del tempo.

La DIMENSIONE RIDOTTISSIMA delle PARTICELLE generate dall’uranio impoverito, la facilità con cui esse possono essere inalate o ingerite e la loro capacità di muoversi attraverso l’aria, la terra, l’acqua o nel corpo di una persona, dipendono dalla maniera in cui si è polverizzato l’uranio impoverito metallico.

I TEST EFFETTUATI dall’ESERCITO STATUNITENSE hanno DIMOSTRATO che, quando un penetratore all’uranio impoverito colpisce un obiettivo, dal 20 al 70% del penetratore brucia e si frammenta in piccole particelle. Ciò significa che, a seguito dell’impatto di un penetratore all’uranio impoverito da 120mm contro un bersaglio corazzato, si liberano da 1 a 3 kg di polvere di uranio, radioattiva ed altamente tossica. Un carro armato colpito da tre di queste munizioni e l’area attorno ad esso potrebbero essere contaminati da 3 a 9 kg di particolato di uranio. Naturalmente la polvere prodotta da un impatto iniziale potrebbe essere rimessa in sospensione da impatti successivi.

Le ESPLOSIONI durante i test e gli studi sul campo hanno mostrato che la maggior parte della polvere prodotta dagli impatti (costituita dal proiettile stesso ed in maggior proporzione dal bersaglio stesso) finisce per depositarsi entro un raggio di 50 metri dal bersaglio. Tuttavia, considerando le particelle più fini (tra il miliardesimo ed il milionesimo di metro), pur costituendo una parte relativamente ridotta della massa totale, queste saranno disperse in atmosfera sotto forma di AEROSOL su distanze di centinaia di chilometri.

L’uranio impoverito è un metallo pesante radioattivo. Un contatto diretto e prolungato con munizioni o corazzature all’uranio impoverito può causare EFFETTI CLINICI NEFASTI.

Tuttavia, l’uranio impoverito giunge al suo massimo potenziale di danno quando suoi FRAMMENTI o POLVERI PENETRANO nel CORPO.

La TOSSICITÀ chimica dell’uranio impoverito rappresenta la fonte di rischio più alta a breve termine, ma anche la sua radioattività può causare problemi clinici nel lungo periodo (anni o decenni dopo l’esposizione).

Il pericolo principale di CONTAMINAZIONE è, quindi, l’INALAZIONE, seguito dal CONTATTO e dall’ASSORBIMENTO mediante il ciclo alimentare o attraverso l’acqua.

Un pericolo particolare deriva dall’incorporazione di particelle di uranio impoverito attraverso le ferite, che le porta direttamente a contatto con i tessuti vitali.

METABOLISMO DELL’URANIO IMPOVERITO

L’uranio ingerito, inalato, o presente nei frammenti di proiettile incorporati può essere solubilizzato dall’organismo e depositarsi in diversi organi.

L’uranio inalato, soprattutto le particelle di minori dimensioni (<10 mm), si depositano nei bronchi ed, in particolare, negli alveoli.

Complessivamente, circa il 90% dell’uranio inalato o ingerito viene escreto con le urine nel giro di 3 giorni.

Il tempo di dimezzamento effettivo, ovvero il tempo necessario affinché la metà della quantità di radionuclide venga eliminato dall’organo, è quindi completamente dominato dal tempo di dimezzamento biologico, pari all’ordine di un giorno.

A causa di questa efficiente eliminazione, l’analisi della concentrazione di uranio nelle urine costituisce una misura sensibile dell’esposizione al metallo. In condizioni normali, ogni individuo elimina dai 50 ai 500 ng di uranio al giorno con le urine.

L’URANIO che NON VIENE ESCRETO si DISTRIBUISCE in tutti gli altri ORGANI, principalmente nelle OSSA, nei RENI, nel FEGATO, nei POLMONI, nel GRASSO e nei MUSCOLI.

Va notato che la solubilità dell’uranio dipende dalla sua forma chimica. I composti non ossidi, come UCl4, sono estremamente solubili, mentre l’ottaossido U3O8 è relativamente insolubile. Poiché nel caso militare sono gli OSSIDI ad essere INALATI, la loro scarsa solubilità ne diminuisce il rischio di tossicità chimica, mentre ne ESALTA la PERICOLOSITÀ RADIOLOGICA.

RADIOATTIVITÀ

La radioattività dell’uranio impoverito (DU) viene considerata “di basso livello”, confrontata con quella ad “alto livello” dell’uranio arricchito in uranio-235 (o di altri materiali), perché l’uranio impoverito è costituito in maniera predominante dall’isotopo uranio-238 (T1/2 = 4.5 109 a) dotato di emivita più lunga – e quindi di attività specifica più bassa – di quella dell’isotopo uranio-235 (T1/2 = 7.0 108 a), nonostante entrambi siano prevalentemente emettitori di particelle alfa. Infine, in questo contesto, il terzo isotopo uranio-234 (T1/2 = 2.5 105), presente in percentuale molto bassa nell’uranio naturale (0.0055%), si trova, a sua volta, maggiormente concentrato nell’uranio-235 arricchito (LEU o HEU), aumentandone ulteriormente l’attività specifica e, quindi, la radiotossicità.

