[Il Caso] Carta d’identità con due madri. Interviene il governo: sistema a rischio

Non «madre» e «padre» sulle carte d’identità ma un termine «neutro», ossia «genitore». L’ordinanza del Tribunale civile di Roma interviene, in relazione al ricorso di due «mamme», sul decreto Salvini che risale ai tempi in cui il vertice del Carroccio era l’inquilino del Viminale. La storia è questa: due madri di una bimba, una adottiva e una legale, si presentano negli uffici della capitale. Richiedono il documento citato. Ricevono un appunto che riguarda ciò che dovrebbe essere scritto: «Madre, padre o chi ne fa le veci». Ecco che scatta il ricorso. Lo stesso che è stato accolto. La spiegazione dell’iter è tutto nelle parole dell’avvocato che ha seguito le due donne, Federica Tepori: «Ci siamo rivolti, quindi, al tribunale ordinario (il Tar non era l’organo competente, ndr) che con una sentenza bellissima ci ha dato ragione – dichiara – .

Il giudice, inoltre, afferma che il decreto oltre a violare le norme, sia comunitarie che internazionali, è viziato da eccesso di potere. In quel provvedimento il ministro va oltre le sue competenze: la carta di identità è, infatti, un documento certificativo di una realtà già pre-esistente nell’atto nascita che stabilisce una madre partoriente e una adottiva». E ancora: «Non può quindi esserci discrasia tra documento di identità e l’atto di nascita». Il tutto, in buona sostanza, viene presentato come una vittoria giuridica. Una di quelle che fanno esultare Monica Cirinnà del Pd e gli altri paladini dei diritti Lgbt (che infatti si entusiasmano con estrema puntualità). Il dibattito politico inizia a vertere sulle parole «legittimità» e «illegittimità».

L’oggetto è sempre il decreto. Fabrizio Marrazzo, portavoce del partito GAY LGBT +, chiede conseguenze: «Ora richiediamo che Salvini e la ex ministra Lamorgese, che non vollero modificare questa circolare discriminatoria siano sanzionati, non si può fare politica sulla pelle delle persone». Sembra una narrativa unica ma arriva una cesura istituzionale.

La considerazione più pesante arriva infatti dalle parti dell’esecutivo: «La decisione sarà esaminata dal governo con particolare attenzione – fanno sapere fonti di Palazzo Chigi – perché presenta evidenti problemi di esecuzione e mette a rischio il sistema di identificazione personale». Un vero e proprio tuono che riporta la discussione sul piano della realtà.

Matteo Salvini, oggi vicepremier e ministro delle Infrastrutture, rivendica il buon senso via social: «Usare sulla carta d’identità le parole padre e madre (le parole più belle del mondo) secondo il Tribunale Civile di Roma sarebbe una violazione delle norme comunitarie e internazionali, da qui la decisione di sostituirle con la più neutra parola «genitore». Illegali o discriminanti le parole mamma e papà? Non ho parole – chiosa il segretario del Carroccio – , ma davvero». Il coro dei relativisti però è già partito. Del resto l’occasione sembra ghiotta per rivendicare un po’ di spazio mediatico. Specie mentre il centrosinistra fatica a capire dove puntare la bussola.

Interviene Fratelli d’Italia: «Questa decisione rischia di legittimare un atteggiamento ipocrita dal momento che la madre genitrice della bambina può essere solo una delle due donne. Fratelli d’Italia, come forza principale di governo, combatterà quest’ingiustizia e farà di tutto per garantire ai bambini il diritto naturale di avere un padre e una madre», fa presente Cristina Caretta, deputato meloniano. Considerazioni simili arrivano anche da Carolina Varchi (Fdi) che parla di «deriva» e promette battaglia in Parlamento.

Pubblicato da edizioni24

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