La piccola Del Pozzo uccisa dalla mamma, Daniele: “Le statistiche dicono che le mamme fanno più vittime della guerra”

By Gaetano Daniele

E che cosa posso scrivere? Certo. Sono arrabbiato. Un altro piccolo “Angelo” che vola in cielo per mano di chi chiamava “mamma”. Di chi avrebbe dovuto proteggerla a costo della sua stessa vita. Senza ipocrisia. Senza scuse. Senza sé, ma, però. Quello che lascia sgomento di queste assassine, sono le giustificazioni: “hanno rapito mia figlia”. Oppure come il caso Franzoni: “C’era una macchina nera vicino casa. Qualcuno è entrato in casa”. Sono lucide. Premeditano. Guai a dargli l’infermità mentale. Altrimenti entriamo in un circolo vizioso e non ne usciamo più. Subentrano psicologI che iniziano a teorizzare aspetti che se stai bene dopo devi rivolgerti ad un altro psicologo per farti curare. E tornando alle assassine, come è capitato alla Franzoni & Co, capita dopo anni di vederle anche uscire dal parrucchiere o dal supermercato come nulla fosse successo. Ci bombardano la testa che in fondo dobbiamo anche compatire. E se la discussione non va per le rime, dobbiamo chiedere pure scusa per averle etichettate assassine. Scusi signora, ha bisogno di qualcosa? Un po di zucchero, di caffè? Un uomo? Come possiamo aiutarla? Tanto la bambina ormai è morta. Basta scusarsi. E guai ad invocare l’ergastolo o la pena di morte,sei un fottuto fasciata rancoroso. Ma andate affanculo. Vi ci mando io.

Le statistiche americane ci dicono che ne uccidono più le mamme di qualsiasi guerra Nessuno tocchi la mamma. Fa orrore solo l’idea che possa essere lei Caino. Speriamo tutti di no. Ma se così fosse si tratterebbe della soluzione più banale, la più assolutamente “normale” e ricorrente. Quando vengono ammazzati bambini in culla spesso è stata la mamma; le statistiche e le cronache giudiziarie sono crudeli ma inequivocabili.

La mamma continua ad ucciderne più della guerra, e non solo nel mondo ancora “barbaro” dove si annegano le neonate.
Statisticamente ogni tre giorni, da qualche parte negli Stati Uniti, una mamma ammazza i figli”. Non lo dico io. Lo dice Cheryl L. Mayer, psicologa e avvocato, una delle massime autorità nel campo, che ha recentemente pubblicato con la giurista Michelle Obermann il libro Madri che uccidono i loro bambini.

Le statistiche inglesi ci dicono che i bambini al di sotto di un anno hanno quattro volte più probabilità di morire ammazzati di qualunque altra fascia d’età.
Negli Stati Uniti il privilegio si estende alla fascia da uno a cinque anni. Anche se la soglia più dura da superare resta quella del primo giorno di vita: si rischia di essere ammazzati dalla mamma il giorno della nascita dieci volte di più di quanto si rischi di essere ammazzati da chiunque altro, per qualsiasi altra ragione, compresi guerra e terrorismo, in qualsiasi altro giorno della propria vita.

A uccidere i bambini non sono mostri, orchi o maniaci. Secondo le crime statistics dell’FBI, nel 57% dei casi rilevati nel 1999 gli assassini dei bambini erano uno o entrambi i genitori, più spesso le madri. In un altro 8% dei casi gli assassini erano altri membri della famiglia: fratelli e sorelle, zii e zie, nonni e nonne. In un altro 30% dei casi i responsabili erano amici di famiglia, vicini, gente fidata.

Insomma, nel 95% dei delitti di questo tipo l’estraneo non c’entra, il mostro è in casa.
Spesso proprio colei che viene considerata l’angelo della casa.

Più pietà per Medea che per Urano. Statisticamente le donne sono meno violente degli uomini, vi sono meno assassine che assassini. Sono rare, anche negli Stati Uniti, quelle che hanno preso una pistola, ammazzato il capufficio, sterminato i colleghi. Si rifanno però sui figli. Altro dato che colpisce è che di solito lo fanno con particolare ferocia, accanendosi sulle piccole vittime. Talvolta torturandole. Spesso vengono massacrate con le nude mani, a calci e pugni, pestate per ore intere, giorni, settimane.
Si rompono colli scuotendoli con violenza, si frantumano ossa a martellate, si fracassano crani con gragnuole di colpi. Se si usa il coltello, raramente la vittima è sgozzata, tipo Abramo ed Isacco: più spesso si contano decine e decine di coltellate.

Se non li annegano li bruciano, li avvelenano, li strangolano o li lasciano cuocere ancora vivi nel bagagliaio di un’auto esposta al sole magari per giocare a Bingo. Dove molte mamme vendevano il proprio corpo. O magari per incontrare l’uomo per il quale avevano preso una cotta, ma a cuocere realmente erano i figli. .

Sono omicidi furiosi, “da pazze”, non da fredde menti calcolatrici. Perché lo fanno?
Phillip Resnick, autore di uno studio ormai classico che risale al 1969, aveva abbozzato alcune tipologie: perché il figlio è indesiderato, per incuria e abbandono, per pietà quando è malato o handicappato, per vendicarsi del marito, per disturbo mentale, per depressione post partum. Già allora emergeva una netta tendenza a considerare “malata” più che “assassina” la donna che uccide i propri figli. A differenza di quanto avveniva per il genitore assassino dell’altro sesso.

Le mamme, osserva Resnick, finivano nel 68% dei casi in ospedale, solo nel 27% dei casi in prigione o nella cella della morte. Per i padri assassini le proporzioni erano invertite: il 72% in galera o dal boia, solo il 14% in manicomio.

L’antica tendenza a giustificare, a provare pietà per Medea più di quanto saremmo disposti a giustificare Urano, continua, e risulta più accentuata in Europa.
Uno studio recente del British Journal of Criminology analizza come ci sia un trattamento diametralmente opposto a seconda che il genitore assassino sia il padre o la madre. Altra particolarità statistica è che, mentre i padri che ammazzano i propri figli si autopuniscono col suicidio, più raramente questo avviene per le mamme. Alcune lo tentano, ma in genere non riescono a portarlo a compimento. Una delle teorie esplicative è che per la donna i figli sono un’estensione immediata di se ed ucciderli equivale ad uccidersi, quindi il tentativo di suicidio diviene la mera rappresentazione di un evento già avvenuto.

In America hanno fatto notizia i casi di Marylin Lemack, l’infermiera di Chicago che ha ammazzato i tre figli per vendicarsi dei tradimenti del marito, e della texana Andrea Yates, che li ha annegati perché potessero “salire in cielo”. “L’originalità, rispetto alle centinaia di casi studiati, è proprio che la cosa abbia suscitato l’attenzione del pubblico. Forse perché non si trattava di povere pazze, criminali, magari nere” spiega Cheryl Meyer.

Io ad esempio, potrei tollerare un ladro. È sempre esistito dai tempi di Gesù. Ma non potrò mai tollerare chi toccai bambini. Siano essi figli o meno.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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