“Forse hanno paura…”. Quelle perizie che possono smascherare la personalità dei responsabili e riaprire il caso di Garlasco

Quando, nel 2015, la sentenza della corte di Cassazione decreta la colpevolezza di Alberto Stasi, bollandolo come l’assassino della sua fidanzata Chiara Poggi, uccisa nella sua casa di Garlasco il 13 agosto del 2007, sulla triste vicenda sembra destinato a calare il sipario. Un colpevole dietro le sbarre, una vittima cui è stata resa giustizia, due famiglie irrimediabilmente distrutte.

Una pia illusione. Come poter considerare chiuso un caso su cui si addensano così tante e tali ombre? Nel corso di precedenti articoli ci siamo soffermati solo su una piccolissima parte di punti oscuri, incongruenzedomande senza risposta. Il dramma è che potremmo continuare a scrivere ancora a lungo.

Il sipario di certo non cala per i legali di Stasi, che partendo da quei punti oscuri ricominciano a impostare il proprio lavoro. Una fatica di Sisifo, si direbbe, ma loro non la pensano così. Pensano che davvero sia possibile dimostrare l’innocenza del loro assistito.

È per questo che il 29 settembre 2016, l’allora legale di Stasi, Angelo Giarda, in accordo con il suo team di avvocati e in vista di una possibile revisione del processo, conferisce un incarico di investigazioni difensivealla società Skp Investigazioni & Servizi di Sicurezza srl. L’oggetto dell’incarico era “indagini difensive nell’interesse di Alberto Stasi, attualmente condannato in via definitiva in forza della sentenza n° 55/14 emessa in data 12.12.2015, con i più ampi poteri”. Sappiamo che Stasi inizialmente non era convinto di questa iniziativa. La considerava una sorta di inutile colpo di coda per rimandare un finale che ormai da troppo tempo appariva scontato. Nonostante questo, i suoi avvocati vanno avanti e la Skp comincia il suo lavoro.

Gli investigatori – dopo un attento studio degli atti – decidono di partire con una scrupolosa verifica dei soggetti gravitanti intorno alla vittima che non avevano un alibi confermata per il giorno dell’omicidio. Ne risulta una rosa di nomi che, verifica dopo verifica, si restringe sempre di più, fin quando a finire sotto la lente d’ingrandimento è una singola persona. Un uomo, o meglio, all’epoca un ragazzo. Ci riserviamo di tornare su questa persona in separata sede, basti ora dire che l’attività della Skp si tradusse in un risultato clamorososconvolgente, un qualcosa che – per un attimo – sembrò poter riscrivere il caso del delitto di Garlasco con esiti imprevedibili.

Perché solo per un attimo? Ve lo spieghiamo. Per dare avvio a questa attività particolarmente delicata, la società di investigazioni parte dai documenti presenti nel fascicolo processuale: si comincia con un’attenta analisi delle dichiarazioni rese, un’analisi approfondita dei tabulati telefonici e del traffico di cella, uno studio delle consulenze e delle perizie; contemporaneamente inizia un’attività di sopralluogopedinamento e monitoraggio dei social media.

Il soggetto sembra effettivamente d’interesse, dunque si punta su uno dei pochi dati rimasti inesplorati: la perizia genetica svolta nel 2014 sulle unghie della vittima, che aveva evidenziato la presenza di un profilo di Dna maschile, risultato incompatibile (dopo apposito confronto) con quello di Alberto Stasi.

Prima di compiere qualunque altro passo, gli avvocati di Alberto Stasi studiano attentamente la normativa sulla privacy. Oltre al Codice della privacy e a quello di procedura penale, esce fuori che nel 2016 esisteva anche un’autorizzazione generale del garante della privacy – rinnovabile anno per anno – in cui si consentiva di poter prelevare (a certe condizioni) il Dna nell’ambito d’indagini investigative penali. Nonostante questo, tutto il lavoro svolto si ritorce contro, uno tsunami alimentato dal tamburo mediatico che trova rinnovata forza per tornare su un caso che sembrava irrimediabilmente improduttivo, e una procura – quella di Pavia – che definisce l’attività un “maldestro tentativo di trovare ancora una volta un colpevole alternativo”

Il lavoro della Skp – che insieme agli avvocati e ai consulenti viene denunciata per violazione della privacy, falso e calunnia – viene smontato pezzo per pezzo. Il giovane finito per un attimo dentro l’occhio del ciclone scivola via dalla vicenda con un’archiviazione. Quello che nessuno ricorda, però, è che anche gli avvocati di Stasi e la Skp ottengono l’archiviazione per l’assoluta infondatezza della notizia di reato, essendo il tutto stato fatto “nel pieno rispetto delle norme”. Dopo il 2016, pare che il garante della privacy non abbia più emesso un’autorizzazione simile.

