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[“Operazione Reset-I Recuperandi”] Corvo sogna ad occhi aperti Capitan Nessuno, il Vaticano e quando “Pat” partiva per salvare gli agenti dei “Servizi”. (Comandi Gen. Cossaro)

By Corvo

A differenza delle precedenti, questa volta sogno ad occhi aperti. È lui, mio fratello Capitan Nessuno, il Capitano: “Operazione Reset”, mi dice questo:

“Era una sera come tutte le altre. Pat si era integrato perfettamente nella nuova vita in Vaticano, di giorno lavorava in un magazzino per lo smistamento di merci e materiali delle ONLUS che arrivavano a camionate in Vaticano e di notte si era fatto degli amici, amici “di copertura” quelli che non sapevano quale fosse il suo vero lavoro e che non sapevano chi fosse in realtà. All’apparenza era un ragazzo che lavorava non si sapeva bene dove, forse un militare, ma con loro era sempre in borghese. Rideva, scherzava, andava con loro a cene, compleanni, discoteche, a ballare. A volte parlava in modo strano, parlava di valori, di lealtà, di etica, di doveri, ma lo stavano ad ascoltare per un po’ e poi pensavano ad altro, ma lui non insisteva, rideva con loro, non erano adatti a fare i Guerrieri, lo aveva capito subito. E Guerrieri si nasce, non lo si diventa… E Pat, come il Corvo, erano nati per diventare quello che oggi sono: Guerrieri senza se e senza ma, Guerrieri.

Quella sera mentre gli altri mangiano una pizza, lui si mise a guardare sul suo iPod, sembrava una ricerca, chi gli passava alle spalle vedeva che era su Subito.it, forse cercava qualche oggetto particolare. O forse voleva vendere qualcosa di personale. Forse vendere un paio di scarpe, un cappotto, un mobiletto? Chissà. All’improvviso si alzò in piedi, sembrava cambiato. Ed esclamò:

  • Devo partire.
    Lo guardarono straniti.
  • Partire? Per andare dove?
    Lui li guardò. Ignari di tutto. Forse era il momento di farli entrare nel mondo reale. Disse.
  • Filippine.
    Erano in tre intorno al tavolo e rimasero con le forchette a mezz’aria.

A volte gli amici soprattutto le donne sono increduli, e vanno tenute sempre fuori. Una una volta una tipa strana, disse: non ci credo, neanche se fossi il capo. In quelle due parole disse tutto. Neanche se lo fossi: lo ero. Neanche se fossi il capo dell’operazione: lo ero. Avevo vinto. Riuscivo a non farmi credere nonostante a volte qualche persona più vicina a me poteva intuire qualcosa. Ma vincere significava dire… E anche farsi dire da qualcuno: io so tutto di te, quando in realtà sa quello che tu vuoi che sappia di te.

E come ci vai nelle Filippine?
Lui sorrise appena. In aereo, ovvio.

Pat cercava di fargli capire il senso della vita. Li portava a parlare con i barboni, gli abbandonati, i diseredati, li metteva davanti alla realtà di una città che conoscevano solo dal lato ricco, e serviva anche quello, ma non solo fatto di discoteche, di outlet, dalle strade alla moda. E Pat in quei mesi aveva cercato di risvegliare le loro coscienze, se per lui erano una buona copertura per frequentare posti dove da solo avrebbe dato nell’occhio, voleva che anche per loro ci fosse qualcosa in cambio, uno spiraglio di luce, un accendersi della coscienza. Ma il consumismo, il cinismo, il cosiddetto mondo di plastica era in loro.

Infatti i giovani di oggi, non conoscono la parola “sacrificio”. Vogliono tutto e subito. A costo di vendere il proprio corpo. Una volta una donna di 39 anni che non aveva mai fatto un giorno di lavoro se non qualche lavoretto mensile in qualche negozietto di fiori, mi disse: io ho già dato, ora devono mantenermi. La guardai, risi, ma dentro, in quel momento, mi chiesi cosa ci facessi li. E più giorni passavano più mi rendevo conto che qualcosa prima o poi sarebbe cambiata, in peggio. La società era malata. Anzi. A volte Pat si metteva fuori le uscite delle discoteche ed osservava i giovani, voleva portarli con sé, toglierli dalla strada, ma non ci riusciva sempre.

