[Esclusiva] Guerra in Ucraina, Gas, “il Corvo” a ith24: “No Fly Zone è dichiarare guerra al Cremlino, e la sospensione di gas dalla Russia è un suicidio”

Riceviamo e Pubblichiamo

Se volessimo ascoltare tutte le favole che ci raccontano, non esisterebbero le tragedie e le guerre che siamo costretti ad assistere. Esistono le favole e poi la realtà. Molti uomini muoiono per la democrazia, per la pace, e nessuno lo sa. E non ci pensano proprio ad essere ricordati sui social attraverso fiabe. Ora vogliono ammoccarci che i Paesi membri dell’UE, sono stati “amici” sono “amici”. Siamo tutti amici contro la guerra voluta però dal presidente Ucraino Zelensky: basterebbe alzare bandiera bianca per porre fine a quello che è solo l’inizio di una guerra destinata a durare mesi se non anni. Invece Zelensky, con i suoi colpi di testa sta seriamente mettendo a rischio tutto il mondo. Beme ha scritto Gaetano Daniele stamsttina, nel quale parla con cognizione di causa. I paesi dell’UE che sostengono l’Ucraina, ignorano o fingono di non sapere che Putin andrà fino in fondo. Questa non è una querella sui social come male porta avanti qualche esperto a tempo pieno con un contratto a tempo determinato. Qui parliamo di altro. Di nucleare.

La guerra attualmente in corso in Ucraina ha avuto, tra le sue conseguenze, quella di mettere in luce, se mai ve ne fosse stato bisogno, la straordinaria fragilità del nostro Paese in campo energetico. Con l’alta percentuale di gas importato dalla Russia, l’Italia è, se non il più vulnerabile, senz’altro uno dei Paesi europei più esposti alle conseguenze dell’interruzione della fornitura del gas russo all’Europa. Una situazione, quella italiana, dovuta ad una serie discelte fatte, e non fatte, in materia di politica energetica dalla classe dirigente del nostro Paese negli ultimi decenni. L’opzione nucleare è stata archiviata nel 1987 con un referendum, in seguito all’esito del quale le centrali nucleari italiane sono state disattivate per sempre. Nel 2011 un altro referendum ha stoppato il tentativo posto in essere dal governo di allora di far riprendere all’Italia il treno del nucleare.

Argomentazioni pro e contro la scelta atomica non mancano. Chiudere col nucleare ha senz’altro aumentato la nostra dipendenza dai combustibili fossili e dall’elettricità acquistata dall’estero da diverse nazioni compresa la Francia, che produce elettricità con un ampio ricorso all’energia nucleare. Ragion per cui ci troviamo praticamente un buon numero di reattori nucleari al di là delle Alpi ovvero alle porte di casa e una parte dell’energia elettrica prodotta da quei reattori viene venduta proprio all’Italia. Va inoltre considerato che i reattori nucleari del futuro (si parla di quarta generazione) sono destinati ad essere francamente più sicuri di quelli di concezione più datata attualmente in funzione (o che lo sono stati nel passato). Inoltre, il nucleare, dal punto di vista delle emissioni di gas serra, può essere considerato una fonte pulita. Tuttavia, i problemi legati al suo sfruttamento non mancano. Intanto non si può escludere al 100% il rischio di incidenti in una centrale nucleare, per quanto avanzata questa possa essere. Resta inoltre insoluto il problema delle scorie nucleari destinate a rimanere radioattive e decisamente pericolose per millenni, la cui conservazione è proprio per questo decisamente problematica (anche se i reattori di quarta generazione sono concepiti per produrre quantitativi decisamente minori di scorie radioattive). Per giunta, le centrali nucleari sono problematiche anche dal punto di vista di tempi e costi di realizzazione che, come dimostra più di un caso, tendono a superare, a volte di molto, quelli preventivati.