A dispetto degli anni precedenti, questo spin-off nel caso di Garlasco occupò solo per un limitato spazio temporale i palinsesti televisivi o le pagine dei giornali. Il caso ormai non faceva più notizia come prima e questo violento e inaspettato exploitnon ha lasciato nell’immaginario comune molte tracce, se non la certezza che gli avvocati di Stasi abbiano provato in tutti i modi, disperatamente, goffamente, sbagliando tutto, di dimostrare l’indimostrabile.

Non è esattamente così e ne parleremo diffusamente in un altro articolo. In questo caso, però, ilGiornale.it ha ottenuto un’intervista esclusiva, in cui – per la prima volta – parla uno dei soci della Skp, la società di investigazioni private che ha condotto le indagini su mandato degli avvocati di Stasi e che, da questa vicenda, è uscita con le ossa non rotte, ma sicuramente contuse.

Il nostro interlocutore – di cui non sveliamo il nome per questioni di riservatezza – è un ex poliziotto di lungo corso. Una carriera incredibile, la sua, una vita pericolosa e a contatto con la criminalità organizzata poi, dopo la pensione, la scelta di non indossare le pantofole, ma di continuare a fare ciò in cui è sempre stato bravo.

Come chiunque abbia approcciato il caso di Garlasco, anche lui inizialmente era molto scettico. Non che si fosse mai chiesto se Stasi fosse colpevole o innocente, ma a pelle propendeva certamente per la prima opzione. La sua opinione cambia radicalmente dopo il primo colloquio con gli avvocati e dopo oltre un mese passato a studiare con i suoi collaboratori tutta la documentazione all’epoca disponibile.

Di qui, la convinzione che qualcosa non andava, che un assassino poteva ancora essere e piede libero mentre un innocente era dietro le sbarre. E dopo una prima fase di studio e di selezione, tutto converge su quell’unica persona. Quando lo abbiamo incontrato, la prima cosa che gli abbiamo chiesto è se lui o qualcuno dei suoi avessero ricevuto dagli avvocati di Stasi una qualche indicazione, se – insomma – qualcuno avesse suggerito di concentrarsi su quella persona: “Assolutamente no”, ci ha risposto, “a quel punto gli avvocati dovevano giocare l’ultima carta: quella di rivolgersi a soggetti terzi per cogliere negli atti qualcosa che a loro era sfuggito. Per questo si sono rivolti a noi. Quando cominciammo a concentrarci sul soggetto – era passato circa un mese dall’assunzione dell’incarico – chiamai uno degli avvocati di Stasi per chiederle se lo conoscesse. Restò interdetta, aveva sicuramente letto quel nome negli atti, ma non ne sapeva nulla. A quel punto proseguimmo il nostro lavoro, senza mai interagire, almeno in questa fase iniziale, con la difesa di Stasi”.

Un lavoro dunque svolto in autonomia e nella massima riservatezza possibile. C’era infatti l’assoluta necessità di non mettere in allarme nessuno. Ma prima di arrivare a scavare nella vita di questo ragazzo, dev’essersci stato un innesco. Da dove nasce l’interesse per questa persona? È la domanda che abbiamo fatto all’investigatore della Skp: “Nasce dall’analisi di tutta la corposa documentazione che avevamo a disposizione. La prima volta che ha catturato la nostra attenzione è stato quando – come abbiamo fatto per tutti i soggetti privi di alibi per il 13 agosto 2007 – abbiamo visitato il suo profilo Facebook. Ricordo che ci venne la pelle d’oca. C’era qualcosa d’inquietante, contenuti che venivano postati in corrispondenza di date chiave nella vicenda processuale che vedeva coinvolto Alberto Stasi”.

Dunque l’attenzione scatta per dei post su Facebook. Alla domanda se non si potesse trattare di una mera coincidenza, l’investigatore scuote energicamente il capo, come se si aspettasse questa obiezione e, quasi sussurrando, ci risponde: “No, il soggetto non ha mai mancato una ricorrenza per pubblicare certi contenuti. Mai”.

Pur prestando fede alle parole dell’ex poliziotto, non possiamo non dirgli che ci sembra una ragione un po’ debole per decidere di cominciare a monitorare la vita di una persona fino a quel punto rimasta estranea alla vicenda. Lui capisce le nostre perplessità e aggiunge un particolare non da poco: “Non è stato solo questo ad attirare il nostro interesse investigativo. Questo è stato solo un primo elemento. Da questo momento in poi ci siamo concentrati maggiormente su di lui, pur continuando a valutare la posizione di altre persone. Decidiamo di focalizzarci solo su di lui quando scoviamo tra gli atti una sit del 4 ottobre 2008. Il soggetto siede a distanza di oltre un anno di fronte ai carabinieri. È solo in questa occasione che rende una dettagliata spiegazione di come avesse impiegato la mattinata del 13 agosto 2007. Alla fine del suo racconto, con un colpo di teatro peraltro non richiesto, estrae una prova per puntellare le sue dichiarazioni”.

puntellare le sue dichiarazioni”.

