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L’accusa di Calabresi ai compagni: “I comunisti che stavano con le Br hanno fatto carriera…”

Mario Calabresi accusa: gli anni di piombo sono lontani, ma molti, troppi, non si sono ancora assunti la responsabilità piena dell’odio seminato. Della violenza spalleggiata. Sono i compagni, gli ex, che hanno fatto carriera e hanno rimosso tutto. E che dovrebbero parlare e dire ciò che sanno. Per rimettere a posto le tessere di un mosaico che è ancora sfocato e impreciso.

A parlare così è appunto Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi ucciso nel 1972 da Lotta Continua. Le sue riflessioni le riporta il Corriere, sottolineando che quello di Calabresi è un vero e proprio atto di accusa. «Qualcuno a sinistra si è offeso perché pensa che l’omertà sia legata solo alla mafia. Io vorrei che i ragazzi di quella generazione, che ora sono dei nonni, uscissero dal loro silenzio. Penso che non abbiano mai voluto raccontare la verità per un motivo: hanno voluto difendere le loro carriere».

E ancora: «Alcuni hanno fatto carriera in aziende e nel mondo della comunicazione: come potevano spiegare che stavano dalla parte dei brigatisti? Come lo giustificavano davanti ai figli e ai nipoti? Possiamo anche non rivangare il passato, ma c’è un passaggio fondamentale — dice Calabresi —: l’utilizzo della violenza e il rapporto tra politica e violenza. La violenza ha causato solo distruzione e nessun cambiamento sociale. Il terrorismo ha chiuso ogni possibilità di cambiamento, quella stagione ha liberato germi che vivono ancora oggi».

Poi Calabresi rivela un dettaglio inedito: “Per l’omicidio di mio padre sono stati condannati in quattro: il mandante morale, il capo del servizio d’ordine di Lotta continua — ancora latitante a Parigi —, chi ha sparato e chi ha guidato l’auto. Ma sappiamo anche chi ha acquistato le armi, chi le ha custodite, chi ha fatto i sopralluoghi, chi faceva il palo, chi ha seguito per giorni l’auto di mio padre. Questi non sono mai stati processati perché mancavano gli elementi. Ma non hanno nemmeno mai parlato. A tre di loro ho rifiutato la stretta di mano”.

L’occasione di questo j’accuse di Calabresi è la presentazione del suo ultimo libroQuello che non ti dicono, che narra la tragica vicenda di Carlo SaronioSaronio era un attivista di Potere Operaio e venne rapito e ucciso da un gruppo di estrema sinistra: il riscatto chiesto alla famiglia doveva servire per finanziare il Fronte Armato Rivoluzionario Operaio. Una vicenda che risale al 1975 e che offre a Calabresi lo spunto per denunciare un clima di complicità con l’estrema sinistra di molti ex che poi si sono integrati alla grande, senza mai chiedere scusa per il loro passato filo-brigatista.

Pubblicato da edizioni24

Gaetano Daniele già Editore de Il Fatto e Il Notiziario (Settimanali per la distribuzione gratuita) Amministratore Il Notiziario e ith24.it Per contattare ith24 scrivere a: [email protected]

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