[Esclusiva] Il Corvo a ith24: “Ecco cosa è cambiato in 20 anni di missioni in Afghanistan”

by Giuseppe Tricarico

La guerra è un’esperienza che segna l’anima per sempre. Il Corvo lo sa bene. L’ha vista tutta, con i suoi drammi, ma anche piena di eroismi che non fanno notizia ma restano nel cuore. Ha alle palle tante missioni, molti anni della sua vita in prima linea, la mente sempre rivolta ai compagni che con lui hanno combattuto la battaglia più difficile, quella per la pace. Una parola, pace, che in quelle zone non trova pace. 

Kabul, Herat, qui il Corvo ha lavorato per la ricostruzione dell’Afghanistan, la cosiddetta “nation building” e si traduce nel lavoro più difficile e pericoloso che esista sulla faccia della Terra. Vent’anni dopo il ritiro delle truppe, l’Occidente volta le spalle al popolo afghano, la decisione del Presidente Joe Biden di lasciare l’Afghanistan al suo tragico destino che si sta compiendo in queste ore cariche di morte. Ed il risultato non si fa attendere. Il nuovo governo a guida talebana è formato da ricercati Fbi e terroristi?

L’ammaina bandiera a Herat, ripiegato il tricolore, anche noi a casa, come tutti, in silenzio, solo un mese dopo quel rito senza gioia, quasi un presentimento, arriva la notizia, Herat è in mano ai Talebani, le cronache dell’orrore. Un incubo.  

Andiamo in Afghanistan, il teatro della lunga guerra.

Mi giro indietro e non riconosco più le linee guida che hanno forgiato il nostro credo: libertà, pace, democrazia. Sono arrivato in Afghanistan a dicembre del 2001, con il primo nucleo di italiani che, insieme all’ambasciatore, doveva aprire l’ambasciata e creare le basi per l’arrivo del primo contingente. Provo una grandissima tristezza, perché in 20 anni di nostra presenza – e anche di mia presenza personale – ho avuto modo di conoscere quello splendido popolo, quell’affascinante società. Abbandonare così, vedere come finisce questo lungo periodo di nostra presenza e di nostro sacrificio, mi crea una grande tristezza, soprattutto per le popolazioni che torneranno sotto questo buio e orribile regime dei talebani. Ciò mi spiazza. Ma bisogna fare una premessa: già due anni fa, i principali vertici militari americani che si erano succeduti al comando della missione avevano preannunciato che le forze di sicurezza afghane non erano capaci di sostenere da sole l’eventuale offensiva talebana. Questo è stato detto due anni fa, ripetuto l’anno scorso ed è stato detto anche pochi mesi fa da quelli che erano fino a pochi giorni fa in carica al comando della missione. Quindi era una cosa prevedibile, previdibilissima. I tempi in cui i Talebani sono riusciti a occupare più della metà dell’Afghanistan, sono invece stati sottovalutati, perché si pensava che le forze di sicurezza, il governo afghano, potessero tenere almeno per qualche altro mese. È stato un effetto domino, ne ho parlato anche con alcuni colleghi afghani, si è creato questo spirito della sconfitta, questa idea che ormai c’è poco da fare, per cui i militari preferiscono arrendersi, sono convinti che l’onda talebana sia irreversibile.

L’Afghanistan è una terra di mezzo. Crea un vuoto di potere nel quale potranno svilupparsi, riprendere fiato, le formazioni terroristiche storiche: Al Qaeda, l’Isis che si è impiantato in Afghanistan dopo la cacciata dall’Iraq e dalla Siria, con l’intento di creare il Califfato. C’è la possibilità che queste formazioni terroristiche, che sono circa venti, tra i vari gruppi, sulla base etnica, possano svilupparsi ed esportare il terrorismo anche nei paesi limitrofi: verso i paesi dell’ex Unione Sovietica, Tagikistan, Kazakistan, verso la Cina, dove ci sono gli Uiguri che sono i cinesi musulmani, alimentare ancora di più il Pakistan…

Questi scenari possono creare espansione. Senza dimenticarsi – e sfugge a molti – che l’Afghanistan oggi è il principale produttore di droga. Come l’Oppio. E ci sarà un’ulteriore esportazione, un ulteriore flusso di droga, i Talebani e le altre formazioni terroristiche si finanziano con la droga.

Oggi il problema è che l’Occidente è andato in Afghanistan perché ha seguito gli Stati Uniti. Che sono l’unica potenza in grado d’intervenire a così grandi distanze, con uno strumento militare elevato, di grande potenza e capacità tecnologica. Parlo di trasporti aerei strategici, dell’intelligence, del supporto di fuoco aereo. Chiaro che l’Occidente sull’onda dell’attentato alle Due Torri ha seguito gli Stati Uniti, che avevano invocato l’applicazione dell’articolo 5 del Trattato Nato che prevede l’aiuto di tutti gli altri membri a un paese sotto attacco.

