Di Maio, nuova tegola sull’ex ministro: arriva la condanna per l’azienda di famiglia dopo la denuncia per lavoro nero

Luigi Di Maio è scomparso dai radar, dal giorno del tonfo elettorale, alimentando voci di tutti i tipi, dal suo ritiro dalla politica al lancio di una nuova iniziativa che coinvolga sindaci e amministratori locali indipendenti, fino alle offerte di lavoro arrivate da imprenditori più o meno con toni seri, senza parlare degli sfottò che lo davano in procinto di tornare allo stadio come steward o “bibitaro”. Sparito, salvo una sporadica citazione dei giornali, su un suo presunto ntervento diplomatico per aiutare Valeria Picerno, la ragazza italiana arrestata in Iran, nulla si sa della sua attività di ministro in scadenza.

Ma questi giorni amari non sono finiti per lui: oggi, dalle sue zone, arriva una pessima notizia, riportata dal quotidiano Cronache di Napoli.  La ditta di famiglia, prima intestata ai genitori, poi trasferita ai figli, quindi mollata da Di Maio nel pieno della sua attività politica, è stata condannata per aver utilizzato un lavoratore a nero. Una condanna in Appello, per la Ardima Costruzione, che dovrà risarcire un operaio che aveva fatto causa per aver lavorato a tempo pieno, nonostante un contratto part-time.

In primo grado l’istanza dell’operaio di Marigliano, difeso dall’avvocato Ignazio Sposito, era stata respinta. Ieri però – come riporta il quotidiano napoletano – “la terza sezione controversie di Lavoro e di Previdenza ed Assistenza della Corte d’Appello di Napoli, presieduta da Piero Francesco De Pietro, ha ribaltato il giudizio, condannando la società di cui è titolare, stando gli atti della sentenza, Paolina Esposito, madre del ministro, a pagare una cifra superiore ai 15mila euro, di cui una parte a titolo di Tfr, oltre a una buona percentuale delle spese legali. “I giudici hanno definito illegittimo, ingiusto, infondano ed inammissibile il comportamento della società Ardima nei confronti del carpentiere che ha deciso di far valere i suoi diritti. Stando ai contratti, la giornata del lavoratore sarebbe dovuta durare 4 ore al giorno, per un totale di venti ore settimanali. ma in realtà era in servizio per non meno di 10 ore dal lunedì al venerdì “con concessione di circa 30 minuti per la consumazione della colazione al sacco”.

“La ditta negli ultimi anni è stata posta in liquidazione dall’ex capo politico del Movimento 5 Stelle e dalla sorella (ai quali era stata donata dalla madre, insegnante e poi presidente, pochi mesi dopo la prima elezione di Luigi alla carica di deputato) con la nomina di dell’altro fratello Giuseppe come liquidatore”, scrive ancoraCronache.

La Ardina era stata già al centro di una inchiesta delle Iene, a quanto pare alla base della decisione della famiglia Di Maio di sciogliere l’azienda, già coinvolta anche in una vicenda di abusi edilizi a Mariglianella, poi regolarmente sanata con l’abbattimento dei manufatti.

Pubblicato da edizioni24

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