Tutte contro tutte: nella quota rosa Pd inizia la confusione

Giorgia Meloni sarà la prima donna presidente del Consiglio della storia d’Italia. E non si farà chiamare «presidentessa del Consiglio». Questo sta mandando ai matti le donne di sinistra. Che non potendo più accusare la destra, oggi chiamano misogino il Pd.

L’ultima in ordine di tempo è Paola De Micheli, autocandidata a sostituire Letta, che non se la prende con gli uomini, bensì con le stesse donne del suo partito «misogine perché con un po’ di accidia si sentono soddisfatte di un ruolo ancillare». Del resto se è vero che volevano essere candidate in quanto donne, è vero anche che non sono state fatte fuori in quanto donne. Sono state fatte fuori vittime del gioco di correnti che le ha falcidiate.

Nel 2018, infatti, la percentuale delle donne elette nel Pd era più alta di oggi, ma all’epoca le liste le fece Renzi. E siccome Letta si è messo in testa di radere al suolo gli ex renziani, sono state decapitate tutte le donne di quella corrente. Non a caso tra le elette – blindatissime – risultano Camusso e Furlan, che hanno scavalcato le deputate uscenti. O la stessa Cecilia d’Elia, iscritta al Pd solo con Zingaretti segretario e, appena arrivata, da lui subito nominata responsabile della Conferenza interna delle donne. E poi da Letta scelta per il collegio di Roma alle suppletive al seggio lasciato vuoto da Gualtieri. Ma proprio come Letta, che dopo essere stato eletto alle suppletive a Siena quando il seggio uninominale era garantito, si è poi blindato al plurinominale in Veneto, così la D’Elia è stata catapultata nel listino. Una delle pochissime donne del Pd capolista. Per corrente.

Lo ha detto anche la presidente del Pd, Valentina Cuppi: «Il nostro è un partito fortemente maschilista in cui per contare bisogna piegarci alle logiche delle correnti». Non è un caso che adesso la gara per i capigruppo sia tra Ascani e Madia alla Camera e tra Valente e Malpezzi al Senato.

Una donna vale l’altra; conta la corrente che vince. Perché come ha detto Letta «dobbiamo mettere due donne per mostrare di aver capito e di essere coerenti». La coerenza da applicare per le già garantite che ce l’hanno già fatta, non per quelle che sono rimaste fuori. Perché poi è sempre un problema di coerenza. Dai diritti civili, al lavoro, all’ambientalismo: il problema del Pd è lo iato tra i tweet a batteria e le politiche portate avanti nel palazzo. E gli elettori l’hanno capito e li hanno bocciati.

Sempre tornando alle donne, è emblematico quanto accaduto sabato scorso. Convocata la Conferenza femminile del partito, con 60 iscritte collegate (tranne le quattro candidate capogruppo: meglio mute!). Qualcuna ha chiesto le dimissioni della D’Elia, che l’unico risultato che ha ottenuto per le donne è quello di far eleggere sé stessa. Ma Monica Cirinnà, anche lei critica con il partito per essere stata candidata e non eletta «in un collegio non idoneo ai miei temi», è corsa a smentire che il coordinamento delle democratiche avesse chiesto un passo indietro a Cecilia D’Elia. Letta si deve dimettere per la sconfitta, lei no. Questa è la parità che vuole la Cirinnà. Tutto perché, rimasta fuori dal Parlamento, ora per badare al cane vuole candidarsi al Consiglio regionale del Lazio, e quindi l’appoggio di Zingaretti serve. Nel frattempo si rincorrono comunicati e tweet di accuse e smentite tra donne dem. La D’Elia promette che non si ricandiderà al prossimo congresso, ma non lascia nulla a verbale. Valeria Fedeli e Titti Di Salvo, offese per essere state chiamate «Eva contro Eva», vanno di letterina: «Ai maschi non lo avreste detto». Ma i maschi nel Pd fanno i capicorrente, non lo «gnegne».

Una ce n’è di donna che farà il primo ministro. Senza farsi chiamare «prima ministra». Senza conferenza delle donne, senza quote, senza schwa, e senza neanche essere di sinistra. E questo le sta facendo impazzire.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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