“Se serve, buttateli in acqua”. Così i trafficanti del mare facevano affari sui migranti (Video)

Sono accusate di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina le 18 persone arrestate questa mattina dagli agenti della polizia di Caltanisetta. Grazie all’operazione “Mare aperto” è stata sgominata una banda di scafisti che, partendo da Gela o dalle coste dell’Agrigentino, si sarebbe più volte recata in Tunisia per fare il carico di migranti da trasferire in Italia. Gli indagati sono 11 tunisini e 7 italiani; il giudice per le indagini preliminari ha disposto il carcere per 12 di loro e i domiciliari per altri 6. Non tutte le persone oggetto del provvedimento giudiziario sono state fermate dalle forze dell’ordine: 6 sono ancora irreperibili, probabilmente rifugiate all’estero.

Uno degli imputati è stato trovato a Ferrara, grazie alla collaborazione della squadra mobile del luogo, un altro era già in carcere a Roma, in attesa di essere rimpatriato. La maggior parte degli arresti, però, sono stati effettuati in Sicilia, 8 a Caltanisetta e uno a Ragusa. L’indagine è stata avviata tre anni fa ed è partita per caso. Nel porto di Gela si era arenata una barca in vetroresina di 10 metri di lunghezza con due motori da 200 cavalli. La polizia scoprì che l’imbarcazione era stata rubata a Catania pochi giorni prima e che da quel natante erano sbarcate decine di persone presumibilmente di origini nordafricane. Non fu difficile per i poliziotti capire che alle spalle c’era una banda di malavitosi che favoriva l’ingresso irregolare sul territorio italiano di migranti. Secondo la ricostruzione della procura di Caltanissetta, nei confronti delle persone arrestate “sussistono gravi indizi di partecipazione a un’organizzazione criminale dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravata di carattere transnazionale in quanto operativa in più Stati”.

Gli indagati, per gli inquirenti, avrebbero avuto a disposizione punti strategici dislocati in più centri dell’isola, come Scicli, Catania e Mazara del Vallo. Nelle loro attività illegali si sarebbero avvalsi dell’aiuto di esperti scafisti che avrebbero operato nel braccio di mare tra le città tunisine di Al Haouaria, Dar Allouche e Korba e le province di Caltanissetta, Trapani e Agrigento, così da raggiungere le coste italiane in meno di quattro ore, grazie abarche con potenti motori. Agli imputati è stata contestata anche la circostanza aggravante di aver esposto a serio pericolo di vita i migranti da loro trasportati e di averli sottoposti a trattamento inumano e degradante. “Se serve, buttateli a mare”, era l’ordine impartito agli scafisti. Persone trattate come pacchi, di cui disfarsi nel caso in cui qualcosa andasse storto. Questo è quanto è emerso dall’attività degli investigatori.

Il prezzo a persona, pagato in contanti dai migranti in Tunisia prima della partenza, si aggirerebbe tra i 3mila e i 5mila euro e il presunto profitto dell’organizzazione criminale si attesterebbe tra i 30mila e i 70mila euro per ogni viaggio. Le indagini della squadra mobile di Caltanissetta hanno ricostruito la presunta organizzazione di più viaggi organizzati dalla Tunisia alle coste italiane. Per la cattura dei 18 indagati sono stati impegnati 120 uomini della polizia, della squadra mobile di Caltanissetta, del commissariato di Niscemi, del reparto prevenzione crimine e unità cinofile e del reparto volo di Palermo.

A dirigere l’organizzazione al centro delle indagini “Mare aperto” ci sarebbero un uomo e una donna tunisini, già all’epoca dei fatti agli arresti domiciliari per reati simili, per i quali sono stati poi condannati in via definitiva. Secondo la procura avrebbero gestito l’attività da una casa di Niscemi. Le verifiche degli agenti di polizia hanno permesso di individuare un altro indagato, sempre a Niscemi, che avrebbe avuto il ruolo di capo; 2 tunisini con base operativa a Scicli che avrebbero avuto il compito di gestire le casse dell’associazione; 5 italiani che avrebbero curato gli aspetti logistici, come l’ospitalità subito dopo lo sbarco sulle coste siciliane e il trasferimento degli scafisti dalla stazione dei pullman alla base operativa; 4 scafisti (un italiano e 3 tunisini) e 4 tunisini che avrebbero avuto il ruolo di “connection man” con il compito, in madre patria, di raccogliere il denaro dei migranti che volevano raggiungere l’Europa.

I soldi raccolti in Tunisia arrivavano in Italia, a Scicli precisamente, grazie a movimenti di agenzie internazionali specializzate in servizi per il trasferimento di denaro, per essere successivamente versato su carte prepagate in uso ai promotori dell’organizzazione criminale. Il contante serviva per comprare nuove imbarcazioni da utilizzare per le traversate. La base operativa della presunta associazione per delinquere è stata individuata alla periferia di Niscemi, in una vecchia masseria, con annesso campo volo privato, il cui proprietario, un imprenditore agricolo niscemese, è tra destinatari della misura cautelare in carcere perché ritenuto tra i capi del sodalizio criminale. Nella struttura sarebbero stati ospitati anche gli scafisti provenienti dalla Tunisia e sarebbero state trasportate, con speciali autocarri, le imbarcazioni da impiegare per le traversate.

Pubblicato da edizioni24

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