M5S, Di Battista il viaggiatore sbatte la porta in faccia ai compagni e se ne va: “Stavolta non ce la faccio, li ho sopportati troppo”

L’addio di Di Battista dà il colpo di grazia al M5S. «Stavolta non ce la faccio». La scissione è alle porte. L’uscita di Di Battista infligge l’ultimo colpo al M5S già al tappeto. Per stessa ammissione dell’ex eminenza grigia di attivisti e dissidenti, non c’è più spazio di manovra. Lui, il “Che di Roma nord”, «non ce la fa più». E come un amante tradito. Ferito nell’orgoglio e deluso dalle tante promesse disattese, abbandona il Movimento 5 stelle e se ne va. Lo strappo dei giorni scorsi culmina ieri sera in un interminabile addio. Annunciato. Ribadito. Ufficializzato infine con un video-messaggio postato sui suoi profili social dalla didascalia emblematica: “A riveder le stelle”. In cui, come in ogni separazione che si rispetti, le parole tradiscono emozione ma anche la convinzione che, ormai, il divorzio è improcrastinabile. E così, il commiato recita: «Con il M5S è stata una bellissima storia, ma non posso andare contro la mia coscienza. Non posso che farmi da parte»… Lo strappo del Che di Roma nord sembra essere definitivo. E prelude ad altri addii, più o meno “illustri” nell’aria. L’atmosfera è satura all’interno del mondo grillino e le ultime mosse dei vertici, a partire dalle dichiarazioni del padre nobile, hanno slatentizzato negli ultimi giorni, un caos ormai ingestibile.

Il responso della piattaforma Rousseau sul governo Draghi restituisce la fotografia di un Movimento spaccato e, forse, sull’orlo di una scissione vera e propria. Il 59,3% degli iscritti M5S (oltre 44mila persone) ha dato il via libera all’ingresso del Movimento 5 Stelle nel prossimo esecutivo che sarà guidato dall’ex numero uno della Bce. Ma la fronda ribelle non ci sta. E minaccia lo strappo. È proprio Di Battista – mentre il gruppo dirigente, da Luigi Di Maio a Vito Crimi, si rallegra per la vittoria del “sì” – ad annunciare nel corso di una diretta Facebook il “divorzio” dal Movimento: «Stavolta non ce la faccio. Da diverso tempo non sono in accordo con alcune scelte del M5S. È  più che legittimo. Non posso far altro che farmi da parte. Da ora in poi non parlerò più a nome del Movimento 5 Stelle, anche perché in questo momento il Movimento non parla a nome mio. … non posso far altro che farmi da parte».

“Indigeribile” per l’ex mentore di Di Maio&co., l’esito del voto: «Ma lo rispetto», puntualizza. La «scelta politica di sedersi con determinati personaggi, in particolare con partiti come Forza Italia, in un governo nato essenzialmente per sistematizzare il M5S e buttare giù un presidente perbene come Conte… questa cosa non riesco proprio a superarla», si sfoga il dissidente numero uno. Che però, come cantava il Califfo,” non esclude il ritorno”. «Se poi un domani la mia strada dovesse incrociarsi di nuovo con quella del M5S, vedremo. Dipenderà esclusivamente da idee politiche. Atteggiamenti e prese di posizione». Intanto, la truppa parlamentare è in subbuglio. Procede a ranghi ridotti e in ordine sparso. Persino non tutti gli eletti schieratisi a favore del “no” accettano il risultato del voto. Qualcuno parla apertamente di rischio scissione, giusto per ridimensionare il vero processo di frantumazione in corso. «È una dinamica da non escludere» spiega per esempio il deputato Pino Cabras, che aggiunge: «Non voterò la fiducia a Draghi se le premesse sono queste. Nessuno conosce il programma. Per convincermi, Draghi dovrebbe stupirmi con effetti speciali».

E non solo. «Il voto di oggi è stata una brutta pagina per la democrazia», commenta con l’Adnkronos, tra gli altri, il senatore Emanuele Dessì. Mentre il collega Mattia Crucioli fa sapere che non voterà la fiducia in Aula, proprio come il deputato Andrea Colletti («al 99% dirò di no»). Per Elio Lannutti – uno dei più accesi oppositori del governo Draghi –, invece, quello di Rousseau è un voto “vincolante” che «impone di votare la fiducia al nuovo governo», dichiara a denti stretti. Ondivago, invece, l’ex ministro Danilo Toninelli, che pur avendo votato no su Rousseau, prova a rientrare nei ranghi: «Il voto va rispettato. Non sarà facile, ma ce la metteremo tutta». Una dichiarazione in stile “vorrei, ma non posso” che lascia aperto a più soluzioni contrapposte: dal “signor sì”, allo strappo conclamato. Uno strappo che prelude alla scissione. Come paventato da Casaleggio jr in un’intervista al Corriere della Sera, in cui commenta: «Chi oggi guida l’azione politica del Movimento dovrà fare in modo di non gestire questo momento con arroganza o la larga parte contraria a questa scelta potrebbe allontanarsi». Un monito che suona proprio come un avvertimento, nemmeno troppo velato alla leadership del M5s.

La senatrice Barbara Lezzi, invece, fedelissima di Di Battista, almeno per ora non commenta il responso delle urne virtuali. Le prossime settimane saranno cruciali per i destini del Movimento e non si esclude una nuova visita a Roma di Beppe Grillo, alle prese con l’arduo compito di ri-compattare un Movimento lacerato. Dilaniato. Vittima di un’emorragia di consensi e di parlamentari difficilissima da arginare. Una crisi endemica, ormai, che stavolta non si risolverà con l’ultima “trovata” di Grillo, arrivato addirittura a definire «Draghi uno di noi. Un grillino», pur di ostentare una omogeneità con il governo in fieri, a dir poco forzata. Se non proprio iperbolica. Una distanza siderale, quella dei vertici rispetto alla base, che l’ultima farsa del voto su Rousseau ha stigmatizzato ferocemente. E infatti, che per concludere con le parole di Di Battista:  «Il sì ha vinto col 60%, quindi zero polemiche. Allo stesso però dico che le decisioni si devono rispettare quando si possono accettare. Anche in questo caso io le accetto ma non riesco a digerirle. La mia coscienza politica non ce la fa». E non posso proprio andare contro la mia coscienza»… Amen. E così sia.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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