“Ho accoltellato Giulia guardandola negli occhi”. La confessione choc di Turetta ai pm

By Francesca Galici

Era l’11 dicembre 2023 quando Filippo Turetta uccideva Giulia Cecchettin, ne abbandonava il corpo e fuggiva in Germania. Sono trascorsi quasi 6 mesi da quel giorno e ora, dal carcere di Verona dove si trova recluso e dove trascorrerà i prossimi decenni, lo studente ha ricostruito la dinamica di quanto accaduto con il pubblico ministro. Un racconto lucido, preciso, a tratti inquietante, quello fatto da Turetta, che ha ripercorso non solo il momento dell’omicidio ma anche come il crimine si è formato nella sua testa. “Volevo darle un regalo, una scimmietta mostriciattolo. Con me avevo uno zainetto che conteneva altri regali: un’altra scimmietta di peluche, una lampada piccolina, un libretto di istruzioni per bambin Lei si è rifiutata di prenderlo”, ha detto il reo confesso, come si legge nel verbale diffuso da Quarto Grado.

La lite in macchina

“Abbiamo iniziato a discutere. Mi ha detto che ero troppo dipendente, troppo appiccicoso con lei. Voleva andare avanti, stava creando nuove relazioni, si stava ‘sentendo’ con un altro ragazzo”, ha proseguito Turetta. Giulia aveva lasciato Filippo ormai diversi mesi prima ma lui non si era rassegnato alla fine di quella relazione, costringendo lei a proseguire la frequentazione. Ma quello che per Turetta poteva essere un modo per riconquistare Cecchettin, per lei era solamente compassione, qualcosa di simile all’amicizia ma senza secondi fini. “Ho urlato che non era giusto, che avevo bisogno di lei, che mi sarei suicidato. Lei ha risposto decisa che non sarebbe tornata con me”, ha spiegato Turetta al pm. “È scesa dalla macchina, gridando: ‘Sei matto, vaffanculo, lasciami in pace’. Ero molto arrabbiato“, si legge ancora nel verbale

La prima aggressione

Cecchettin era decisa a mettere fine a ogni rapporto con Turetta, anche perché da lì a qualche mese, una volta discussa la tesi, sarebbe andata a Bologna, mettendo anche distanza fisica tra lei e l’ex fidanzato. Ed è nel momento in cui Giulia esce dalla macchina, che il suo assassino dice di aver maturato l’idea dell’omicidio: “Prima di uscire anch’io, ho preso un coltello dalla tasca posteriore del sedile del guidatore. L’ho rincorsa, l’ho afferrata per un braccio tenendo il coltello nella destra. Lei urlava ‘aiuto’ ed è caduta. Mi sono abbassato su di lei, le ho dato un colpo sul braccio, mi pare di ricordare che il coltello si sia rotto subito dopo”.

Lo spostamento verso la zona industriale

A quel punto, prosegue Turetta, “l’ho presa per le spalle mentre era per terra. Lei resisteva. Ha sbattuto la testa. L’ho caricata sul sedile posteriore”. Mette in moto la macchina e parte, viaggia per 4 chilometri dal parcheggio in via Aldo Moro a Vigonovo verso un luogo più isolato, nella zona industriale di Fossò. “Mentre eravamo in macchina lei ha iniziato a dirmi ‘cosa stai facendo? sei pazzo? Lasciami andare’. Era sdraiata sul sedile, poi si è messa seduta. Si toccava la testa. All’inizio pensavo solo a guidare”, è andato avanti ne suo racconto Turetta, rivelando i dettagli di quei minuti che gli inquirenti non hanno avuto modo di ricostruire. Quello dell’omicida non è stato un raptus, che si sarebbe esaurito quando il coltello si è rotto. Il suo è stato un piano criminale ed è lui stesso che lo racconta: “Ho iniziato a strattonarla e tenerla ferma con un braccio. C’eravamo fermati in mezzo alla strada, ho provato a metterle lo scotch sulla bocca, non mi ricordo se se l’è tolto o è caduto da solo perché non l’avevo messo bene. Si dimenava. È scesa e ha iniziato a correre. Anch’io sono sceso”.

L’omicidio

Questi attimi sono stati ripresi dalla telecamera del parcheggio della zona industriale, che purtroppo non ha potuto inquadrare la scena completa di quello che è stato l’atto finale dell’omicidio Cecchettin. “Avevo due coltelli nella tasca in auto dietro al sedile del guidatore. Uno l’avevo lasciato cadere a Vigonovo. Ho preso l’altro e l’ho rincorsa. Non so se l’ho spinta o è inciampata. Continuava a chiedere aiuto. Le ho dato, non so, una decina, dodici, tredici colpi con il coltello. Volevo colpirla al collo, alle spalle, sulla testa, sulla faccia e poi sulle braccia”, racconta Turetta. L’autopsia poi dirà che sono state oltre 70 le coltellate che le ha inferto e che la morte di Giulia è sopravvenuta per emorragia, dovuta alle coltellate ma anche al colpo alla testa.

La fuga

“Mi ricordo che era rivolta all’insù, verso di me. Si proteggeva con le braccia dove la stavo colpendo. L’ultima coltellata che le ho dato era sull’occhio. Giulia era come se non ci fosse più. L’ho caricata sui sedili posteriori e siamo partiti”, spiega al Pm l’assassino. Con Giulia morta in macchina, Turetta ha guidato per diverse ore, dirigendosi verso la montagna. Racconta di aver tentato per due volte il suicidio, tra cui una nel luogo in cui ha poi lasciato il cadavere dell’ex fidanzata. Scaricato il corpo, ha iniziato la sua fuga puntando verso la Germania. “Avevo un pacchetto di patatine in macchina e una scatolina con qualche biscotto. Non ho mai comprato nulla da mangiare. I soldi che avevo li ho spesi per i rifornimenti di benzina”, spiega agli inquirenti e aggiunge: “Pensavo che se avessi fumato e bevuto sambuca sarebbe stato più facile suicidarmi, ma invece ho vomitato in macchina”.

Le accuse

La procura gli contesta l’omicidio volontario aggravato da premeditazionecrudeltà e legame affettivo, e i reati di sequestro di persona, occultamento di cadavere e porto d’armi. Turetta respinge l’accusa di premeditazione afferma che lo scotch lo aveva in auto “se mai fosse servito per attaccare il papiro della laurea di Giulia” e i coltelli, invece, erano della “cucina di casa mia. Li avevo messi in macchina perché avevo anche avuto pensieri suicidi”. Agli inquirenti la giustificazione non ha mai convinto del tutto ma in ogni caso, anche se cadesse l’accusa di premeditazione, la pena per Turetta dovrebbe comunque essere l’ergastolo.

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