Gli americani già un anno fa, con la presidenza Trump, avevano detto che si sarebbero ritirati, però senza imporre condizioni. Nell’accordo di Doha del febbraio dell’anno scorso c’erano chiare condizioni: il cessare il fuoco, interrompere i contatti con Al Qaeda e gli altri gruppi terroristici, avviare i colloqui inter-afghani tra i Talebani e il governo afghano, tutti fatti che non si sono verificati. Aggiungo un altro aspetto.

Tradizionalmente il periodo estivo – da aprile fino a ottobre – è quello della stagione dei combattimenti. Si scioglie la neve sui passi che collegano Afghanistan e Pakistan, possono così riprendere i collegamenti per il rifornimento di munizioni e il movimento di uomini e così via. Sarebbe bastato dire ci ritiriamo a ottobre, a novembre, quando i movimenti sono più difficili, invece la decisione è giunta nel pieno della stagione dei combattimenti. Questo la dice lunga. Anche perché inizialmente l’ultimo soldato americano avrebbe dovuto ritirarsi l’11 settembre, quindi sarebbe stata un’ulteriore beffa, la seconda sconfitta dopo l’attentato alle Due Torri, forse si sono accorti dell’errore e hanno anticipato a fine agosto.

Noi in questi 20 anni abbiamo dato un’impulso alla società afghana che era chiusa nel grigiore del regime talebano, abbiamo fatto vedere ai giovani stili di vita – che poi possono essere seguiti o meno – diversi da quelli che gli hanno imposto i Talebani. Oggi i giovani conoscono il mondo, hanno accesso a Internet, parlano sui social, quindi penso e spero che sia difficile che i Talebani comunque riescano a imporre quel loro regime che era così chiuso come 20 anni fa. Anche se dubito, alcune cronache di stampa dicono che nelle città che hanno occupato hanno reimposto il burqa, la sharia, chiuso le stazioni radio. I primi segnali non sono positivi. Indubbiamente c’è il rischio che si torni a vent’anni fa. Nel massimo distacco di tutto il mondo e soprattutto della comunità occidentale.

Come nel 1975 con il Vietnam del Sud. Solo che allora c’era Kissinger, l’incaricato speciale per i rapporti con il Vietnam del Nord, e negli accordi di Parigi del 1973 aveva chiesto al Vietnam del Nord un decente intervallo prima di occupare il Vietnam del Sud. Sono stati due anni. Alla fine il Vietnam del Sud è caduto. E tutti noi abbiamo in mente gli elicotteri che abbandonavano l’ambasciata americana di Saigon con le persone appese ai “pattini”. È difficile fidarsi al 100%, abbiamo avuto altri esempi, è successo di recente con i curdi, che sono stati abbandonati. E c’è sempre Taiwan, se io fossi un governante di Taiwan, comincerei a dubitare dell’appoggio completo da parte degli Stati Uniti.

Ultimamente stanno uscendo diversi “anonimi” sulla stampa statunitense, ma anche dei generali ancora in servizio, che avevano – in modo un po’ light – comunque delineato questa possibile soluzione. Hanno prevalso valutazioni di carattere politico su quelle del terreno.

Ancora adesso il Presidente Biden dice che non si è pentito di aver chiuso la missione ad agosto. Errori su errori. 

Un altro errore, che avevo già verificato, è che abbiamo cercato di plasmare le forze armate afghane secondo i nostri modelli occidentali, dimenticando che un esercito è espressione della storia, della cultura, delle tradizioni e dell’ordine politico del proprio paese. Abbiamo cercato di imporre il nostro modello occidentale su dei guerrieri che hanno sempre fatto della guerriglia il loro modo di combattere. Non un sistema di combattimento convenzionale.

I Talebani fanno la guerriglia. Tanto è vero che gli unici che combattono bene in questo momento sono i “commandos” afghani, che purtroppo sono pochi, circa ventimila, perche’ combattono con gli stessi sistemi della guerriglia talebana, cioé il loro innato modo di combattere. Del resto, la fama degli afghani era quella di essere i piu’ temibili guerrieri di tutta l’Asia Centrale.

Insomma, la situazione non è delle migliori. Temo in un ritorno forzato da qui a pochi anni. L’Afghanistan a guida talebana non potrà mai, e sottolineo mai, considerarsi una nazione alleata, democratica e pacifica. Ci saranno appunto ripercussioni da qui a non molti anni. 

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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