La serie di decadimento radioattivo dell’isotopo 238U porta, per stadi successivi consecutivi e paralleli (per decadimento alfa e beta), all’isotopo stabile 206Pb.

L’energia di una PARTICELLA ALFA è ESTREMAMENTE ALTA. Essa, tuttavia, agisce solo a breve distanza: per questo motivo, DIVENTA il TIPO PIÙ PERICOLOSO di CONTAMINAZIONE SE la sorgente è CONTENUTA nel CORPO, e il meno pericoloso se questa si trova all’esterno.

Un foglio di alluminio o carta spesso 0.02 millimetri (20-40 μm), o la stessa epidermide umana, può infatti fermare questo tipo di radiazione.

Gli isotopi di uranio decadono inoltre, seppure con piccola probabilità, mediante fissione nucleare spontanea, nonché emissione di cluster di particelle e decadimento doppio beta.

TOSSICITÀ

I metalli pesanti presentano una notevole affinità chimica per le molecole biologiche contenenti gruppi fosfati (per esempio, fosfolipidi e acidi nucleici) o sulfidrilici (come la cisteina, il glutatione, gli ossianioni e molte proteine). Per tale ragione, i metalli pesanti non si trovano negli organismi nello stato di ione libero, ma sempre legati alle biomolecole.

Nel caso dell’uranio, i composti più importanti sono gli ossianioni carbonati: il 47% dell’uranio nel sangue si trova nella forma di [UO2(CO3)2]2, che è stabile a pH neutro. Si decompone rapidamente, invece, a pH acido, per cui nelle urine si ritrova lo ione uranile.

Uno STUDIO effettuato da Diane Stearns, biochimico presso la Northern Arizona University, ha STABILITO che CELLULE ANIMALI ESPOSTE al sale di URANIO solubile in acqua (acetato di uranile, UO2(CH3COO)2) vanno soggette a MUTAZIONI GENETICHE, DETERMINANDO TUMORI e ALTRE PATOLOGIE, indipendentemente dalle sue proprietà radioattive.

L’esposizione sia a composti chimici di uranio impoverito che di uranio naturale può, in generale, indipendentemente dalle sue proprietà radioattive:

causare danni ai reni, pancreas, stomaco/intestino;

mostrare effetti citotossici e carcinogeni in animali;

causare effetti teratogeni in roditori e rane (in contatto con sali di uranio disciolti in acqua) e in umani in contatto con polveri di uranio naturale ed impoverito.

ECCO COME ENTRANO LE NANOPARTICELLE NELL’ORGANISMO

Due sono le principali modalità con cui l’uomo entra in contatto con le nanoparticelle: aria e cibo.

Il lungo periodo di sospensione fa sì che vengano inspirate oppure, una volta depositatesi al suolo e, quindi, su erba (di conseguenza, mangiati dagli erbivori), frutta e verdura, entrino a far parte della catena alimentare.

Attraverso le vie respiratorie giungono agli alveoli. Lì vi sono i macrofagi, cellule spazzine dell’organismo, che inglobano le nanoparticelle con l’intento di distruggerle, ma senza riuscirvi, in quanto NON SONO DEGRADABILI. Di conseguenza, quando i macrofagi muoiono, le particelle permangono nel polmone oppure, date le ridottissime dimensioni, PASSANO senza difficoltà NEL SANGUE, PENETRANO nei GLOBULI ROSSI e vengono da questi TRASPORTATI nei più disparati TESSUTI, come FEGATO, RENI, GANGLI LINFATICI, CERVELLO …

Quando vengono, invece, ingerite con gli alimenti, esse giungono nell’intestino, dove formano particelle inorganiche di 40-50 micron, che non vengono dissolte né dall’acqua né dagli enzimi né dagli acidi dello stomaco. Dunque, RIMANGONO IMPRIGIONATE nella PARETE di INTESTINO o STOMACO, oppure passano nella circolazione.

Non si deve trascurare come ci sia la possibilità che le NANOPARTICELLE penetrino anche attraverso la pelle lesionata.

MODALITÀ DI AZIONE DELLE NANOPARTICELLE

La caratteristica fondamentale è che, date le RIDOTTE DIMENSIONI, possono ENTRARE all’interno delle CELLULE superando la parete cellulare ed ARRIVANDO al NUCLEO, senza che la cellula se ne accorga e senza che essa perda la sua capacità vitale o di riproduzione, ma con il rischio che il suo DNA POSSA SUBIRE delle MODIFICHE.

