Letta sul filo del rasoio, nel Pd lo vogliono buttare fuori ed invocano il congresso: “Solo chiacchiere e distintivo”

Letta, il Pd e la poltrona che scotta. Nel Pd non sognano altro che un congresso che liberi il partito da colui che nelle segrete stanze del Nazareno è definito oramai come colui che non ne ha azzeccata una. Mettere in fila un po’ di elementei per credere.  Il penoso tentativo di arruolare  Marcell Jacobs a favore dello Ius soli. Lo “schiaffo” da parte del campione che non ci ha pensato due volte a rispedire al mittente il tentativo di farne un vessillo per la campagna dem. L’accoglienza tiepida per non dire gelida dello ius soli da parte dei cinquestelle: Raggi e Taverna sono state due voci di peso e hanno dichiarato che la misure “non è una priorità”. Dunque, una sortita politica che non ha portato a nulla se non polemiche e imbarazzi.

Ancora: “schiaffi” a Letta da parte di ben tre esponenti del Pd che hanno pubblicamente dichiarato di andare a sottoscrivere i referendum  sulla giustizia voluti da Salvini. Sono Bettini, il segretario di Bergamo Gori e in ultimo  Luciano Pizzetti – apprendiamo da Libero-  deputato democratico ed ex sottosegretario alle Riforme con i governi Gentiloni e Renzi. C’è chi soga già un “dopo Letta”, analizza Stafano Re. Un congresso che magari investa  Stefano Bonaccini, sogno che una parte del Partito democratico non ha mai  accantonato.

Prova ne sono le “chat”  sui  cellulari dei parlamentari piddini, rivela il retroscena di Libero. Riguardano essenzialmente lo ius soli. I dem sono imbufaliti non per la misura in sé ma per il modo usato da Letta. Criticano “il modo in cui Letta l’ha portata avanti, rifiutando ogni confronto con il centrodestra. Un metodo giudicato «disgraziato» tanto quanto quello usato per il ddl Zan. Che infatti è finito nelle sabbie mobili del Senato”. Errore tattico: «E adesso rischiamo di fare il bis con lo ius soli», dicono dalle parti di Luca Lotti e del ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Ossia in Base riformista, la  corrente più critica con il segretario. Sono tutti più realisti di lui: non ci sono i numeri. Glielo hanno detto i suoi, glielo hanno gridato dal centrodestra, ma Letta è andato a sbattere lo stesso, è il giudizio all’interno della corrente Pd: “In parlamento non ci sono i numeri, non c’è una maggioranza sullo ius soli così come non c’è sulla legge Zan», commenta un piddino emiliano sondato da Libero; «e non capirlo, come fa Letta, significa fare un altro regalo a Salvini».

Glielo ha detto anche Renzi:  «E’ inutile attaccare Salvini, quando i tuoi alleati, come la Taverna o Di Maio, usano le stesse parole di Salvini». L’altro tema che sta mandando ai matti i dem sono le fantomatiche “Agorà” volute da Letta, fin dal suo primo riapparire in qualità dei segretario. Cosa siano nessuno lo capisce. Molto fumo. E poi? Se anche all’interno del partito non sanno bene a che servano, sono però tutti del parere che “sono state un mezzo flop: nell’esordio a Napoli, con tutti i candidati sindaco presenti, si sono visti parecchi posti vuoti in platea. Normale che tra i rivali di Letta monti il dubbio: non vorrà mica usare simili messinscene per evitare il congresso?”. Questo è il clima.

«Il congresso nessuno lo ha chiesto e io non lo chiedo. Abbiamo le amministrative e il lavoro delle Agorà per costruire un nuovo centrosinistra», ha dichiarato più volte Letta. Ma lo schema è un po’ cambiato. Prima delle elezioni del 2023 quel congresso che Zingaretti aveva auspicato e che era stato “congelato” con l’arrivo di Letta, è più  che una prospettiva. Fin’ora ha funzionato una sorta di tregua nel litigiosomondo del Pd. Ma ora “il salvacondotto è scaduto e da Base riformista fanno sapere che quel congresso s’ ha da fare”, leggiamo nel retroscena. Dopo l’elezione del prossimo presidente della repubblica, ossia a marzo, e al più tardi nell’autunno del 2022.

Sono agguerriti: «Siamo pronti a fare le barricate, Agorà o non Agorà», promette un parlamentare di primo piano. Per capire l’aria che tira, basta vedere il lungo elenco di esponenti del Pd che chiedono di partecipare agli incontri nei quali Bonaccini presenta “Il Paese che vogliamo”, il suo libro, che è una sorta di programma per il governo dell’Italia”. Un libro che stando ai numeri sta avendo più seguito di “Anima e cacciavite”. 

E intanto, tanto per cambiare fiorisce un’altra corrente. Nelle ultime ore è nata “Comunità democratica”, promossa dall’ex capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, e dall’erede alla guida dei deputati dem, Debora Serracchiani. Lo annota il Giornale. “Entrambi hanno garantito che la volontà è quella di animare il dibattito interno, portare idee, senza voler intralciare il ruolo del leader. Ma nel partito, a microfoni spenti, si sta consolidando una convinzione: “È iniziato il riposizionamento in vista del congresso, che è ormai inevitabile perché l’arrivo di Letta alla segreteria non ha portato una spinta significativa”

Pubblicato da edizioni24

Sito a cura di Rita De Marco dal 07/09/2021. Rita De Marco è una studentessa di Napoli, aspirante giornalista, fashion Blogger. Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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