A presto, ragazzi. Voltò le spalle e si avviò al parcheggio, forse non li avrebbe mai più rivisti, quelle missioni improvvise non si sapeva mai come sarebbero finite, troppo poco tempo per prepararle, per avere dettagli particolari, spesso erano un salto nel buio.

Buttò sul sedile posteriore il borsone con i suoi effetti personali, aveva tutto quanto potesse servirgli per otto, dieci giorni, viaggiava sempre solo con quello. Mentre usciva lento dal parcheggio, pensò a chi avrebbe rivisto, ai suoi compagni della squadra “Recuperandi”. Si chiamavano così tra di loro, sorridendo, dato che c’erano i “Catturandi”, quelli di Capitan Ultimo che prendevano i mafiosi, i camorristi, loro si erano ribattezzati Recuperandi. Ufficialmente il Governo aveva una squadra di specialisti da mettere in campo quando c’era da riportare a casa un ostaggio, un missionario, un giornalista, qualcuno che aveva fatto scalpore al momento del rapimento, squadra bene addestrata e quasi di facciata, mancava solo che quando partivano avessero la fanfara e le telecamere, anche se in realtà nessuno ne sapeva i nomi.

Ma poi c’erano loro, quelli segreti, quelli che, come nei film, se fossero stati scoperti sarebbero stati abbandonati, ignorati dal Governo, avrebbero dovuto arrangiarsi ad uscirne vivi e in ogni caso nessuno li avrebbe mai riconosciuti come autori di una liberazione. Perché loro andavano a recuperare Agenti dei Servizi, non missionari o imprenditori rapiti per denaro. I loro ostaggi erano persone insospettabili che magari vivevano da anni in paesi a rischio, sotto coperture che a volte saltavano per una sciocchezza e in quel caso la loro vita non valeva nemmeno un soldo bucato, niente trattative per loro, niente richieste di riscatto, solo la tortura più efferata per avere le notizie che erano riusciti a racimolare e poi una morte ingloriosa, i loro corpi sarebbero stati fatti sparire e nessuno ne avrebbe più saputo nulla. Ma le notizie che avrebbero potuto dare sotto tortura avrebbero messo in pericolo organizzazioni intere, altre persone, Governi, missioni in corso e quindi chiamavano loro, i Recuperandi. Erano bravi, erano addestrati, sapevano cosa fare. Identificare dove fosse l’obiettivo, raggiungerlo, liberarlo se possibile e riportarlo a casa. O eliminarlo se fosse stato troppo tardi. Avevano carta bianca, tutto dipendeva dal loro giudizio insindacabile, non dovevano né chiedere istruzioni a nessuno né dare giustificazioni a nessuno. Erano sei, non si conoscevano nemmeno tra di loro, si incontravano solo in occasioni come questa, non sapevano nemmeno da che arma ognuno di loro provenisse; facevano il lavoro, tornavano e sparivano di nuovo, come fantasmi effettivi.

Pat era entrato a far parte dei Recuperandi quando era ancora Tenente, la sua prima missione era stata riportare indietro un polacco che era infiltrato in Serbia da anni e che conosceva troppe cose per poter essere lasciato vivo a lungo nelle mani dei Serbi. Quella volta si era distinto, lo avevano notato, il comandante della squadra di allora lo aveva segnalato e così, di volta in volta, Pat era stato chiamato, non importava dove fosse, come si chiamasse o cosa stesse facendo, quando era il momento, chiamavano lui. A volte pensava che in fondo era come una polizza sulla vita, anche se fosse stato rinchiuso nella più profonda delle prigioni militari e avessero buttato via la chiave, se avessero avuto bisogno di lui, lo avrebbero tirato fuori per il tempo necessario a compiere la missione e quindi in fondo era sempre una garanzia. Anche se sapeva bene che c’era sempre la possibilità che l’ultimo ordine ricevuto da uno dei suoi compagni avrebbe potuto essere quello di non farlo tornare indietro vivo.
Tre ore dopo Pat parcheggiò la macchina nel luogo dove viveva ormai da due mesi, chiuse il portone del garage e salì nell’appartamento blindato. Stava bene in quel posto, forse meglio che in ogni altro rifugio avesse mai avuto, a parte la casa sul lago.
Ma qui era circondato dalla più alta tecnologia, un sistema di videocamere di sorveglianza che controllavano l’esterno e le scale, le tapparelle blindate, la porta a prova di bomba, tutto gli dava quel senso di sicurezza e di relax di cui aveva bisogno.
Si fece una doccia, indossò la divisa ed uscì, doveva fare quasi sei chilometri a piedi per raggiungere l’altro alloggio, quello ufficiale, quello che conoscevano tutti, dove aveva la macchina di servizio con la quale avrebbe raggiunto il comando per le ultime istruzioni.
I briefing sarebbero stati due, il primo al quale avrebbe partecipato solo lui, come capo della missione, nel quale gli avrebbero fornito tutte le notizie utili per raggiungere lo scopo e il secondo, con i suoi uomini, dove sarebbero stati definiti i ruoli, i tempi.

