Sinistra schizofrenica. Voleva l’autonomia e ora che è arrivata grida allo scandalo

By Laura Cesaretti

«L’autonomia differenziata è di sinistra», ebbe a dire il governatore Pd della Toscana Eugenio Giani, nel gennaio del 2023. Oggi lo stesso Giani annuncia che la Toscana «sarà fra le cinque regioni che promuoveranno la richiesta di referendum abrogativo dell’autonomia differenziata: il testo approvato è sbagliato, creerà diseguaglianze e amplificherà le disparità sul territorio». Contrordine compagni, l’autonomia differenziata è diventata di destra.

Del resto, nel corso dei decenni, il tema dell’attuazione del federalismo regionale è stato alternativamente «di destra» e «di sinistra», a seconda delle circostanze, molteplici volte. Oggi è decisamente «di destra» perché la legge-cornice (che si limita a definirne le procedure di attuazione) è stata promossa dal governo Meloni. Ma pochi anni fa una legge-cornice assolutamente analoga era stata promossa da un governo di sinistra (il Conte giallorosso 2019-2021) a firma del ministro Pd agli Affari regionali Francesco Boccia. Che oggi, da capogruppo Pd al Senato, denuncia: «È una riforma che avrà un impatto devastante su scuola, sanità, trasporto pubblico, assistenza. Per questo raccoglieremo le firme per abrogarla». Prima ancora era stata inserita come «priorità» nel programma del governo di destra gialloverde (sempre a guida del multiforme Conte). E in ogni caso la riforma costituzionale da cui discende, quella del famoso Titolo quinto, è stata varata da un altro esecutivo di centrosinistra, il governo Amato del 2001, per togliere un argomento di battaglia elettorale alla Lega di Bossi, superandola in corsa sul suo stesso terreno.

In questa lunga storia a targhe alterne, il toscano Giani non è certo l’unico ad essersi variamente riposizionato. Nel 2017 fu l’attuale governatore dell’Emilia Romagna, ora presidente del Pd nonchè europarlamentare, ad affiancare i presidenti di Veneto e Lombardia nella richiesta di avocare alla regione importanti competenze sulle più diverse materie – 15, nel caso emiliano – e a firmare su questo una pre-intesa con il governo (di centrosinistra, il premier era Paolo Gentiloni). L’economista di sinistra Gianfranco Viesti, che contro l’autonomia ha coniato la formula «secessione dei ricchi», diventata ora slogan del Pd, scriveva sul Mulino nel gennaio del 2023: «Chi ha trasformato l’iniziativa (partita dal Veneto di Zaia, ndr) in tema prioritario dell’agenda politica è stato Bonaccini affiancandosi a Veneto e Lombardia nelle richieste di massicce dosi di autonomia». La sua vice in Regione era la segretaria del Pd Elly Schlein, di cui non risultano, all’epoca, perplessità o obiezioni.

Oggi Bonaccini, passato al fronte del no alla riforma «di destra», spiega: «É una colossale presa in giro della proposta che noi avevamo avanzato, che puntava a gestire poche delle 23 materie previste, mentre questo governo vuole farle prevedere tutte. Facciamo ridere il mondo». Quanto alla sua ex vice, all’epoca favorevole all’autonomia differenziata bonacciniana, oggi è alla testa del fronte referendario per l’abolizione della legge Calderoli, molto simile a quella proposta da Boccia nel 2020: «Meloni si piega al sogno secessionista della Lega e spacca l’Italia». In casa Pd non mancano perplessità su tutti questi andirivieni: «La legge Calderoli, come quella di Boccia, sono cornici vuote che non producono nulla: balle», dice un esperto dem chiedendo di non essere citato. «E il referendum è un azzardo: serve il quorum.

Come convinceremo 25 milioni di italiani ad andare a votare, tra un anno, contro il nulla?». Intanto il governatore campano De Luca, che non nasconde i suoi dubbi sulla «strategia del referendum», conferma che la sua regione, come annunciato da mesi, farà ricorso alla Consulta contro la nuova legge.

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