M5S, Conte si incarta da solo nei suoi giochetti, e resta col cerino in mano: il voto sul Dl aiuti genera maretta

Caos M5S, Conte col cerino in mano prende tempo. La fronda dei vice incombe sul voto al Senato. Show improvvisati e replicati a soggetto, penultimatum e rialzo della posta in gioco… “Venghino signori, venghino”, alla fiera del M5S, dove falchi e colombe volteggiano  impazienti intorno a Conte, mentre in sottofondo i toni si alzano. Le voci si confondono. E le chat si infiammano. Quel che resta della galassia pentastellata è in pezzi e il leader movimentista fa fatica a raccogliere e incollare i cocci, ma ci prova. «Siamo con un piede fuori dal governo, non reggiamo il moccolo», prova a ripetere in una sorta di leitmotiv il presidente dei grillini. Intanto, però, nel Movimento incalza il malcontento e cresce la fronda di chi vorrebbe divorziare politicamente da Mario Draghi.

Eppure, quanto gli ultimi frondisti in scena abbiano il potere contrattuale di rescindere il contratto con l’esecutivo, non è dato saperlo. Anche perché, come sottolinea tra gli altri Il Messaggero in queste ore, un fumoso «”ce lo chiedono i cittadini” affidato ai cronisti prima che Beppe Grillo lo richiamasse all’ordine la settimana scorsa, è rapidamente diventato un “Restiamo solo alle nostre condizioni“»… Integralisti e ribelli si allineano sul fronte della ritirata dal governo, con Di Battista, battitore libero, in pressing per andare a rete e abbandonare la partita di governo. Conte appare sempre di più in balia delle due fazioni, più vicine tra di loro di quanto non lo siano rispetto alle posizioni del leader.

Così, mentre i sottosegretari Todde e Sibilia difendono la postazione di governo. E con D’Incà che prova l’ennesima mediazione con i disobbedienti recalcitranti, il colpo di mano al momento sembra solo rimandato alla prima occasione utile. Che potrebbe presentarsi, ad esempio, già la settimana prossima, quando a Palazzo Madama si dovrà votare la fiducia al Decreto Aiuti dopo l’approvazione di ieri alla Camera. O magari, più sensazionalisticamente, al primo, possibile diniego a una delle richieste che Conte ha presentato a Draghi nel corso del summit di mercoledì a Palazzo Chigi. Al momento, allora, coi vice in prima linea sulle barricate a guidare la fronda, l’orizzonte è un orizzonte di guerra, che schiera in campo generali e generalissimi del Movimento.

A partire dalla senatrice Paola Taverna e dai deputati Riccardo Ricciardi e Michele Gubitosa. E, meglio mimetizzati in campo lungo rispetto all’avamposto d’attacco in primo piano: Mario Turco, fedelissimo dell’avvocato. E il ministro delle Politiche agricole e capodelegazione all’interno dell’esecutivo Stefano Patuanelli. Le motivazioni per l’assalto, dall’inceneritore a Roma alle armi a Kiev, non mancano e animano un cahiers de doleances che i grillini non mancano di rinfacciare all’esecutivo di cui fanno parte, nonostante tutto. Recriminazioni che, a ogni piè sospinto, potrebbero garantire la scusa per trasformare le rivendicazioni in una trappola allestita da tempo. Forti dell’appoggio a latere di un folto manipolo di senatori da sempre nemici del premier

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Tra loro, riferisce sempre il quotidiano capitolino, «Alberto Airola (sibillino appena pochi giorni fa: «Le fragole sono ormai marce»). Gianluca CastaldiAndrea CioffiVincenzo Santangelo e Mauro Coltorti. Ma anche il vice-capogruppo Gianluca Ferrara, l’ex ministro Danilo Toninelli e Alessandra Maiorino». E non è che vada meglio dai banchi della Camera, dove non hanno mancato di alzare la voce anche l’ex capogruppo alla Camera Francesco Silvestri, deputato “fichiano”, Luigi Gallo e, soprattutto, il tesoriere del Movimento, Claudio Cominardi.

Infine ci sono i dubbiosi, che tra borbottii e attendismo, incrementano la schiera di quelli che se il M5S alla fine staccasse davvero la spina non resterebbero semplicemente a guardare le scintille. Tra loro nomi di spicco come quello dell’ex sottosegretario Stefano Buffagnil’ex ministro Bonafede e il fautore del controverso superbonus: Riccardo Fraccaro. E, fuori dal gruppo parlamentare pentastellato sempre più depauperato e frammentato, Di Battista, la Raggi, con l’assessora alla Regione Lazio e capogruppo pentastellato della prima ora, Roberta Lombardi. Tutti seduti sulla sponda del fiume ad aspettare che passi quel che resta del “nemico”. E mentre le (cinque) stelle stanno a guardare, la base sbuffa. Si lamenta. S’infervora…

Pubblicato da edizioni24

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