La svolta: le indagini private non sono più uno scandalo. Nella riforma uno stop agli abusi

Basta con lo scandalo delle inchieste fatte di nascosto, scavando per mesi e mesi su un obiettivo senza neanche iscriverlo nel registro degli indagati, violando il suo diritto alla difesa e allungando a dismisura la durata del fascicolo: come accadde per Silvio Berlusconi, Roberto Formigoni, Raffaele Fitto e altri personaggi eccellenti, ma anche per cittadini qualunque accusati di ogni genere di reati.

Nella riforma che il ministro della Giustizia Marta Cartabia porterà all’esame del Parlamento ci sono anche le norme destinate a mettere freno a una delle peggiori abitudine delle Procure della Repubblica: quella di ritardare all’infinito la apertura formale dell’indagine, per tenersi le mani libere e lavorare senza troppi controlli. Per ottenere questo risultato, la Cartabia ha dovuto scontrarsi con le resistenze dei magistrati, e il testo finale è meno netto e severo di quanto doveva essere inizialmente. Ma un passo decisivo è stato compiuto.

Il codice di procedura penale prevede che l’iscrizione nel registro degli indagati avvenga «senza indugio» appena emergono a carico di un soggetto elementi che fanno ipotizzare un reato. Da quel momento iniziano a decorrere i sei mesi di durata delle indagini preliminari, che possono essere prorogati più volte: ma avvisando l’indagato dell’inchiesta in corso. È una garanzia elementare per impedire che chiunque possa essere tenuto nel mirino a sua insaputa all’infinito. Ma sono innumerevoli i casi in cui le Procure aggirano l’obbligo: iscrivendo solo i complici, fingendo che l’inchiesta sia a carico di ignoti, o addirittura parcheggiando il fascicolo nel limbo del «modello 45», il registro delle notizie «non costituenti reato»: pronte a tirarlo fuori al momento opportuno, e con le prove già raccolte con tutta calma contro quello che era fin dall’inizio il bersaglio designato.

Finora, l’unica sanzione a carico dei pm per avere violato quest’obbligo era una sanzione disciplinare: che poi spesso nemmeno veniva irrogata, perchè il Csm in linea di massima perdonava i colleghi incolpati. Nel 2010 a Bari il consigliere regionale Salvatore «Tato» Greco denunciò di essere stato indagato per otto anni e mezzo senza mai venire iscritto. Il pubblico ministero titolare del fascicolo finì sotto procedimento disciplinare ma venne prosciolto dal Csm, di cui peraltro lui stesso faceva parte. Tato Greco fu poi assolto.

Nella «commissione Lattanzi», il gruppo di studio creato dalla ministra Cartabia per preparare la riforma, la proposta avanzata da avvocati e docenti universitari contro questa patologia giudiziaria era semplice: in caso di accertato ritardo, l’iscrizione viene retrodatata, i sei mesi di indagini si calcolano dalla nuova data, e tutti gli atti di indagine compiuti successivamente alla scadenza diventano inutilizzabili. Un rimedio formidabile contro gli abusi. Ma la componente di magistrati della commissione Lattanzi si è battuta per annacquare il testo, proprio per evitare troppi lacci alla libertà d’azione dei pubblici ministeri. Il testo definitivo approvato in Consiglio dei ministri e inviato alla Camera risente delle pressioni delle toghe: la retrodatazione avverrà solo «in caso di ingiustificato ed inequivocabile ritardo» nella iscrizione dell’indagato nel registro della Procura; inoltre al difensore dell’indagato (a differenza che ai pm…) vengono imposti termini rigidi per sollevare l’obiezione e «l’onere di indicare le ragioni che sorreggono la richiesta». É chiaro che i due aggettivi inseriti nel testo per cui il ritardo per essere sanzionato deve essere «ingiustificato ed inequivocabile» verranno interpretati nel modo più restrittivo possibile, ed impiegati dai pubblici ministeri per mantenersi la maggiore libertà di azione. Resta il fatto che all’arbitrio attuale l’intervento della Cartabia mette finalmente un freno che potrebbe rivelarsi decisivo.

(La Procura di Milano iscrisse Silvio Berlusconi nel registro degli indagati per il caso Ruby il 21 dicembre 2010, cinque mesi dopo avere iniziato a indagare su di lui. Grazie al ritardo nell’iscrizione, la Procura potè chiedere per il Cavaliere il processo immediato. Nessuno è stato mai sottoposto a procedimento disciplinare)

Pubblicato da edizioni24

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