Inoltre, la NON BIOCOMPATIBILITÀ e la NON DEGRADABILITÀ delle NANOPARTICELLE fa sì che, quando si accumulino in quantità elevate, l’organismo reagisca creando uno STATO INFIAMMATORIO COSTANTE, poiché per esso rappresentano corpi estranei da combattere o quanto meno da tentare di isolare.

Questa condizione può non essere evidente dal punto di vista clinico, ma comunque presente. Si ritiene che le nanoparticelle possano essere associate a molte patologie idiopatiche [di causa sconosciuta]. Fattori di rilievo sono il materiale di cui sono costituite, la forma, la velocità di inalazione/ingestione e le quantità accumulate.

A seconda del loro destino finale, le particelle possono provocare patologie molto diverse tra loro:

– nel SANGUE possono alterare i processi di COAGULAZIONE e diventare responsabili di INFARTI CARDIACI, di ICTUS o di TROMBOEMBOLIE POLMONARI,

– in tutti gli organi possono essere all’origine delle più disparate varietà di TUMORI,

– nel PANCREAS possono indurre DIABETE di TIPO 1,

– nel CERVELLO possono generare condizioni che vanno dall’INSONNIA all’IRRITABILITÀ fino all’AGGRESSIVITÀ, dalla PERDITA di MEMORIA a breve termine a difficoltà nell’APPRENDIMENTO,

– la STANCHEZZA CRONICA è una conseguenza certa della loro presenza nell’ORGANISMO,

– tutta una lunga serie di malattie chiamate criptogeniche, RARE o orfane, potrebbero essere provocate dalle NANOPARTICELLE,

– per via della loro capacità di passare da madre a feto, provocano ABORTI, MALFORMAZIONI FETALI o TUMORI nel NASCITURO,

– nel liquido seminale causano STERILITÀ MASCHILE e, venendo a contatto con il canale vaginale della partner sessuale, possono causare il Burning Semen Disease (malattia del seme urente), caratterizzata da piaghe sanguinanti, dolorose e intrattabili sia farmacologicamente che chirurgicamente.

A quanto sembra, non esistono meccanismi efficienti a disposizione dell’organismo per liberarsi delle NANOPARTICELLE che RESTANO IMPRIGIONATE nei TESSUTI, né esistono per il momento FARMACI o TECNOLOGIE MEDICHE in grado di RISOLVERE IL PROBLEMA:

“LA CONTAMINAZIONE DA NANOPARTICELLE DI METALLI PESANTI, GENERATE DALLE ESPLOSIONI DI MUNIZIONAMENTO CON URANIO IMPOVERITO, È UNA TERRIBILE CONDANNA A MORTE!”

Nonostante le tante prove scientifiche, in Italia si continua a sostenere la tesi che non ci sia collegamento tra le malattie che hanno colpito i militari e la contaminazione bellica nei territori dove, invece, risulta ben documentato l’utilizzo di munizionamento con uranio impoverito.

La NATO, prima dell’inizio della missione nei Balcani, aveva informato tutti gli Stati membri riguardo all’inquinamento bellico, conseguente ai bombardamenti con tonnellate di uranio impoverito, e aveva fornito:

  • la documentazione sui rischi certi per la salute,
  • mappe con le zone colpite e la quantità (in tonnellate) di uranio impoverito “scaricato”,
  • un video contenente istruzioni e la dimostrazione di “come” operare in quelle zone definite “D” (DANGEROUS) e, soprattutto, quali protezioni utilizzare (tute, maschere, respiratori a circuito chiuso, etc.).

Questo rende difficile per un militare, ancor più complicato per i familiari dei deceduti per gli effetti e le conseguenze dell’esposizione a particolari fattori di rischio, dimostrare la correlazione tra il servizio prestato e la malattia o il decesso.

Tantissimi hanno ottenuto i benefici previsti dalla legge, ma soltanto grazie alle citazioni in giudizio nei confronti del Ministero della Difesa.

Ad oggi, tutte le sentenze che hanno condannato il Ministero della Difesa, riconoscendo il nesso causale tra la malattia sofferta, o il decesso, ed il servizio svolto in particolari condizioni ambientali ed operative di missione, hanno confermato anche la responsabilità “perché sapevano, ma non hanno informato, né hanno fornito le protezioni necessarie per evitare che tutto questo accadesse!”

Diverse Commissioni Parlamentari d’inchiesta hanno denunciato il “silenzio assordante” sulla vicenda e diverse proposte di legge sono state fatte.

Eppure… non succede nulla! Tutto resta invariato, immutato, inamovibile.

