Le strategie fallimentari degli Usa che hanno cambiato la cartina in Medio Oriente

La caduta di Saddam Hussein avvenuta il 9 aprile 2003 con l’arrivo dei carri armati Usa nel centro di Baghdad, ha avuto molti effetti nella regione mediorientale. Il motivo è essenzialmente basato sul fatto che l’Iraq, senza più un solido governo al potere, si è trasformato in una potenziale polveriera. Il Paese, attraversato storicamente da forti tensioni settarie e da una netta divisione tra sciiti, sunniti e curdi, è diventato terreno di scontro sia tra i vari attori interni che tra le potenze regionali.

La guerra del 2003 quindi, è possibile considerarla come un detonatore delle varie turbolenze mediorientali ed è per questo che ha contribuito a cambiare volto non solo all’Iraq ma anche alla storia dei Paesi circostanti.

Durante l’era di Saddam Hussein, l’Iraq ha vissuto in una situazione quasi paradossale. Pur essendo il Paese a maggioranza sciita, il rais e la sua cerchia di fedelissimi a Baghdad appartenevano alla minoranza sunnita. Circostanza che non ha mancato di creare tensioni nel corso dei 24 anni di regime. Saddam ha spesso visto con diffidenza l’emergere di gruppi politici e religiosi sciiti, stanziati soprattutto nel sud del Paese. Questo ha portato, tra le altre cose, a un aumento del livello di scontro con l’Iran

Nello stesso anno in cui il rais ha preso le chiavi del governo iracheno, a Teheran una rivoluzione islamica portava al potere la teocrazia sciita guidata dagli Ayatollah. Tra i due Paesi è scoppiata una guerra durata otto anni, al termine della quale le relazioni diplomatiche non sono mai state ristabilite del tutto.

Quando gli Usa hanno detronizzato Saddam, gli sciiti iracheni hanno subito premuto per avere una forte rappresentanza in seno alle nuove autorità. Le prime elezioni del 2005 hanno visto la vittoria dei partiti sciiti, a scapito di quelli sunniti. L’Iran ha così potuto mettere le mani su Baghdad. Un effetto certamente non voluto e quasi sicuramente non calcolato dagli Usa alla vigilia della guerra. Tra l’Iraq filo sciita e la teocrazia iraniana, è nata una forte convergenza. In tal modo, gli Ayatollah hanno iniziato ad avere il controllo di larghe fette del nuovo potere iracheno.

Gli effetti di questo repentino cambiamento si sono avuti anche in ambito regionale. Teheran ha iniziato a pianificare la strategia cosiddetta della “mezzaluna sciita“. Un progetto volto a legare idealmente il proprio governo con il nuovo Iraq post Saddam, con la Siria governata dallo sciita alauita Bashar Al Assad estendendo poi la propria sfera di influenza fino a Beirut. Qui infatti l’Iran ha iniziato a sfruttare maggiormente l’asse con i movimenti sciiti libanesi e, in particolare, con gli Hezbollah.

Si sono così create le basi per confronti molto accesi in tutta la regione. L’attivismo iraniano ha infatti acuito il braccio di ferro tra Teheran e i suoi storici antagonisti. Tra questi occorre annoverare l’Arabia Saudita e le petromonarchie del Golfo. Le guerre scoppiate nel decennio successivo, a partire da quella nello Yemen sono ascrivibili al confronto a distanza tra la teocrazia sciita degli Ayatollah e le monarchie sunnite. Importante sottolineare anche la crescita dei timori per la propria sicurezza da parte di Israele, altro storico rivale dell’Iran in medio oriente.

Il radicale cambiamento ai vertici di Baghdad, ha avuto conseguenze anche all’interno del mondo sunnita iracheno. In alcune frange è emersa la preoccupazione di diventare succubi della maggioranza sciita. Circostanza che ha creato, tra le altre cose, terreno fertile per la propaganda jihadista. Già nel 2014 risultavano attivi in Iraq diversi gruppi terroristici. Al loro interno, non solo iracheni ma anche combattenti stranieri. Al Queda, il movimento terroristico di Osama Bin Laden, ha preso così le redini e ha approfittato della situazione per lanciare la propria guerra santa contro le truppe statunitensi.

