Boezi intervista il Prof. Mazzarolli: “Il metodo di Fanpage non è libertà di stampa. Si cerca di impedire l’attività di un partito”

Intervista a cura di Francesco Boezi

Il professor Ludovico Mazzarolli, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Udine, a tutto campo sull’inchiesta di Fanpage su Gioventù nazionale.

Professore, il costituzionalista Francesco Saverio Marini e altri giuristi hanno espresso serie perplessità sull’inchiesta di Fanpage. E dal punto di vista costituzionale e sotto quello deontologico. Lei concorda?

«Sì, concordo con loro, perché il metodo adoperato non ha nulla a che vedere con la libertà di stampa e di cronaca. Si cerca di impedire ad un intero partito di far ciò che vuole e deve, sfruttando le parole, sbagliate, di alcuni suoi militanti, carpite con l’inganno. Vanno colpiti i responsabili, ma che c’entra il partito?».

Sotto il profilo del diritto pubblico, com’è tutelata in questi casi la vita dei partiti?

«Dopo la deleteria esperienza fascista, il costituente aveva, come esigenza primaria, quella di far sì che la nuova Carta tutelasse le generazioni future dal possibile ripetersi di fenomeni totalitari. Ecco perché, dopo più di 20 anni di governo del partito unico, non solo venne scritto l’art. 17 sulla libertà di associazione, ma si dettò anche un articolo apposito a tutela di quelle particolari associazioni che sono i partiti politici, perché riconosciuti quale mezzo per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».

In relazione a questa vicenda, si fa spesso riferimento ai limiti deontologici del giornalismo sotto copertura. Quali sono?

«Sono dettati dal Testo unico dei doveri del giornalista, entrato in vigore nel 2021. L’art. 4, con Regole deontologiche sul trattamento dei dati personali, fa espresso rinvio a un Allegato, parte integrante del Testo, il cui art. 2 prevede che: Il giornalista che raccoglie notizie per una delle operazioni di cui all’art. 4, n. 2, del regolamento rende note la propria identità, la propria professione e le finalità della raccolta salvo che ciò comporti rischi per la sua incolumità o renda altrimenti impossibile l’esercizio della funzione informativa».

E rispetto alla Costituzione?

«Come spesso accade, quando ci sono in gioco più valori costituzionali tra loro confliggenti, si deve arrivare a un bilanciamento tra i valori stessi, di per sé tutti collocabili sullo stesso piano. Ci è successo da pochi anni, quando si è trattato di dover bilanciare la libertà di circolazione e soggiorno di ognuno con l’esigenza di tutelare la salute pubblica a fronte del Covid. Il bilanciamento non si può effettuare a priori e non è uno ed immutabile. Si tratta di valutazioni da fare caso per caso. Ci sarà un giudice a Berlino che stabilirà se, nel nostro caso, si è trattato di legittimo esercizio del diritto alla cronaca; se i mezzi usati e il numero di persone trovate in fallo consentissero l’infiltrazione anonima a discapito di tutti gli altri diritti sul tappeto e se i comportamenti portati alla pubblica attenzione costituiscano o no reati».

Intravede nell’inchiesta di Fan Page metodi caratteristici dello «spionaggio»?

«Come giurista e ragionando da tale, non mi sento di fare ricorso a un termine che ha una sua precisa connotazione giuridica che nulla ha a che vedere con la fattispecie in questione. Che i metodi adoperati siano riprovevoli e da condannare, e forse non solo deontologicamente, invece è legittimamente sostenibile, specie a fronte del fatto che chi si è infiltrato lo ha fatto a danno di un partito e di una rivista registrata».

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