Quei giornalisti dei salotti radical-chic che prestano il volto ai veri impresentabili

By Luca Fazzo

Due giornalisti di vaglia, grandi firme dell’informazione – uno della carta stampata, uno della tv – che all’impegno professionale hanno sempre unito la battaglia per la legalità. Che ora scendono in politica, con il Partito democratico. E che si trovano, purtroppo per loro, spediti dal Pd a predicare in partibus infidelium: in una terra di mezzo dove politica e malavita sono da sempre intrecciate. E dove proprio il loro partito, il Pd, vive una dolorosa, profonda infiltrazione da parte dei clan della camorra. Al punto che, incontrando alcuni personaggi, è difficile dire se si tratti di un malavitoso prestato alla politica, o di un politico convertito al malaffare.

Le due star dell’informazione democratica sono Luigi Vicinanza, ex direttore dell’Espresso, e Sando Ruotolo, già braccio destro di Michele Santoro. Entrambi si trovano catapultati dal partito a Castellammare di Stabia, versante meridionale del Golfo di Napoli, dove questo weekend si vota – in contemporanea con le Europee – per il rinnovo del Comune, sciolto per mafia ai tempi del centrodestra. Vicinanza è candidato a sindaco, Ruotolo è il capolista del Pd, e insomma si presentano come due simboli del rinnovamento. Il problema è che intorno a loro si muovono, nelle liste e fuori dalle liste, facce di «confine» che fanno capire come la questione morale dentro al Pd locale sia lontana dal venire risolta.

Il buco nero, la fonte di sangue e di veleni, risale al 3 febbraio 2009 quando in via Tavernola due killer in moto uccidono Luigi Tommasino, consigliere comunale del Pd, sotto gli occhi del figlio. Sdegno, interrogazioni parlamentari, il morto presentato come una vittima dell’Antimafia. Poi si scopre che Tommasino, pace all’anima sua, non era un eroe e anzi – scrive il giudice che ne arresta gli assassini – era «legato a doppio filo ai clan», e che si era impadronito di soldi del potente clan D’Alessandro. Tra i sicari c’è un diciannovenne, Catello Romano, anche lui militante del Pd.

Si dirà: cose di quindici anni fa. E invece no, perché la colata di quel sangue si allunga ancora oggi su Castellammare e sulle sue elezioni. Il 30 maggio vengono arrestati dai carabinieri i mandanti dell’uccisione: tra di loro il boss Vincenzo D’Alessandro. Tra gli arrestati un uomo del clan, si chiama Paolo Carolei: quando i carabinieri vanno a perquisire la casa, trovano i «santini» elettorali di un professionista del posto, candidato nella lista di centrosinistra. Il caso deflagra nella campagna elettorale, si torna a frugare nelle liste. Salta fuori che nella compagine guidata da Vicinanza e Ruotolo c’è un po’ di tutto. C’è Pasquale Sicignano, il cui padre Giuseppe (pluripregiudicato) fu ammazzato nel 1989 insieme a Domenico D’Alessandro, fratello del boss Michele che la scampò per un pelo. C’è Rachele Iovino, sorella dell’ex capogruppo Pd intercettato al telefono con il boss Bellacosa. C’è la sorella di Armando Barretta, arrestato in una retata sulle sale gioco della camorra. La moglie di un avvocato arrestato nel blitz sulle truffe alle assicurazioni.

«Con 580 candidati in campo il rischio di condizionamento ed infiltrazione della camorra è altissimo», ammette sconsolato Sandro Ruotolo. Ma così si esagera. E sul tavolo di Chiara Colosimo, presidente della commissione Antimafia, arriva un dossier sulle troppe infiltrazioni nelle elezioni di Castellammare.

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