La prima missione non si può descrivere, Capitan Nessuno: “Oggi un ragazzo ha bussato alla mia porta, parte per l’Afganistan”. Poi a Corvo: “le sensazioni non mentono”

By Pistone

La prima missione oltre oceano non si può descrivere, ti entra dentro. Sei pronto, preparato, addestrato. Sia sotto il profilo psicologico che pratico. Ma non puoi fare a meno di pensare. Guardi il sacco, cosa dimentico? Le mani ti sudano. Accendi il cellulare e scorri la rubrica telefonica. Cerchi quei ricordi che almeno per un momento ti hanno fatto star bene. Gli amori. La famiglia. Gli amici. RiguardI le tue targhe, e le stringi con la mano del cuore. Ho visto militari abbracciarsi e piangere come bambini. Una scena tra Corvo e Argento mi rimase impressa: due militari che l’unica cosa che non hanno condiviso sono state le loro donne. Sempre insieme, uniti. Dal corso di guerra ai primi lanci fino a condividere le brande. E quando l’uno mancava l’altro ne sentiva la mancanza.come un genitore che non vede rientrare a tempo il proprio figlio. Ma quella volta il destino li separò: Corvo in guerra senza Argento..Quell’abbraccio fino alle lacrime mi segnò.

Oggi un ragazzo mi ha bussato alla porta… al mio “avanti” l’ho visto entrare con sguardo triste. E ho rivissuto, per un attimo quella scena tra Corvo e Argento. Entrando molto umilmente mi diceva: Scusi se la disturbo, sicuramente mi prenderà per pazzo, ma ho bisogno di sfogarmi Capitano.

Parto domani per la mia prima missione in Afghanistan. Così che gli ho detto di andarci a fare una passeggiata, passo dopo passo, parola dopo parola si percepiva un senso di delusione, di timore e di resa. Ad un certo punto mi guarda e mi fa: “lei non ha mai paura?” Mi son messo a ridere, e poi gli ho detto: La paura non è nient’altro che una parola, è un qualcosa fatto mito, ma… questo, il tuo cuore è colui che deve opporsi sempre a tale parola!

Sono rimasto così tante volte deluso in questa vita che per contarle mi servirebbe un master in scienze matematiche, ma poi ho preferito saper fare i conti con la vita piuttosto che fare il conto dei dolori, delle perdite e delle delusioni.

Vedendolo non convinto delle mie parole l’ho riportato con me in ufficio, ho aperto un cassetto e gli ho detto: Vedi, qua ci sono foto, lettere, medaglie… Infine son tutti ricordi, e la maggior parte di essi mi han messo “paura”, ma credimi, ad oggi l’unica paura che ho è quella di pensare “e se non avessi fatto tutto ciò?” Presi una foto e gliela feci vedere. Vedi? Questo si chiamava …non importa il nome. Era molto timido, arrossiva facilmente ma con un’arma in mano era magnifico. Sapevamo che aveva una fidanzata al paese ma lui non aveva mai detto il nome, si accontentava di sorridere e diventare rosso quando lo prendevano in giro. Un giorno restammo accerchiati in una enclave, nemici tutti intorno e nessuna possibilità di uscirne vivi. Lui ad un certo punto ci guardò tutti e con un lieve sorriso disse “dite a Graziella che l’amo” e scivolò a terra, portandosi appresso la mitragliera e delle bombe a mano. Avevamo capito e così ci mettemmo a girare in tondo sparando, mentre sentivamo gli scoppi delle sue bombe a mano e il crepitare della sua mitraglia. Poi davanti a noi ci fu un varco ed uscimmo e dietro di noi la mitraglia non sparò più e l’ultimo suono fu un unico colpo di pistola. Tornammo indietro quella sera stessa, lui era disteso a terra in mezzo alla strada, un sorriso sul volto e la pistola d’ordinanza ancora in mano. Aveva scelto la sua morte per dare a tutti noi la vita e solo in quel momento aveva detto il nome della fidanzata.

Presi un’altra foto e la posai sulla scrivania. Questo era nato per fare il paracadutista, aveva superato tutti i corsi come fossero caramelle, si lanciava come camminava. Poi, in una missione non difficile, quasi una passeggiata, cadde malamente e si ruppe l’osso del collo. Sua madre e i suoi sono ancora in pagina e noi lo commemoriamo ogni anno, era ed è uno di noi, anche se per poco. Presi un’altra foto e la posai vicina alle altre. E questo invece aveva paura di lanciarsi. Talmente paura che ogni volta sembrava una tragedia. Faceva gli scongiuri, aveva amuleti, rosari, preghiere speciali…un giorno lo presi da parte e gli dissi perché accidenti aveva scelto di entrare in un corpo paracadutista se aveva così paura di lanciarsi e lui mi guardò con gli occhi sgranati. “Ma Capitano, ho sempre desiderato di fare il paracadutista!!!” Non ricordo come lo perdemmo, ma anche lui è andato avanti.
Vedi, il cuore non è molto grande, ci entrano le poche persone che ami, i ricordi più significativi ed i tuoi ideali… credimi, non c’è posto per la paura.

Poi presi un’ultima foto: ho detto lui: vedi questo bendato? Lo chiamavano il Corvo, dicono che ha un viso d’angelo. Cercava sempre di svignarsela dai servizi, non so come sia ancora vivo. Una volta si buttò solo in un capanno affrontando 3 talebani armati fino ai denti per salvare una afgana da uno stupro. Si lanciava di spalle perché diceva che voleva essere cullato dal vento. Come me, ha perso un fratello tra le sue braccia. Era irriconoscibile. Ma non appena rientrava dalle missioni non vedeva l’ora di ripartire affinché onorare la sua bandiera. Per quello che era stato chiamato a servire.

Quel ragazzo mi ha guardato e mi ha detto: Forse ho capito, come farei a scordarmi di una persona come lei, Capitano. Queste parole, di queste azioni… di tutti questi fratelli… sarebbe più facile scordarmi della paura.

Capitan Nessuno

Pubblicato da edizioni24

Sito a cura di Rita De Marco dal 07/09/2021. Rita De Marco è una studentessa di Napoli, aspirante giornalista, fashion Blogger. Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.