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L’incapacità di Conte sulle zone rosse: Conte ha perso due settimane

Lo scaricabarile va avanti, ma le date aiutano a capire. Il 24 febbraio da Melbourne, dove è per un convegno sulla malaria, il professor Andrea Crisanti lancia l’allarme.

I dati del focolaio di Vó Euganeo sono spaventosi e il virologo che guida la task force del Veneto non fa sconti a nessuno: «Sarà una nuova spagnola – spiega a Francesca Angeli del Giornale – Avremo un numero altissimo di morti. Non ha più senso cercare il paziente zero. Ora servono misure draconiane».

A Vó i tamponi a tappeto hanno permesso di mappare il contagio e di costruire un argine per fermare l’epidemia.

Ma in Lombardia la situazione sta sfuggendo di mano: prima i comuni intorno a Codogno, poi casi a grappolo alle porte di Bergamo: all’ospedale di Alzano Lombardo ci sono due pazienti in fin di vita già il 23 febbraio.

Che fare? Crisanti ha intuito la portata devastante del virus, ma nessuno sembra ascoltare la sua voce e la regressione del male in Veneto viene sminuita o accolta come un regalo del cielo. La politica, la politica tutta tergiversa, balbetta, attende in generale informazioni che la comunità scientifica è a sua volta in difficoltà ad elaborare. Perché anche i tecnici si muovono in ritardo e male, spingendo poco e in modo confuso su strumenti decisivi come mascherine e tamponi.

La Lombardia, assediata da un’emergenza senza precedenti, sollecita l’intervento di Roma, ma non lo fa in modo formale. Un errore. Un limite. Ma a Roma già il 23 hanno preso in mano, almeno a livello generale, il drammatico problema e dunque Milano si colloca in seconda linea, perché la prima è stata occupata da Palazzo Chigi.

Se si vuole capire la diatriba sulla mancata zona rossa di Alzano Lombardo e Nembro, tema su cui la procura di Bergamo ha come consulente proprio Crisanti, bisogna partire dalla mossa del 23 febbraio. Quella domenica vengono sfornati un decreto legge e il primo dpcm di Conte. Sono di fatto le linee guida dell’emergenza: si stabilisce che la gestione della crisi sia scandita «con uno o più decreti del Presidente del consiglio, su proposta del ministro della Salute, sentito il ministro dell’Interno, il ministro dell’Economia e gli altri ministri competenti, nonché i presidenti delle Regioni competenti nel caso in cui riguardino esclusivamente una sola regione o alcune specifiche regioni, ovvero il Presidente della Conferenza dei presidenti delle regioni, nel caso in cui riguardino il territorio nazionale».

Insomma, i governatori hanno voce in capitolo, ma c’è mezzo governo nella pattuglia che deve fermare l’avanzata del nemico invisibile. I presidenti di Regioni e i sindaci possono firmare ordinanze, sulla base della legge del 1978, ma solo «nelle more dell’adozione dei decreti del presidente del consiglio». È il dpcm l’unità di misura della pandemia. La Lombardia avrebbe potuto fare di più? Certo, ma è innegabile che l’epicentro della lotta al virus sia da subito, da quella domenica di febbraio, Palazzo Chigi. Il problema è che il governo si muove con la lentezza di una lumaca, non spinge sull’acceleratore, ma il contagio corre velocissimo. Il 1 marzo ecco un nuovo dpcm, ma stringi stringi la zona rossa resta solo quella degli undici comuni del Lodigiano già blindati a febbraio. Non si fanno passi in avanti, il tempo gioca contro, quel che è accaduto a Vó, la tragedia sfiorata ed evitata dall’abilità degli specialisti, viene colpevolmente ignorato.

Molti esperti hanno l’orizzonte corto e Roma aspetta ancora altri dati e informazioni, senza cogliere la gravità del momento. Il 3 marzo si riunisce il Cts che finalmente propone l’istituzione della zona rossa ad Alzano e Nembro flagellati dalla nuova peste. Ma incredibilmente si perdono altri giorni preziosi quando anche le ore sono decisive. Milano attende e questo è uno degli aspetti dell’inchiesta di Bergamo, ma la serie dei dpcm fa capire che in quei giorni è da Roma che si aspetta la controffensiva. E invece si va avanti a discutere di colori: zone rosse e arancioni, in un pasticcio cromatico. In un’altra riunione, il 4 marzo, il ministro Speranza assicura ai vertici della Regione che riproporrà la creazione dell’attesa zona rossa.

Ma sono disquisizioni. Solo l’8 marzo alle tre del mattino Conte chiude la Lombardia e altre 14 province del Nord. Il giorno dopo, con un’ulteriore sterzata, parte il lockdown. Dalla profezia di Crisanti sono passate quasi due settimane. Troppe. E la provincia di Bergamo diventa un mattatoio.

Pubblicato da edizioni24

Gaetano Daniele già Editore de Il Fatto e Il Notiziario (Settimanali per la distribuzione gratuita) Amministratore Il Notiziario e ith24.it Per contattare ith24 scrivere a: [email protected]

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