Il punto di Mario Sechi: “Nazionale horror. Il nostro Paese è migliore”

By Mario Sechi

Il calcio è una cosa seria e l’eliminazione della nostra Nazionale dal campionato europeo è una sconfitta che va oltre i cancelli dello stadio. Il calcio è la passione di un popolo, è un’industria, è costume e naturalmente anche politica. Chi ha visto e ha responsabilità si interroghi. L’autonomia dello sport non si discute, ma un sistema carico di debiti che chiede sostegno allo Stato e dice di fare faville (che non esistono), non può chiamarsi fuori dalla sua missione sociale, dalla responsabilità. Non è una questione che riguarda solo chi veste la maglia azzurra e va in campo.

Guardatevi intorno, altri oggi sono gli sport che tengono alta la bandiera italiana, altri i dirigenti e gli atleti che sono un esempio: il tennis che non ha solo il numero uno del mondo, Jannik Sinner, ma una generazione di talenti che con la racchetta dà lezioni di stile, classe e dedizione all’impresa; l’atletica che splende a livello mondiale, con un formidabile team di velocisti guidati da Marcell Jacobs, saltatori come Gimbo Tamberi, la lunghista Larissa Iapichino. Talenti che spiccano in tante discipline, tutti hanno un tratto comune che colpisce: l’umiltà e la fatica. Lavorano sodo, con discrezione, non ci inondano di dichiarazioni senza senso, non hanno la tracotanza di chi si sente ricco e in realtà mostra una povertà di spirito agghiacciante. Il nostro calcio è pieno palloni gonfiati. Tante volte nelle riunioni di redazione qui a Libero parliamo di questo mondo che sta colando a picco, spesso chiedo a Fabrizio Biasin di accendere un lume di speranza e lui, che conosce ogni palmo del terreno dentro e fuori, sfodera sempre un sorriso intriso d’ironia che ti mette in fuorigioco. La crisi è vasta e profonda: si parte dai campetti dove i giovani danno i primi calci al pallone (e gli allenatori dimenticano la magica parola «gioco»), si arriva ai club dove si parla di ingaggi milionari, la confusione comincia dalle maglie psichedeliche e infine si sprofonda nell’horror della Nazionale.


Sono le mie impressioni, certamente parziali e insufficienti a descrivere le sensazioni amare di un amante del calcio e dei valori dello sport, uno che da ragazzino ha passato le giornate a allenarsi con i compagni, a correre e faticare dietro al pallone, che ha imparato sui campi aridi dove ti sbucciavi le ginocchia la lezione profonda della lealtà, della vittoria e della sconfitta, il rispetto e il duro lavoro, l’amicizia. Sono certo che questi elementi in qualche luogo che non è stato ancora corroso dall’ignoranza esistono ancora, ma la rappresentazione del calcio italiano ad alto livello è esattamente quello che abbiamo visto in campo ieri a Berlino. Si dice che ce l’hanno messa tutta, se è così allora non avevamo proprio niente in campo e fuori, perché sul campo da gioco ci vanno tutti, il sistema, un intero Paese.

Una squadra azzurra che non combatte, inesistente nel gioco e priva di carattere, un allenatore che al fischio finale non ha pronte le scuse da dare agli italiani e parla con il tono surreale di una «bocciatura», quando si tratta di un naufragio, un gruppo di calciatori che si è fatto notare in campo per il record di tatuaggi e pettinature marziane, una federazione che fallisce in Europa dopo aver mancato l’appuntamento con i mondiali, un campionato mediocre che pullula di personaggi improbabili, pieno di stranieri senza gambe e testa, un movimento dove i calciatori italiani di talento sono diventati un’eccezione, un sistema che ha portato il minutaggio dei calciatori stranieri in campo al 65% del totale, una trasferta in Germania dove si è salvato un solo giocatore (è il portiere, Gigio Donnarumma). Questo circo deve tirare giù il tendone, è giunto il momento di azzerare tutto e dire che il nostro calcio è all’anno zero, che i campioni sono un’altra storia, che la nostra Serie A è zeppa di ciarlatani, che il racconto del nostro calciomercato è una cosa oscena. Non si tratta solo di una catastrofe sportiva, perché abbiamo visto in campo una squadra fantasma, mai sul pezzo, senza cuore, senza cervello, un esempio negativo per tutti gli italiani, a cominciare dai tanti giovani che non a caso si stanno allontanando dal calcio. Pensate a chi manda avanti la baracca, alle famiglie e alle imprese, a una classe dirigente laboriosa che esiste e ogni giorno fa dell’Italia un Paese del G7, la seconda manifattura d’Europa, patria della bellezza e della creatività. Gli italiani sono migliori, non sono quelli scesi in campo a Berlino. Tutti possiamo perdere, ma nessuno può tornare a casa sconfitto senza combattere.

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