La beffa, la variante buca le due dosi di vaccino. Ed è subdola, inganna i test rapidi

Capacità di eludere il sistema immunitario, aumentata trasmissibilità intrinseca ma, per fortuna, rischio ridotto di ospedalizzazione rispetto a Delta. Sono i punti evidenziati dall’Oms sulla variante Omicron, che fa meno paura nelle persone vaccinate ma che sta avendo un «vantaggio di crescita rispetto a Delta con un tempo di raddoppio» dei casi «di 2-3 giorni e un rapido aumento dell’incidenza in un certo numero di Paesi, compresi in quelli in cui è dominante» come Francia (+41% di casi nell’ultima settimana), Usa (+34%) e Regno Unito (+20%). Lo «tsunami» dei casi prodotto dalla combinazione della variante Delta e della variante Omicron rischia di «portare i sistemi sanitari sull’orlo del collasso», dice il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus. «Questa situazione esercita, e continuerà a farlo, una pressione enorme su un personale sanitario già esausto», ha affermato il numero uno dell’Oms.

Su Omicron una indagine svolta in Nebraska dai Centers for Disease Control and Prevention, riporta nelle persone contagiate (due terzi vaccinati) «una malattia lieve» e un periodo di incubazione più breve di circa 3 giorni, e quindi la nuova variante si trasmette da 1-2 giorni prima della comparsa dei sintomi ai 2-3 giorni successivi all’insorgenza degli stessi.

Sempre dagli Usa arriva la notizia che i test rapidi per il Covid sono meno attendibili nei casi di contagio con Omicron e portano a un «falso negativo». «I primi dati – spiega la Fda – ci dicono che questi test possono mostrare una ridotta sensibilità nel tracciare la variante Omicron», per questo alcuni studiosi consigliano di usare due test, a distanza di poco tempo l’uno dall’altro, in modo da confermare l’eventuale negatività al virus. Invece i test molecolari «sono più accurati», perché individuano milioni di copie del virus. Intanto uno studio appena pubblicato su Nature, evidenzia che gli anticorpi di persone infettate da ceppi precedenti o che hanno ricevuto una sola dose di vaccino bloccano pochissimo l’infezione della variante. Invece gli anticorpi delle persone con due dosi di Moderna, Pfizer/BioNTech e AstraZeneca mantengono una certa attività neutralizzante, sebbene ridotta da 20 a 40 volte, molto più di qualsiasi altra variante. Migliore la situazione in persone infettate, guarite ma poi vaccinate con 2 dosi, perché hanno una solo riduzione di circa 5 volte. Infine gli anticorpi di chi ha fatto il richiamo con vaccini a mRNA mostra solo un calo di 4 volte dell’attività neutralizzante: «Ciò dimostra che una terza dose è davvero, davvero utile contro l’Omicron», sottolinea il dottor David Veesler, del’Howard Hughes Medical Institute e professore associato di biochimica presso la University of Washington School of Medicine di Seattle.

I ricercatori però hanno scoperto che 4 anticorpi sono in grado di frenare Omicron e il loro meccanismo di azione può servire per creare terapie e vaccini in grado di bloccare le infezioni anche di future varianti. Questi anticorpi, infatti, prendono di mira le aree della proteina spike del virus, che rimangono sostanzialmente invariate, quando ci sono mutazioni. La loro esistenza è importante, perché svolgono una funzione essenziale che la proteina perderebbe se mutassero. Infine una ipotesi sulle 37 mutazioni dell’Omicron: non solo per l’infezione prolungata in una persona immunocompromessa ma per un virus saltato da uomo ad animale e viceversa. Omicron, infatti, è in grado di legarsi ai recettori Ace2 del topo.

Pubblicato da edizioni24

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