È tutto pronto! La farsa-referendum di Mosca nei territori occupati “Costretti con le armi”

Una farsa che reca il seme di una tragedia. I referendum per l’annessione alla Russia dei quattro territori occupati in Ucraina, che hanno avuto inizio ieri, sono per tutto il mondo (Cina compresa) uno spettacolo di propaganda, di democrazia estorta, un’operazione totalmente illegittima, ma preludono certamente a un’escalation militare di Mosca. Del resto nel 2014 la Crimea fu annessa de facto con la stessa strategia: un voto non riconosciuto dalla comunità internazionale.

Fatto sta che ieri nel Donetsk, nel Luhansk, a Zaporizhzhia e a Kherson sono iniziate le operazioni di voto che dureranno fino al 27 settembre. Bizzarre le modalità: per i primi quattro giorni saranno funzionari a recarsi di casa in casa per consentire (o obbligare?) i cittadini dei territori a votare, solo martedì si apriranno i seggi veri e propri. Questo è il quesito: «Lei è a favore dell’uscita della regione di (…) dall’Ucraina, per la costituzione della regione di (…) come Stato indipendente, e per la sua adesione alla Federazione Russa con i diritti di soggetto della Federazione Russa?». E se come pare certo vinceranno i «sì» all’annessione (l’esito sarà comunicato entro cinque giorni), dopo la ratifica da parte del parlamento di Mosca delle domande di adesione alla federazione da parte dei territori, lo scenario è quello evocato dal Cremlino per bocca del suo portavoce Dmitry Peskov: «Se in Donbass vincerà il sì per l’unione con la Russia, Mosca considererà ogni attacco contro questo territorio come un attacco al proprio territorio».

Insomma, a Mosca – dove ieri Aleksandr Venediktov, vicesegretario del consiglio di sicurezza, ha rabbonito l’Occidente dicendo che «una guerra nucleare non deve mai essere combattuta perché non ci possono essere vincitori» – danno già vinta una partita giocata con ogni mezzo. Il sindaco di Luhansk Sergey Haidai in un post su Telegram racconta di «gruppi armati per accerchiare le case e costringere le persone a partecipare al cosiddetto referendum», di persone minacciate di licenziamento in caso di astensione e di divieti alla popolazione «di lasciare la città tra il 23 e il 27 settembre». A Mariupol secondo Petro Andryushchenko, consigliere del sindaco in esilio, i seggi si trovano in negozi e caffè, mentre 27 camion militari russi sono entrati in città. Il segretario del consiglio comunale di Zaporizhzhia, Anatoly Kurtev, riferisce che «ai residenti locali vengono promessi premi in denaro ed elettrodomestici per fornire i dati del passaporto e ottenere la cittadinanza della Federazione Russa». Anche la scelta del voto «domiciliare» non è motivata da «fattori di sicurezza» come la propaganda russa vuol far credere, ma è un ulteriore strumento di pressione: «Riempiono fogli di carta nelle cucine, negli appartamenti, nei cortili – dice Haidai -. È estremamente strano, non c’è alcuna parvenza di privacy». E le ronde hanno anche «l’obiettivo di controllare le abitazioni per identificare gli uomini: gli occupanti cercano carne da cannone». E anche a Mosca la propaganda è in azione, con 50mila giovani in piazza a manifestare in favore delle annessioni. C’è chi giura che siano stati portati là a bordo di pullman stipati dal regime.

La regolarità del voto dovrebbe essere obliterata da centinaia di osservatori internazionali Nell’autoproclamata repubblica di Donetsk sono al lavoro in 130 tra cui anche diversi italiani. Non si conosce la credibilità di questi arbitri, a cui fa riferimento Marina Zakharova, presidente della commissione elettorale di Kherson.

Da Kiev naturalmente si levano grida contro l’attentato all’integrità territoriale ucraina. «Oggi non esiste alcuna azione legale chiamata referendum nei territori occupati. C’è solo uno spettacolo di propaganda per la coscrizione Z», twitta Mykhailo Podolyak, consigliere dell’ufficio del presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky. «Nessuno si lascia ingannare, i referendum farsa non cambieranno nulla», garantisce il presidente del consiglio europeo Charles Michel, secondo cui «quando un membro permanente del Consiglio di Sicurezza scatena una guerra non provocata e ingiustificata, condannata dall’Assemblea Generale, la sua sospensione dal Consiglio di Sicurezza dovrebbe essere automatica». Da parte loro i Paesi del G7 fanno sapere che «non riconosceranno mai» i risultati dei «referendum farsa». Ciò che autorizza il Servizio di intelligence estero russo (Svr) a parlare di «reazione estremamente nervosa, anzi isterica nei Paesi della Nato e dell’Ue». E i referendum non fanno tacere nemmeno le armi. Ieri all’alba potente esplosione a Melitopol, mentre le forze armate ucraine hanno annunciato di aver riconquistato nuovi territori occupati dai russi proprio nel Donbass.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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