I Radical Chic se la prendono anche con la compsgna Concita De Gregorio: ora ha “scoperto” la loro intolleranza

Forse Concita De Gregorio si  svegliata. Ed è un brutto risveglio scoprire che l‘intolleranza e la faziosità alberghino proprio tra i radical chic. Ossia dalla sua parte politica e intellettuale di riferimento: i “democratici” di sinistra presenti al Teatro Argentina di Roma non hanno esitato a “bastonare” la sua (ex?) paladina. Rea di avere abbandonato il teatro prima della fine dello spettacolo dal titolo deplorevole:  “Catarina e a beleza de matar fascistas”, firmata da Tiago Rodrigues. Traduzione  Caterina e la bellezza di ammazzare i fascisti”. Tralasciamo per un attimo le polemiche derivate dalla messa in scena di un testo divisivo in cui “uccidere un fascista” non era reato. E concentriamoci sulle vicede della “povera” Concita a teatro, su cui lei ha scritto un commento per Repubblicaraccontando il “triste” episodio.

L’ex direttrice dell’Unità, ora conduttrice del programma In Onda su La7 – ha lasciato anzitempo la sua poltrona all’Argentina. Va detto che ad una pièce del genere  assistevano in gran parte spettatori da democratici salotti buoni; che hanno notato e non gradito il gesto spontaneo dell’editorialista. Nel testo si narra una tradizione decennale della famiglia di Catarina, ossia cioè ammazzare un seguace o un nostalgico delle camicie nere. La stessa Catarina tuttavia, al momento di uccidere sceglie di non farlo. Parte poi una disquisizione sul bene e il male, con un monologo finale in cui parla un fascista. Monologo che viene travolto da fischi, visto il target di riferimento di “Caterina e la bellezza di ammazzare i fascisti”. Concita De Gregorio si giustifica nel suo articolo dicendo che era andata due sere consecutive a teatro: la seconda per contatare le reazioni dl pubblico in sala, “un interesse antropologico”, scrive.

E l’”antropologia” dei compagni le ha inferto un duro colpo. Avendo commesso il  “delitto”, secondo gli  altri spettatori perbenisti – di lasciare il teatro prima che l’opera finisse, ossia «dopo i fischi della platea ma prima del sipario e degli applausi». Allora chi le era vicino molto democraticamente ha iniziato ad apostrofarla con malevolenza, accusandola di non partecipare al generale tripudio antifascista. Quasi una diserzione. «Una spettatrice dalla fila dietro la mia», scrive Concita, «a voce molto alta mi ha chiesto, accusatoria: La signora se ne va senza applaudire? Sottotesto: sta dalla parte del fascista?». A quel punto, continua la giornalista, «è partita una scena da musical: da varie file, come in una coreografia, hanno cominciato a ripetere non applaude? Si vergogni. Brava, fa bene a correre fuori». Una scena pietosa che la giornalista di conclamata fede progressista racconta stupita.

Concita De Gregorio si dice stupita della “gogna democratica”. Infatti lei stessa ammatte.  «Tutti spettatori democratici, naturalmente, tutti entusiasti dell’esperienza di partecipare a un “atto politico” di ribellione al fascista in scena e tutti pronti a urlare: “si vergogni”chi non si comporta come pensano si debba, cioè come loro. Non è neppure la sinistra autoritaria. È meno, è niente. È il format dei talk di successo, è l’indignazione social trasferita nella vita. Un tribunale in servizio permanente tutto attorno a noi. La gogna democratica». Strano che una giornalista quotidianamente alle prese con le cronache politiche abbia tardato tanto ad accorgersi che esista la gogna democratica chi chi ha le chiavi della verità in tasca, che giudica sommariamente chi nono la pensa come loro, che utilizza mtodi subdoli per deleggittimare l’avversario. In sostanza che non ammette l’esercizio del dissenso quando si disente dal loro “credo”. Strano, Concita dovrebbe conoscerli bene.  Un totalitarismo soft che ha come stella polare il Pensiero unico. Per il quale, cara Concita, anche alzarsi dalla poltrona e non unirsi al coro di applausi diventa un “tradimento”. Bei compagni di viaggio.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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