Cento anni di Gassman, 60 anni di made in Italy indimenticabili: AUGURI MAESTRO

Vittorio Gassman, cento anni dalla sua nascita. Ventidue senza di lui. E ancora ci manca la sua maschera ilare e irriverente. La sua incredibile capacità di farci ridere, amaramente, di noi stessi. Tanto più oggi, in occasione della ricorrenza del suo compleanno, con gli omaggi mediatici e i tributi culturali che inondano cartelloni e palinsesti, e provano a restituirci un po’ di quello che il Mattatore, mostro sacro del cinema e del teatro, ci ha regalato in oltre 60 anni di carriera e di successi.

Gassman, e il suo amore viscerale per il teatro. Quella sua stravagante diffidenza verso il cinema, amato e omaggiato con straordinarie interpretazioni (da Il Soprasso a l’Armata Brancaleone, solo per citarne un paio)… E quello stereotipo del cattivosenza remissione, da lui aborrito, ma su cui hanno giocato molti registi e produttori dopo l’exploit di Riso Amaro di De Santis. E ancora: la scoperta dei grandi registi ieri, maestri di sempre, di un insospettabile ma innato talento comico e, soprattutto, la maschera inconfondibile e inimitabile di un istrione dietro cui si celava il volto degli italiani, coi lori vizi privati e le loro pubbliche virtù. Vittorio Gassman, non per niente ribattezzato “il Mattatore”, e di cui oggi ricorrere il centenario della nascita (è nato a Genova il 1 settembre 1922) è stato tutto questo. E molto di più…

Con il suo addio – come per Sordi, prima, e con Manfredi poi – abbiamo imparato a congedarci dai ricordi in bianco e nero. Dall’immagine di un’Italia intimista e ottimista, passata dai fiancheggiamenti del twist e dall’entusiasmo del boom, al plumbeo grigiore degli anni Settanta. Un arco di paura e dolore, di colpe e di rimpianti, la cui esegesi e i cui esiti, Scola proprio con Gassman, avrebbe raccontato esattamente un decennio dopo (era il 1980) ne La terrazza.

Perché il Gassman di Soldati e di De Sica. Di Monicelli, di Scola, di Comencini e dei cineasti internazionali che lo hanno diretto tra soggezione e reverenza, è – ancora oggi – il simbolo, il corpo e lo sguardo, di un uomo e di una grande attore, che ha contribuito a creare la storia del cinema di casa nostra. Un racconto che, tra evoluzioni e declinazioni, ha segnato in maniera indelebile l’antologia del grande schermo. Dove, per noi, Gassman ha immortalato, accompagnato e condiviso il cammino sociale di un Paese che ha imparato a guardare la luna dietro il dito che la stava indicando.

Un Paese di cui Gassman ha avuto il coraggio di rappresentare in primo le viltà intime e le abiezioni morali. Almeno quanto i tic, le nevrosi, i tabù dei suoi altolocati intellettuali progressisti, riuniti una volta per tutte nell’amarcord de La terrazzaItalia. Una finestra sul mondo politico e la realtà sociale che ha punteggiato un più ampio  discorso cinematografico affidato al suo epico protagonista. Ma che spazia, intrecciando pubblico e privato dei protagonisti, sul racconto estetico del Novecento, ripreso poco dopo, nel particolare, nella saga intimistico-generazionale de La Famiglia.

Sempre insegnando a tutti noi a guardarsi dentro e a comprenderci. E comunque spogliato delle limitanti vesti di un’appartenenza politica che a un artista non può e non deve essere cucito addosso. E inscrivendo sul grande schermo, come pochi altri maestri di sempre – e non solo della settima arte – hanno saputo fare, i capitoli del miglior cinema italiano e il racconto della storia nazionale indissolubilmente legata al suo timbro di voce. Alla sua mimica. Alle sue straordinarie performances, sul set come sulla ribalta. Come dietro un leggio alle prese con la intramontabile lettura della Divina Commedia di Dante…

Pubblicato da edizioni24

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