Martina Patti, la mamma assassina non ha agito da sola. Parte la caccia ai complici: si guarda in famiglia e agli amici

Martina Patti, la 24enne che ha ucciso con sette coltellate la figlia Elena Del Pozzo, di quasi 5 anni, ha agito da sola? E dove l’ha uccisa?

Un aiuto fondamentale agli inquirenti per fare luce su quanto è accaduto quel maledetto 13 giugno sarà fornito dai video delle telecamere che riprendono la zona dove si trova l’abitazione di Mascalucia in cui vivevano madre e figlia, mentre nessuna telecamera è puntata sul campo in cui la madre ha fatto rinvenire ai carabinieri il corpicino esanime della bambina. Era in una fossa poco profonda, avvolto in 5 sacchi neri e coperto con terra e cenere vulcanica. I rilievi in casa proseguiranno nei prossimi giorni e l’abitazione resta sotto sequestro. La bambina potrebbe essere stata uccisa lì in una giornata che, dal racconto di Martina, trascorreva nella normalità: Elena aveva guardato i cartoni dal cellulare mentre la mamma stirava, poi ha mangiato un budino e qui si interrompe il racconto. Martina sostiene di avere un vuoto. È forse questo vuoto il momento dell’accoltellamento alle spalle, mentre si avviavano all’uscita di casa.

I rilievi nel campo, pure con l’utilizzo di droni, invece sono già conclusi, e anche se sulla terra battuta è più difficile individuare del sangue, il fatto che l’area non sia sotto sequestro indica che non sarebbe stato trovato nulla di interessante ai fini delle indagini. I video saranno ancora una volta fondamentali per capire se Martina abbia avuto un complice. Tutti gli alibi delle persone vicino a lei sono stati, da prassi, controllati. Troppe le bugie raccontate dalla donna, a cominciare dalla denuncia del sequestro della piccola da parte di un commando armato di uomini incappucciati che le avrebbero anticipato che Elena sarebbe morta. Il delitto ruota attorno alla gelosia che nutriva nei confronti dell’ex compagno e del rapporto sereno che lui aveva intrecciato con un’altra. Martina non digeriva la cosa, malgrado anche lei abbia un uomo, anche se non convivono.

Ma soprattutto, ed è qui, pare, la chiave del figlicidio, non riusciva ad accettare che Elena fosse felice della relazione del papà e che si era affezionata alla matrigna. Il dolore per l’abbandono, la frustrazione provata sono state anteposte alla felicità di Elena, vittima sacrificale e strumento per far soffrire l’ex. Martina ha voluto sottrarla ad affetti di altre persone e alla felicità che non coinvolgeva lei.

La procura di Catania contesta la premeditazione, perché in altro modo non potrebbero spiegarsi alcuni dettagli e la versione inventata: zappa e pala per scavare, sacchi per il corpo, la denuncia del rapimento che è servita non solo ad allontanare da lei ogni responsabilità sulla scomparsa di Elena, ma anche a fare ricadere la colpa sull’ex, a cui avrebbero fatto riferimento i rapitori rivangando un suo arresto per rapina finito poi con un proscioglimento. Tutto ciò per colpirlo dinanzi alla giustizia, ma soprattutto per farlo soffrire per la perdita della figlia. Martina, dal carcere di Piazza Lanza, a Catania, dove viene controllata h24 per timore che si faccia del male, sostiene che quando ha ucciso Elena non era in sé: «Era come se qualcuno si fosse impadronito di me». Per l’avvocato Gabriele Celesti, che valuta la perizia psichiatrica, è «tutt’altro che fredda e calcolatrice, sta prendendo consapevolezza del fatto». «Ha agito come se avesse avuto una forza sovrannaturale alla quale non ha potuto resistere e non c’è stato un pensiero che l’ha potuta frenare» ha detto il legale. Oggi è in programma l’autopsia sul corpicino e l’interrogatorio di garanzia per la convalida del fermo della madre.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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