La “Gioconda Afghana” di McCurry è salva

La Gioconda è a Roma. Non il capolavoro di Leonardo. Ma la donna afghana, in carne e ossa, che lo scatto del fotografo Steve McCurry trasformò nella Monna Lisa contemporanea, immortalata quando aveva appena 12 anni e divenuta celebre quando comparve sulla copertina del National Geographic un anno dopo. Era il 1985. Sono passati 36 anni da quella foto e oggi Sharbat Gula è arrivata in Italia grazie al programma di evacuazione del nostro governo per l’accoglienza e l’integrazione dei cittadini afghani, migliaia dei quali ancora oggi in fuga dal regime dei talebani dopo la presa di Kabul ad agosto e il ritiro delle forze Nato. A dare la notizia dell’approdo di Sharmat nella capitale è stata proprio la presidenza del Consiglio, che sottolinea di aver «propiziato e organizzato» il trasferimento nel nostro Paese in seguito alla richiesta di aiuto della donna a lasciare l’Afghanistan.

È un arrivo simbolico, anzi salvifico in un momento in cui l’intera popolazione afghana patisce da una parte il disastro economico di un Paese al collasso, dall’altra la totale compressione dei diritti e delle libertà per ordine del nuovo Emirato islamico, impietoso soprattutto nei confronti delle donne, a cui è di fatto vietato studiare, lavorare e uscire da sole, senza un mahram, un guardiano di sesso maschile che le accompagni, come ha ricordato ieri Amnesty Italia in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

È un arrivo ancora più simbolico, quello di Sharmat, perché da bambina a donna, la sua biografia è ormai un simbolo mondiale del travagliatissimo destino dell’Afghanistan sin da quel lontano 1985. Allora la ragazzina dallo sguardo magnetico e spaesato, i grandi occhi verdi, era un’orfana afghana incontrata da Steve McCurry nel campo profughi di Peshawar, in Pakistan, dopo che aveva perso i genitori a soli 6 anni nella guerra russo-afghana. Quando il fotografo americano si mise al lavoro, Sharmat era a scuola, durante una delle lezioni che oggi vengono negate a milioni di sue coetanee in Afghanistan. «Mi accorsi subito di quella ragazzina . Aveva un’espressione intensa, tormentata e uno sguardo incredibilmente penetrante», raccontò poi McCurry. «Quando ho cominciato a fotografarla, non ho sentito e visto più nient’altro. Mi ha preso completamente (…). Tutto era stato perfetto, la luce, lo sfondo, l’espressione dei suoi occhi». La ragazzina non era mai stata fotografata e non aveva mai visto una macchina fotografica prima. Nel 2002 McCurry e il National Geographic decisero di tornare sulle sue tracce. Diciassette anni dopo, Sharmat era sposata ed era diventata madre. Lui cercò di spiegarle che cosa avesse significato il suo scatto nel mondo. «Le sue reazioni mi sembrarono un misto di indifferenza e di imbarazzo, con un pizzico di curiosità e di sconcerto», riferì ancora McCurry. «Non sono sicuro che la fotografia o il potere della sua immagine significassero davvero qualcosa per lei, che fosse in grado di capirli fino in fondo (…). Aveva vissuto una vita da reclusa». Ora per lei ne comincia una nuova. In Italia. Come quella di cinquemila afghani evacuati e accolti dal nostro Paese.

Pubblicato da edizioni24

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