Chiamati alla guerra altri 137mila soldati: così Putin prepara la guerra senza fine

Ora è chiaro, la guerra in Ucraina durerà fin dopo Natale, continuerà per buona parte del 2023 e, in assenza di una trattativa diretta tra Cremlino e Casa Bianca, non si fermerà neppure dopo l’eventuale conquista russa del Donbass. A farlo capire è il decreto firmato giovedì da Vladimir Putin che prevede il reclutamento, entro il prossimo anno, di 137mila nuovi soldati.

Il documento pubblicato sul sito del Cremlino racconta molte più cose di quante non spieghino le sue poche righe. La prima è che il Cremlino ha accantonato le cautele dello scorso febbraio quando impose l’uso del termine «Operazione Speciale» per convincere la propria opinione pubblica che la guerra avrebbe avuto una durata limitata e conseguenze poco rilevanti per la popolazione.

A sei mesi di distanza molte cose sono cambiate. La scoperta del colpo di mano preparato dai servizi segreti di Mosca (Fsb) con la collaborazione di alti ufficiali ucraini ha impedito l’abbattimento del governo di Volodymyr Zelensky compromettendo l’avvio e il risultato dell’Operazione Speciale. Da luglio in poi le forniture occidentali di missili a lunga gittata hanno reso complessi logistica e rifornimenti rallentando quell’offensiva del Donbass che tra aprile e giugno ha garantito a Mosca la conquista di tutto il Lugansk. E soprattutto è mancata l’offerta al Cremlino dell’unica opzione considerata accettabile per un cessate il fuoco seguito da una trattativa di pace ovvero un negoziato diretto con la Casa Bianca sugli assetti strategici dell’Europa e il futuro ruolo dell’Ucraina tra Nato e Russia.

Ma gli entusiasmi dell’Alto Rappresentante della politica estera Ue Josep Borrel, già pronto ad annunciare che la «Russia ha perso la guerra», vanno presi con le pinze. Nonostante le oggettive difficoltà il Cremlino è riuscito a dribblare i timori che lo spingevano a parlare d’intervento limitato. Le sanzioni, in larga parte inefficaci, e la generale mobilitazione in chiave anti russa di Stati Uniti ed Europa hanno contribuito a catalizzare e riaccendere il secolare nazionalismo russo. E questo ha reso politicamente ininfluente il costo della guerra in termini di vite umane garantendo a Putin consensi che, stando al Levada Center (un istituto di sondaggi considerato affidabile da molti omologhi occidentali), superano l’80%.

E a rafforzare il sostegno interno ha contribuito lo sdegno per l’attentato terroristico costato la vita a Darya Dugina arrivato dopo settimane di misteriosi attacchi sul territorio della Crimea e della Federazione Russa. Tutto questo consente ora a Putin di fare un passo avanti sulla strada dell’intervento pur senza rischiare la mobilitazione generale richiesta dai settori ultra nazionalisti della Duma e della politica russa. Il problema ora è dove andare a prendere quei 137mila uomini portando gli effettivi a un milione 150mila e rispettando l’impegno a non mandare al fronte i militari di leva. Secondo alcune ipotesi l’allargamento potrebbe arrivare dall’integrazione nell’esercito russo delle unita militari arruolate sotto le bandiere delle repubbliche indipendentiste del Lugansk e del Donetsk. Questo consentirebbe operazioni con un comando centralizzato, migliori attrezzature e una logistica più adeguata, ma non risolverebbe, nell’immediato, l’esigenza di accelerare la progressione dell’offensiva nel Donbass. Questo fa pensare che il cambio di strategia preveda anche una guerra di lunga durata condotta, come precisa lo stesso Putin «passo dopo passo».

Una revisione di strategia decisa nella convinzione che il logoramento bellico – visti i precedenti Usa in Afghanistan e la situazione di un’Europa piegata da crisi energetica, inflazione ed effetto boomerang delle sanzioni – sia più insidioso per la Nato che non per una Russia abituata, sin dalla guerra a Napoleone e l’assedio di Stalingrado, a sopportazione e resilienza.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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