Certamente i disastri di Chernobyl (1986) e Fukushima (2011) hanno contribuito in maniera decisiva a orientare la volontà degli italiani verso il ‘no’ all’atomo. La scelta antinucleare degli italiani è stata saggia? Ai posteri, potremmo dire con Manzoni, l’ardua sentenza. Giova osservare che il nostro Paese ha fatto nel corso degli ultimissimi decenni notevoli passi avanti nello sfruttamento delle fonti di energia rinnovabili, coprendo così una parte significativa dei nostri consumi energetici. Ciononostante, la maggior parte delle nostre necessità è soddisfatta dai combustibili fossili. E di questi tempi, proprio per questo, abbiamo molto di cui preoccuparci. Della nostra dipendenza dal gas russo si è accennato a inizio articolo. L’Italia importa, tramite gasdotti, gas naturale da diverse nazioni. La Russia, come si è detto, è il nostro primo fornitore.Seguono diverse altre realtà situate in Nordafrica (Algeria e Libia) e in Nord Europa (Olanda e Norvegia). Grazie all’entrata in funzione del gasdotto TAP ai nostri fornitori si è aggiunto, recentemente, l’Azerbaijan. Il punto debole del sistema dei gasdotti è che, in caso di disordini geopolitici o incidenti tecnici lungo il tragitto, il flusso di gas rischia di interrompersi. Se l’incidente è di natura puramente tecnica l’interruzione dovrebbe essere breve, ma se il problema è geopolitico è molto più complicato da risolvere.La notizia, fresca di stampa, dell’interruzione del flusso del gasdotto Yamal che collega la Russia alla Germania suona come un campanello d’allarme. E nel caso del gas che l’Italia importa dalla Russia una eventuale interruzione del flusso potrebbe avere conseguenze molto pesanti per il sistema Italia. In linea di massima, è evidente che una forte dipendenza da un unico fornitore può essere potenzialmente rischiosa. Va inoltre considerato che la criticità di questo canale di approvvigionamento energetico è emersa con chiarezza a inizio 2009 quando, in seguito ai contrasti tra Ucraina e Russia, si è verificata una (per fortuna momentanea) interruzione del flusso del gas russo che, passando attraverso il territorio ucraino, si dirigeva in Europa. Inoltre, dopo la rivoluzione del 2014 in Ucraina e la guerra con la Russia che ne è seguita e che ha portato all’annessione della Crimea da parte di Mosca e alle sanzioni da parte occidentale, si è creato un clima di tensione latente tra la Russia da una parte e il governo di Kiev e i suoi partner occidentali (sia pure con sfumature decisamente diverse a seconda dei soggetti) dall’altra, preludio alla situazione attuale. È opportuno a questo punto osservare che buona parte del gas che l’Italia importa proviene, come si è detto poc’anzi, dal Nordafrica. Se dovessero esserci dei disordini in quella parte del mondo sarebbero dolori. Oltre che coi gasdotti, il gas arriva nel nostro Paese via nave sotto forma di GNL (gas naturale liquefatto). Il vantaggio di questo canale di approvvigionamento è che permette l’acquisto del gas da un ventaglio di venditori più ampio di quello garantito dai gasdotti, che ci vincolano a una rosa limitata di fornitori. Per essere immesso nella nostra rete distributiva, il GNL deve però essere riportato al suo stato gassoso tramite i cosiddetti rigassificatori. E qui iniziano i problemi. L’Italia ha, allo stato attuale, pochi rigassificatori a disposizione. Ne consegue che la nostra capacità di rifornirci di GNL è decisamente limitata. È evidente che se potessimo contare su alcuni rigassificatori in più adesso la nostra dipendenza dal gas russo, ma anche, in linea generale, dal gas proveniente dai gasdotti, sarebbe minore e saremmo in grado di reggere meglio ad una eventuale chiusura dei rubinetti. E la nostra situazione, per quel che concerne la disponibilità di gas, sarebbe migliore anche se l’Italia non avesse trascurato, negli ultimi decenni, lo sfruttamento dei propri giacimenti. Circa il 45% del gas che importiamo – ha dichiarato Mario Draghi nel suo intervento alla Camera dei deputati del 25 febbraio scorso – proviene dalla Russia, in aumento dal 27% di circa 10 anni fa. Le vicende di questi giorni dimostrano l’imprudenza di non avere diversificato maggiormente le nostre fonti di energia e i nostri fornitori negli ultimi decenni. In Italia abbiamo ridotto la produzione di gas italiano da 17 miliardi di metri cubi all’anno nel 2000 a circa 3 miliardi di metri cubi oggi a fronte di un consumo nazionale che è rimasto costante, tra i 70 e 90 miliardi di metri cubi. Le parole dell’attuale premier rendono molto bene l’idea della nostra attuale situazione sul fronte energetico. Situazione dovuta ad una sostanziale mancanza di visione strategica da parte della classe dirigente ma anche dell’opinione pubblica del nostro Paese. Le difficoltà burocratiche legate alla realizzazione di qualsiasi infrastruttura, un’avversione ideologica di buona parte dei cittadini per la realizzazione di certe opere pubbliche, una diffusa sindrome Nimby unita all’incapacità della classe politica di sviluppare una capacità di visione e pianificazione capace di andare oltre il brevissimo termine, le prossime scadenze elettorali e la dipendenza dai sondaggi e dagli umori momentanei, e spesso non del tutto razionali, dell’elettorato, ci hanno portati all’attuale situazione. “Dobbiamo procedere spediti – ha anche detto Draghi nell’intervento menzionato prima – sul fronte della diversificazione per superare quanto prima la nostra vulnerabilità ed evitare il rischio di crisi future”.

Agire sull’onda dell’emergenza e in tempi stretti (quando abbiamo avuto anni, se non decenni, per pianificare una politica energetica un po’ più accorta) non sarà facile ma, vista la situazione venutasi a creare, bisognerà farlo per forza, altrimenti l’Italia rischia di trovarsi alla canna del gas…nonostante le favole raccontate, sul gas. Chiudete la televisione, spegnete i social. Pensate solo ai vostri figli. La politica siete voi. Siate istituzioni di voi stessi. Gli eroi esistono, e non li trovate su Facebook. Tutt’al più una buona esperienza ricca di contorni, indigesta.

“Il Corvo”

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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