Il marocchino vuole le scuse dagli italiani. Ci odiano: “Voi italiani chiedetemi scusa”. Del Debbio non gliele manda a dire… (Video)

Altro che integrazione, non ci pensano proprio i giovani immigrati di seconda generazione in Italia. Con buona pace di Enrico Letta e degli aedi dello ius soli intonato in coro dalla sinistra. A cui ieri ha risposto per le rime un giovane marocchino, coinvolto nelle aggressioni di Peschiera, ospite di Del Debbio. Ma andiamo con ordine. Quella traimmigrazione e integrazione è un’equazione difficile, che certo il buonismo dem o la strategia deontologica del Pd sullo Ius soli – rilanciato a ciclo continuo – non hanno fin qui contribuito a risolvere. Lo dimostra, una volta di più, quando accaduto e mandato in onda da Paolo Del Debbio su Rete4, nell’ultima puntata di Dritto e Rovescio.

Puntata in cui si parla di si parla di migranti e immigrazione clandestina. Di realtà multietniche e odio sociale. Di occupazione e reddito di cittadinanza e di criminalità giovanile e dello scempio di Peschiera perpetrato da immigrati marocchini in erba, a danno di un gruppo di ragazzine a bordo di un treno turistico. E dove, anticipato dal dibattito in studio, il conduttore intervista Alì, un 21enne di origini nordafricane, di stanza a Torino, e in Italia da 19anni: un ragazzo coinvolto nelle violenze di Peschiera.

L’atmosfera è già sufficiente surriscaldata. Poco prima del collegamento col giovane marocchino da Torino, il dibattito sul branco di Peschiera ha acceso gli animi. Laura Ravetto, esponente della Lega, intervenendo sul tema prova a stigmatizzare i punti all’ordine del giorno: «Non c’è integrazione se non c’è il lavoro. E in Italia il tasso di disoccupazione è alto, ei  flussi migratori moderati. La politica dei porti aperti ha provocato questo disastro sociale, se tu fai arrivare più persone di quanto il sistema ne possa avere, il sistema salta».

Ecco il Video:

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Ma è sul punto dell’integrazioneche l’esponente del Carroccio si sofferma per smentire e controbattere le argomentazioni di Migliore che l’ha preceduta. «L’integrazione non esiste ope legis, non esiste per legge, ma va verificata su dati reali. Questa proposta della sinistra sullo Ius Scholae –entra quindi nello specifico la Ravetto – che vorrebbe dare la cittadinanza indipendentemente da una verifica reale sulla volontà di integrarsi, è la strada sbagliata. Questi ragazzi, che probabilmente avevano già la cittadinanza italiana in quanto figli di cittadini italiani o comunque, da minorenni, con lo Ius Scholae la potrebbero avere, non hanno nessuna intenzione di integrarsi. E mitizzano il loro paese d’origine in Africa».

Detto, fatto e dimostrato. Proprio a ridosso di queste dichiarazioni Del Debbio manda in onda un servizio realizzato nei quartieri multietnici di Milano, dove intervistando vari gruppi di giovani immigrati africani di seconda generazione viene fuori che l’integrazione non è un obiettivo che questi ragazzi – che spesso parlano addirittura un italiano stentato – si pongono. E tra chi sente emarginato e chi rifiuta di integrarsi aprioristicamente, il quadro sociale che viene fuori è a dir proprio uno scatto in bianco nero, dai riflessi foschi.

La prova regina, infine, arriva dal collegamento con il giovane Alì. Che dopo essersi spacciato per un membro della polizia municipale per intimidire dei commercianti, viene inseguito e fermato da agenti veri. «Alla fine mi hanno preso e mi hanno messo 3 giorni in cella nella m***a, con uno che aveva fatto qualcosa di molto peggio», lamenta rivendicando strani diritti e ostentando arroganza il givoane. Tanto che Del Debbio gli risponde: «Che dovevano fare, portarla al parco giochi? A Gardaland?». Il pubblico applaude. L’ospite si stizzisce. E all’invito del conduttore a chiedere scusa, replica pure: «Ma scusa cosa, siete voi che dovete chiedermi scusa – ribatte il giovane nordafricano – è lo Stato che deve chiedermi scusa. È proprio il sistema italiano che non va bene». Serve aggiungere altro?

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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