Ad emergere in questo contesto è stata la figura del terrorista giordano Abu Musab Al Zarqawi. A lui lo stesso Bin Laden ha dato il suo benestare per la nascita di Al Qaeda in Iraq. L’insurrezione jihadista è andata avanti per diversi anni, trovando manforte soprattutto nella provincia di Al Anbar, tra Ramadi e Falluja. Particolarmente grave la situazione nel 2007, con il Paese di fatto ostaggio di una guerra civile settaria tra sunniti e sciiti. Al Zarqawi è stato ucciso nel 2006, ma i suoi successori hanno implementato le attività di Al Qaeda in Iraq.

Il gruppo si trasformerà in seguito “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante” (Isil) e con il nuovo leader Abu Bakr Al Baghdad sarà impegnato dal 2011 nella guerra civile siriana al fianco di Al Nusra  ed altre sigle islamiste contrarie al governo di Assad. L’Isil diventerà meglio nota con l’acronimo di Isis e il gruppo darà vita allo Stato Islamico, capace di conquistare l’intero nord dell’Iraq e vaste porzioni della Siria tra il 2014 e il 2017. Oggi lo Stato Islamico non c’è più, ma il Paese continua a essere attraversato dalle tensioni jihadiste.

Uan foto del 26 maggio 1998 che ritrae (da sx verso dx) Aiman Al-Zawahiri, il leader di Al-Qaeda Osama Bin Laden e Shaikh Taiseer Abdullah. (Foto: EPA/STRINGER)

Proprio la lotta all’Isis ha portato in Iraq la presenza di diverse forze internazionali. Da un lato la coalizione a guida Usa, impegnata nell’est della Siria e nel nord dell’Iraq contro il califfato. Dall’altra un’alleanza tra più gruppi paramilitari sciiti, coadiuvati dall’Iran. Dietro l’intento comune di sconfiggere lo Stato Islamico, è emersa anche la lotta per contendersi la propria influenza su Baghdad.

Nel cuore del territorio iracheno quindi, ancora oggi convivono forze di Washington con forze vicine a Teheran. Un’incompatibilità emersa soprattutto nel 2020, quando un raid degli Usa a Baghdad ha ucciso il generale iraniano Oassem Soleimaini architetto del progetto della mezzaluna sciita. Per tutta risposta, l’Iran ha bombardato basi statunitensi presenti nel Kurdistan iracheno. L’Iraq si è quindi trasformato nel terreno di scontro tra Stati Uniti e Iran. Un braccio di ferro che ha contribuito ad alimentare le tensioni in tutta l’area mediorientale e che ha trascinato al suo interno anche le altre potenze regionali.

La guerra del 2003 e la fine del potere di Saddam, hanno dato ai curdi la possibilità di gestire in modo autonomo i propri territori. La nuova costituzione irachena, ha riconosciuto il Kurdistan come regione autonoma con capoluogo Erbil. Qui ha sede di fatto uno Stato nello Stato. I curdi iracheni hanno stretto accordi e legami di natura commerciale in modo indipendente rispetto a Baghdad.

Ma al di là delle vicende interne all’Iraq, l’autonomia accordata ai curdi ha riacceso la questione anche in tutti gli altri Paesi della regione in cui i curdi costituiscono un’importante minoranza. A partire dalla Turchia. Il presidente Erdogan dopo un’iniziale apertura al dialogo, ha scelto una linea dura contro tutte le principali organizzazioni curde. Ad Ankara il timore è legato al fatto che i curdi presenti in Turchia possano rivendicare la stessa autonomia raggiunta in Iraq.

Anche in Siria la questione è stata più volte al centro delle discussioni. Il governo di Damasco, prima del 2011, ha visto con sospetto l’attivismo dei gruppi curdi. Quando nel Paese è divampata la guerra civile, gli stessi curdi hanno approfittato dei problemi del governo centrale per organizzarsi in modo autonomo. Le forze di autodifesa hanno fondato la regione del Rojava. Attualmente le sigle che riuniscono i combattenti curdi sono in parte appoggiate dagli Usa e sono stanziate nell’est della Siria, al di là dell’Eufrate. Anche questo un elemento che sta contribuendo ad alimentare tensioni, con Ankara che dal 2016 in poi ha iniziato a bersagliare le forze curde in territorio siriano.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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