“Uccidere un fascista non è reato”. Quei cori choc al corteo dell’Anpi

By Matteo Carnieletto

Sono arrivati anche i centri sociali e Rifondazione comunista alla contro manifestazione dell’eccidio di Schio organizzata ieri dall’Anpi (nella foto). «La lotta partigiana ce l’ha insegnato, uccidere un fascista non è un reato», hanno cantato gli antagonisti. E poi gli striscioni: «Con il fascismo nessuna pace, nessuna amnistia, nessun patto». Il riferimento è all’accordo siglato dall’Anpi e dagli eredi delle vittime che, almeno teoricamente, avrebbe dovuto sancire la pace tra le due parti. Così però non è stato. Soprattutto perché la sinistra, anche tra le istituzioni, continua a soffiare sul vento della vendetta e perché l’eccidio rappresenta una pagina imbarazzante nella storia della Resistenza. Nella notte tra il 6 e il 7 luglio del 1945, infatti, i partigiani comunisti della Divisione «Ateo Garemi» entrano nel carcere di Schio dove sono detenuti alcuni fascisti (o presunti tali). Gli uomini con la bandiera rossa vengono per ammazzare. Sanno già chi colpire e come. Il massacro viene compiuto in pochi minuti, giusto il tempo di raccogliere i detenuti, di allinearli e di far partire le raffiche di fucile.

Tra i prigionieri ci sono anche alcune donne. Per qualche istante si discute se lasciarle in vita oppure no, ma Valentino Bortoloso, detto «Teppa», decide che anche loro meritano la morte: «Gli ordini vanno eseguiti». Fasciste, le chiamano i partigiani. In realtà sono solo donne che hanno deciso di amare chi ha combattuto dalla parte sbagliata della storia. Anche il loro ventre verrà trapassato. Anche il loro sangue scenderà, lento e appiccicoso, dalle scale del carcere. Il generale Dunlop, governatore del Veneto che seguirà le indagini sul massacro, dirà: «Non è libertà, non è civiltà che delle donne vengano allineate contro un muro e colpite al ventre con raffiche di armi automatiche a bruciapelo. In quella notte vengono uccise 54 persone. Questa è la storia. Quella che dovrebbe fare ormai parte del passato ma che, in realtà, si fa ancora presente.

Sono passati quasi ottant’anni dall’eccidio ma la ferita a Schio sanguina ancora, come ci racconta un parente delle vittime che preferisce rimanere anonimo: «Non sono mai stato minacciato ma sono segnato col dito’». L’uomo viene a conoscenza del massacro quando è già grande. Ci racconta la storia di una sua parente: era una donna e non aveva colpe se non quella di «fare l’amore», come dicevano i suoi genitori, con la persona sbagliata. «Nessuno ne parlava mai. Anche quando arrivava il 7 luglio nessuno mi diceva niente». Ma non è l’unico a dover vivere in silenzio questo dolore: «Anche a un mio amico intimo hanno ammazzato parenti a cui era molto legato: anche lui non ne vuole più parlare né sentire alcunché».

Una targa, in nome del patto civico, è stata affissa in quella che è oggi la biblioteca di Schio e che, ai tempi del massacro, era il carcere.

Ma all’interno dell’edificio, in modo tale da non disturbare nessuno. Su di essa sono stati incisi i nomi degli uccisi, ma non quelli dei killer. Aveva ragione il generale americano Dunlop: non era libertà quella. E neppure democrazia. Ma solo odio. Nutrito fino ai giorni nostri.

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