Immigrazione selvaggia e Terrorismo: ecco cosa rischia adesso l’Italia grazie alle politiche strambe della sinistra

Il dossier libico non è mai passato di attualità. Anzi, al contrario negli ultimi mesi è sempre più fonte di preoccupazioni e in special modo per il nostro Paese. Non solo perché è proprio dalle coste libiche che partono i barconi destinati a fine estate a rendere quella in corso una delle stagioni più difficili sul fronte migratorio. Ma anche per motivi legati al terrorismo. Del resto la Libia, Paese senza un vero governo e senza istituzioni unitarie, è un crocevia fertile e quasi franco per l’islamismo internazionale. Una galassia, quella jihadista, peraltro in grande fase di trasformazione dopo l’uccisione a Kabul del leader di al Qaeda Ayman Al Zawahiri.

Nonostante innumerevoli piani interni e internazionali, riunioni interministeriali e vertici organizzati dall’Onu e da altri attori impegnati in Libia, il Paese nordafricano rimane sostanzialmente ingovernabile. Due sono oggi i governi che si contendono la poltrona: quello riconosciuto dalle Nazioni Unite guidato dall’imprenditore misuratino Abdul Hamid Dideiba e, in contrapposizione, quello presieduto dall’ex ministro dell’Interno, anch’egli misuratino, Fath Bashaga Sul territorio lo schema è sempre lo stesso da anni: a ovest ci sono lemilizie armate formate da bande locali radicate nelle località controllate, a est buona parte delle città sono dominate dalle fazioni legate al cosiddetto Libyan National Army (Lna) di Khalifa Haftar. Con quest’ultimo più vicino a Baghaga che a Ddeiba. I due premier comunque negli ultimi mesi sembrerebbero aver avviato un dialogo per arrivare a un primo accordo.

La situazione però rimane instabile e controversa. Un contesto in cui i gruppi criminali possono quindi operare quasi incontrastati. Così come riportato su Libero dall’ammiraglio Nicola De Felice, fonti Usa non a caso negli ultimi giorni hanno parlato della presenza nell’ovest della Libia di una pericolosa cellula di Al Quaeda guidata da tre presunti importanti terroristi. Si tratterebbe, in particolare, di due iracheni e un egiziano. I tre sarebbero stati inviati, secondo le fonti d’intelligence d’oltreoceano, dall’Iran alla Libia con il compito di prendere le redini del traffico di esseri umani.

Le fonti hanno quindi tirato in ballo Teheran e non a caso. Da più parti a Washington ritengono che all’interno del territorio iraniano si nasconda Sayf Al-Adl, il successore di Al Zawahiri. C’è quindi l’ipotesi che il quartier generale di Al Qaeda sia per il momento in Iran e da lì siano arrivati ordini per insediare in Libia una delle più attive cellule terroristiche. Uno scenario non proprio edificante soprattutto per l’Italia.

È bene però ribadire come in questa fase si navighi esclusivamente nel campo delle ipotesi. Al Qaeda è in fase di riorganizzazione dopo la morte del leader che la guidava dal 2011. Anche gli stessi servizi segreti che monitorano l’andamento del gruppo jihadista non possono avere quindi certezze sul nuovo assetto del terrorismo islamista. Peraltro poco prima della morte di Al Zawahiri, nel suo libro The Bin Laden Papers: How the Abbottabad Raid Revealed the Truth about al-Qaeda, Its Leader and His Family, il ricercatore Nelly Lahoud, esaminando la mole di finire catturati dalle forze speciali Usa nell’ultimo nascondiglio di Osama Bin Laden, ha parlato dell’impossibilità di verificare con certezza l’esistenza di fitti e continuativi rapporti tra Al Qaeda e la leadership iraniana.

Presupponendo però che l’ipotesi avanzata dalle fonti Usa sia vera, i tre terroristi inviati in Libia dal successore di Al Zawahiri potrebbero costituire una seria minaccia per l’Italia. Da Washington si parla di pericoli riguardanti anche l’immigrazione, con la cellula libica di Al Qaeda in grado di mettere le mani sul traffico di esseri umani. Pure in questo caso si è nel campo delle ipotesi. L’organizzazione delle traversate in Libia è da anni in mano a clan ben conosciuti e radicati sul territorio, i cui leader difficilmente cederebbero lo scettro del business. A meno di specifici accordi, ad oggi però non comprovati.

L’unica cosa certa, e certamente non secondaria, riguarda il fatto che in Libia, comunque la si voglia vedere, qualcosa si sta muovendo. Al Qaeda potrebbe realmente aspirare a un ruolo importante nel Paese nordafricano, sfruttando una decennale instabilità del suo territorio. Roma quindi rischia di ritrovarsi di fronte le proprie coste importanti basi qaediste e islamiste. Un’eventualità da non sottovalutare sia sotto il profilo della sicurezza che del controllo dei flussi migratori.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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