Quel secondo briefing era sempre il più importante, avveniva quarantotto ore prima della partenza e lì ognuno dei partecipanti doveva arrivare “nudo”, come dicevano in gergo. Niente cose in sospeso, niente rimpianti, niente litigi alle spalle, quando fossero partiti dovevano avere la mente tesa solo alla missione. Perciò in quel briefing, oltre a studiare mappe e decidere posizioni, venivano anche messi in campo i problemi personali di ognuno di loro, veniva richiesto aiuto se necessario, veniva stabilita una strategia per rimettere a posto ciò che si poteva così che quando fosse venuto il “via” fossero stati tutti con la mente lucida, tesi solo a concludere nel migliore dei modi il compito a loro affidato.
Al Comando Pat fu fatto entrare da una porta secondaria direttamente nello studio del Generale Cossaro, comandante in capo di tutte le operazioni “sporche”, l’unico che sapeva i nomi di tutti quelli che partecipavano, l’unico che sapeva dove sarebbero andati e anche l’unico che avrebbe deciso se farli tornare indietro in caso di pericolo o se sarebbero stati sacrificabili. Pat lo conosceva da tempo, si ammiravano e si odiavano vicendevolmente, Cossaro sapeva quasi tutta la storia di quel Capitano rompiballe, a parte qualche dettaglio che non era riuscito a scoprire e avrebbe volentieri fatto a meno di usarlo, ma doveva anche riconoscere che era l’unico in grado di compiere queste missioni suicide e impossibili, quelle che nessuna altra Interforza avrebbe accettato e che, in ogni caso, avrebbe fallito.
Così lo accolse freddamente.

Spero siate pronti, lei e la sua squadra, capitano.

Come sempre, generale.

Questa volta ci sono di mezzo anche gli Americani, forse quando arriverete lì la patata sarà già stata tolta dal forno e voi non dovrete fare altro che prendervi la vostra parte e riportarla a casa, ma per sicurezza è meglio che siate pronti.
Distese sulla scrivania una cartina e Pat si chinò ad osservarla, memorizzando ogni singolo segno, aveva una memoria fotografica e nel giro di due minuti avrebbe potuto riprodurla senza alcun errore. Il Generale indicò un punto.

Filippine, Manila. Il Console italiano è già informato, vi aspetterà all’aeroporto e vi darà indicazione di dove si trovano i prigionieri. Come saprà, sono tre, due americani e un norvegese, i Navy Seals sono già stati informati, forse dovrete lavorare con loro.

Nessun problema.

Sono agenti infiltrati da almeno tre anni, hanno raccolto e continuano a raccogliere dati importantissimi sulla guerriglia, sui capi, sul traffico di armi. Il Governo filippino era a conoscenza di questi agenti e ha sempre preferito ignorare la questione, accontentandosi di usare le informazioni che venivano loro passate. Se uno di loro cade nelle mani sbagliate e lo fanno parlare, e sappiamo bene che ci riuscirebbero, non sarebbe solo la perdita di un agente ma probabilmente la distruzione di una intera rete di intelligence e la morte certa di almeno un’altra decina di persone insospettabili. Quindi l’ordine è riportarli indietro, vivi o morti. Lei capisce cosa intendo…
Il giovane Capitano annuì, ordine chiarissimo, se non potevano salvarli, dovevano ucciderli.

Pubblicato da edizioni24

Gaetano Daniele già Editore de Il Fatto e Il Notiziario (Settimanali per la distribuzione gratuita) Amministratore Il Notiziario e ith24.it Per contattare ith24 scrivere a: [email protected]

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