Tra le persone che più combattono, cercando di sensibilizzare le Istituzioni a prendere atto, “ufficialmente”, del problema, affinché tutti coloro che si sono ammalati o sono deceduti, senza dimenticare le loro famiglie, siano tutelati, c’è il Colonnello del Ruolo d’Onore dell’Esercito Italiano Carlo Calcagni, grande invalido per servizio, con invalidità permanente del 100%, ferito e mutilato in servizio, riconosciuto vittima del dovere proprio dalle Commissioni Mediche Militari e dal Comitato di Verifica del Ministero dell’Economia e Finanze, dopo aver accertato e verificato il nesso causale efficiente e determinante tra le gravi patologie sofferte e l’impiego nei Balcani, in qualità di pilota di elicotteri. 

Nel suo percorso ha incontrato il grande sostegno anche dell’allora Ministro della Difesa Elisabetta Trenta che, dopo aver ascoltato la sua storia e quella di tante altre vittime dell’uranio insieme ai loro familiari, ha istituito il Tavolo tecnico sull’uranio impoverito, presso l’Ispettorato della Sanità Militare, con l’obiettivo di risanare un assurdo contenzioso, che persiste da anni, tra le vittime ed i loro familiari contro il Ministero della Difesa.

Del Tavolo Tecnico sull’uranio impoverito ha fatto parte anche il Col. Calcagni, nominato consulente proprio dal Ministro della Difesa Trenta, in rappresentanza di tutte le vittime dell’uranio impoverito.

Un altro personaggio che, da circa 20 anni, cavalca il problema uranio impoverito e, “apparentemente”, al fianco delle battaglie per il riconoscimento dei diritti dei militari, sembrava essere Domenico Leggiero, presidente dell’osservatorio militare, inizialmente al fianco dell’Avv. Angelo Fiore Tartaglia, che però, recentemente, ha dichiarato: ” …si conclude definitivamente l’esperienza  Osservatorio Militare, con il quale non ho più da tempo alcun rapporto di consulenza o di collaborazione… “.

Ci siamo, tuttavia, molto stupiti in questi giorni, nel leggere e nell’ascoltare diversi attacchi portati avanti dallo stesso Leggiero, con accuse pesanti, nei confronti dell’ex-Ministro della Difesa Trenta e del Colonnello Calcagni.

Ci risulta che Domenico Leggiero sia stato condannato a sei mesi di reclusione, oltre a dover risarcire il Prof. Nobile della Lega Tumori di Siena, per diffamazione.

Quindi, non ha perso l’abitudine a parlar male di chi non lo sostenga o sia un ostacolo per le sue attività che, probabilmente, sono motivate soltanto da interessi personali o economici, visto che lui, a differenza del Col. Calcagni, non è vittima, né familiare di vittima.

Inoltre, anche il Colonnello Calcagni è stato costretto a denunciare per diffamazione e calunnia Domenico Leggiero che è, ufficialmente, imputato presso il tribunale di Firenze.

Tra l’altro, lo stesso Leggiero, in un’intervista rilasciata al vice direttore di “La Verità”, Francesco Borgonovo, in diretta su Radio Radio, dichiara di essere stato querelato dalla dott.ssa Trenta per diffamazione (non stentiamo a crederlo, visto il tono dei suoi attacchi su Facebook!), ma qualcosa non ci torna. 

Perché persone che dovrebbero fare fronte comune, per lo stesso obiettivo, e che dovrebbero stare dalla stessa parte, non lo sono? 

Siamo profondamente convinti della bontà della battaglia condotta dal Colonnello Calcagni, da quasi 21 anni, con tenacia, determinazione, desiderio di giustizia, verità e rispetto.

Lo dimostra nelle sue azioni quotidiane, che svolge gratuitamente, sempre pronto ad ascoltare ed a tendere la mano verso i più deboli e fragili. 

Non vuole un risarcimento economico dal Ministero della Difesa, come ha dichiarato in modo chiaro ed inequivocabile nel servizio de “Le Iene” andato in onda il 25 maggio 2021,

ma chiede le “scuse pubbliche per sé e per tutti coloro che hanno subito la stessa indifferenza da parte delle Superiori Autorità”, rinunciando, persino, al risarcimento in cambio di un solo euro simbolico. 

Parimenti, siamo convinti dell’onestà della dott.ssa Trenta che, pur di tutelare le vittime ed i loro familiari, suggerisce la depenalizzazione.

Perché, dunque, vengono così pesantemente attaccati? 

Chi lo fa, sta veramente lavorando – come dice – per la tutela dei militari, oppure agisce per tutelare altri interessi?

* References:

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18. McDiarmid MA, Engelhardt SM, Oliver M. Urinary uranium concentrations in an enlarged Gulf War veteran cohort. Health Phys 2001; 80: 270-273.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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