La domanda s’impone obbligatoria: quale prova? “Uno scontrino chimico. Uno di quelli che si cancella anche solo tenendolo in tasca per mezza giornata o lasciandolo sotto il sole sul cruscotto della macchina”. Anche in questa occasione, cerchiamo di cogliere l’importanza di quanto ci è stato appena detto. In nostro soccorso l’investigatore aggiunge qualcosa: “Ripeto, si trattava di uno scontrino chimico risalente alla mattina del 13 agosto 2007, esattamente un anno e due mesi dopo l’omicidio di Chiara Poggi. Il soggetto lo consegna ai carabinieri intonso, come se fosse stato conservato con la massima cautela. Per quale ragione conservare in quel modo uno scontrino? È da questa domanda che ci siamo insospettiti“.

Quindi prima un monitoraggio sui social network attira l’attenzione, poi esce fuori la storia dello scontrino. È in questo momento che si decide di passare all’azione. Gli investigatori della Skp cominciano a monitorare da vicino le attività quotidiane di questa persona, riuscendo a ricostruire il contesto sociale in cui si muoveva: “Per quello che abbiamo visto noi, era una persona estremamente sola. Faceva solo casa e lavoro, non incontrava nessuno. Nessuno. Nessun amico. Nessun tipo di interazione”. Decisamente strano, dal momento che leggendo gli atti si evince che il ragazzo, almeno fino al 2007 (prima volta in cui viene sentito dai carabinieri, ndr), era inserito in una fitta rete amicale: “Sì, così doveva essere, ed è risultato strano anche per noi, ma per quelli che sono stati i nostri accertamenti si è visto tutt’altro, almeno in quel momento. Tieni conto che la nostra attività è andata avanti per un po’. Non è stata una cosa di pochi giorni, né di poche settimane. È andata avanti per un tempo importante, da fine ottobre 2016 ai primi di dicembre dello stesso anno, mi pare. L’abbiamo monitorato a mezzo servizi mirati”.

L’ex poliziotto e oggi investigatore ci dice di aver avuto l’impressione di aver a che fare con una persona estremamente intelligente e, soprattutto, molto attenta. Non è stato facile monitorarlo senza essere scoperti: “Ma siamo stati bravi noi. Ci siamo dovuti impegnare perché, come detto, non era uno sprovveduto”.

Al netto di tutte le attività svolte, al netto anche del Dna prelevato che doveva essere la prova regina per scagionare Stasi e individuare un altro responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi, nel decreto diarchiviazione che tira nuovamente fuori il ragazzo da questa storia sembra quasi che gli investigatori abbiano scherzato. Mediaticamente è passato come se avessero tentato un’operazione tanto disperata quanto sporca ai danni di un povero disgraziato. Possibile che tutto questo lavoro sia andato sprecato?

“È stato tutto archiviato”, puntualizza l’ex poliziotto, “sia la posizione del soggetto, sia la nostra. Ma a noi è costato un bel 25mila euro di avvocati. Non proprio una passeggiata di salute. Comunque la domanda che mi fai, se è andato tutto sprecato, potrebbe avere un migliaio di risposte differenti. L’una il contrario dell’altra. Posso dirti che, secondo me, non sarà un lavoro perso. Ne sono intimamente sicuro”.

E sulla validità delle indagini svolte? Anche su questo punto l’uomo non ha esitazioni e difende fermamente il lavoro fatto dalla Skp: “Non sono soltanto io a dirlo. Chi avesse la curiosità di studiare le carte, si renderà conto della serietà del nostro lavoro e del tenore degli elementi raccolti. Che poi mediaticamente sia passato altro non mi stupisce. Nessuno vuole che qualcun altro passi ciò che ha passato Alberto Stasi, però è bene ricordarsi che le analisi sul Dna che abbiamo fatto noi sono replicabili all’infinito. Il Dna del soggetto è sempre possibile prenderlo e i tracciati sulle unghie di Chiara Poggi sono cristallizzati in una perizia che ci sarà da qui a per sempre e quindi, se mai qualcuno in futuro avrà la curiosità di riverificare il tutto, magari con una consulenza tecnica, sarà sempre possibile farlo. Perchè mi pare che la Procura di Pavia abbia archiviato senza farla, ritenendo quel Dna degradato. Però non voglio entrare in dettagli tecnici perchè non sono la mia materia”.

Prima di lasciarci, resta una domanda impellente. Chiediamo all’investigatore se, dal suo punto di vista, esiste qualcuno, oltre al soggetto individuato, che ha qualcosa da perdere nell’accertare una verità diversa da quella stabilita nel 2015 dalla Cassazione. L’uomo ci guarda in silenzio, sembra non avere intenzione di risponderci. Ma inaspettatamente lo fa. E noi sentiamo un brivido correrci lungo la schiena: “Ma certo. Secondo me ci sono almeno altre due persone che temono che questa cosa possa avere altri risvolti diversi da quelli attuali. Le sentenze dicono diversamente, ma la mia opinione personale è che abbiamo una persona in galera che non ci dovrebbe stare. Non si può parlare di solide prove. Ci sono degli indizi, ma ci sono anche tante cose che ancora oggi lasciano perplessi”.

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Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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