Polemiche di parte e a senzo unico. Per la sinistra Maresca diventa un caso, ma dimentica gli altri “casi Maresca”

Un corteo interminabile di magistrati che si sono lanciati in politica. E di parlamentari e amministratori che sono tornati ad indossare la toga. Poi esplode il caso, sacrosanto, di Catello Maresca e il ministro Marta Cartabia pronuncia una parola definitiva: «Basta».

Così non si può andare avanti. Maresca, dopo aver fallito sul versante del centrodestra la conquista del Comune di Napoli vorrebbe sdoppiarsi: leader dell’opposizione in Consiglio comunale e, con la benedizione del Csm che gli ha appena dato il nullaosta, giudice della Corte d’appello di Campobasso. Lontano da Napoli ma non dalla corporazione togata.

È da trent’anni che tutte le persone di buonsenso segnalano questa clamorosa anomalia italiana, ma come spesso capita nelle vicende tricolori, ci voleva un giudice di destra, per di più silurato alle urne già al primo turno contro Gaetano Manfredi, per far traboccare il vaso riempito per decenni da pm di sinistra.

Non è un problema di correttezza, ma di credibilità e ha a che fare con l’indipendenza della magistratura. Come si fa ad essere sopra le parti se si è di parte? Mistero. Eppure se si racconta questo capitolo sconcertante di storia patria, come dire, anfibia, si rischia di riempire un volume con le biografie dei pendolari.

Ecco Giuseppe Ayala, nel glorioso Pool antimafia di Palermo, poi parlamentare del Pri, e via via di altri partiti fino ai Ds, quindi sottosegretario nei governi Prodi e D’Alema prima di rientrare nella casa madre, scegliendo per pudore l’approdo nelle retrovie del civile. Insomma, nell’attesa di una legge che non si vede mai spuntare all’orizzonte, come il nemico nel Deserto dei tartari, Ayala mostra comunque un riguardo che non tutti hanno. Giannicola Sinisi lascia la magistratura ma non si dimette: va a fare il deputato, il sottosegretario, il senatore, sta fra la Margherita e l’Ulivo, infine ingrana la retromarcia e ricompare fra i giudici della Corte d’appello penale di Roma.

«Se fai l’arbitro non puoi metterti la casacca e giocare con una squadra», sentenziava a suo tempo Piercamillo Davigo. Galateo istituzionale, ma anche il minimo sindacale nel Paese dei sospetti, dei retropensieri, degli accordi dietro il palco. E poi ad ogni convegno si sentiva sempre ripetere la stessa consunta massima: «Un magistrato non deve solo essere ma anche apparire imparziale». Erano sempre tutti d’accordo e poi all’uscita mettevano la freccia. Michele Emiliano era un pm d’assalto a Bari, un po’ alla Di Pietro, poi come il modello originale ha sfruttato la popolarità delle sue inchieste – alimentando dubbi legittimi nello specchietto retrovisore dell’opinione pubblica – per diventare sindaco di Bari e poi presidente della Regione Puglia, ma a differenza del Tonino nazionale si è messo in aspettativa, insomma gli è rimasta la toga sotto la fascia tricolore, e da magistrato, sia pure in naftalina, aveva addirittura tentato la scalata alla segreteria del Pd. Troppo pure per un ambiente abituato a tutto, tanto da mettere in moto un’azione disciplinare.

Ma il catalogo contiene altri paradossi strepitosi: Adriano Sansa da presidente della Corte d’appello di Genova avrebbe potuto indagare, in teoria, sulle ipotetiche malefatte lasciate in eredità ai concittadini dalla giunta del precedente sindaco Adriano Sansa, insomma avrebbe potuto mettere sotto accusa se stesso.

Poi ci sono stati i campioni del doppio lavoro in simultanea, come i maestri di scacchi.

Fra questi arriva, maldestro, Maresca e le porte girevoli si chiudono. Ma sarà davvero così?

Perché finora il passaggio della frontiera fra i due mondi è stato più facile di quello del Mar Rosso da parte degli ebrei in fuga dai carri del Faraone.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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