La Boldrini insiste, dopo essere stata cacciata dalle femministe s’intrufola pure nella piazza Cgil

A Laura Boldrini non è bastata la lezione che giovani femministe e giovanissime studentesse le hanno impartito cacciandola – dopo averla contestata – dalla manifestazione romana delle militanti di «Non una di meno» sul diritto all’aborto. Superata a sinistra e circondata dai contestatori, con un coraggio che nasce giusto dal desiderio di presenzialismo e dalla necessità di riscattare immagine e ruolo di vestale del politicamente corretto, la ex presidente della Camera s’è infilata pure alla manifestazione della Cgil. Dove, tanto per non farsi mancare nulla, ha anche ossequiato al rito del taglio della ciocca di capelli, in tributo a Masha Amini, la giovane iraniana uccisa dal regime. Insomma, una volta di più, la Boldrini s’impunta a voler dimostrare che, se c’è da scendere in piazza, lei va.

Anche a costo di beccarsi gli insulti degli attivisti. E, soprattutto, a prescindere dalla causa o da chi la promuove. Basta che ci sia uno scorcio capitolino da cui inneggiare a un’Italia antifascista, tutto fa brodo. Per questo, senza troppi convenevoli. E dopo aver dichiarato (in barba al Pd) la sua adesione alla manifestazione per la pace che Conte ha lanciato il 4 ottobre, («ci sarò», ha confermato la Boldrini, «si sente la mancanza di una mobilitazione per la pace»). Oggi la deputata del Pd, indefessa attivista pronta alla mobilitazione perenne, s’è intrufolata pure alla manifestazione della Cgil sul lavoro. E dal pulpito che si è ricavata più sui social che da Piazza del Popolo, ha tuonato solenne come sempre: «Una bella manifestazione della Cgil. A cui ho voluto partecipare per esprimere solidarietà. Un anno dopo l’assalto fascista alla sede nazionale del sindacato».

Un’occasione come un’altra per ostentare una presenza che il responso delle urne conseguito dal Pd ha offuscato. E per la Boldrini in particolare, soprattutto, una imperdibile opportunità di  attaccare la nuova maggioranza post-elettorale, e nel dettaglio il partito di Giorgia Meloni: protagonista indiscussa dell’ultima competizione elettorale (e dei consensi espressi dagli elettori anche nei sondaggi post elezioni). Così, giù con i soliti, logori slogan. Con lo spauracchio del fantasma fascista, che già gli elettori nel segreto delle urne hanno platealmente delegittimato. Rinnegandone l’esistenza a suon di voti. Testimoniando semmai che, polemiche e rivendicazioni, motti e grida di battaglia della sinistra in fibrillazione, hanno perso di credibilità persino nella giovane piazza dem.

Quella di cui la Boldrini è convinta di essere la paladina(salvo dover battere in ritirata quando le nuove leve le rimbrottano e la cacciano). E da cui, millanta la deputata piddina, oggi con «la Cgil si è levata una voce forte e chiara: l’Italia è antifascista e lo sarà sempre». Peccato che quella a cui si rivolge, e per cui sbandiera slogan la Boldrini, sia una piazza che l’ha appena rigettata come un corpo estraneo. Una piazza, quella per cui la deputata Pd sente l’insopprimibile richiamo a presenziare – in nome di una partecipazione esasperata, pari solo ad un fantomatico allarmismo che la porta a marciare in prima fila – che non la reclama e non la riconosce. Soprattutto, una piazza di cui la Boldrini sembra non voler tenere conto che se è sempre più in ebollizione, è proprio per gli ultimi governi dem e giallorossi…

Pubblicato da edizioni24

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