Caso Toti, lo strano silenzio del ministero e del Csm: uno scandalo italiano

By Daniele Capezzone

La notizia – incredibile ma vera – ve l’abbiamo data ieri nell’apertura di Libero: mentre torna in Italia Santa Ilaria (al secolo, Ilaria Salis), Giovanni Toti deve rimanere senza libertà, costretto agli arresti domiciliari da oltre un mese e chissà per quanto ancora, per il rischio che ripeta i reati che gli sono contestati (tutti ancora da dimostrare, peraltro) in vista delle elezioni regionali liguri del 2025.

Così ha deciso un gip, aderendo alle tesi della procura, e addirittura aggravandole. Scherzando amaramente, ci siamo subito chiesti se non sia il caso di considerare il pericolo di reiterazione del reato anche per le elezioni politiche del 2027 e per quelle europee del 2029, rinchiudendo Toti per sempre e senza processo.

Ma la voglia di sorridere passa presto. Altro che paradosso. I nostri codici (se non sono stati cambiati solo per la Liguria) stabiliscono che le tre ragioni che possono giustificare la privazione della libertà prima del processo (pericolo di fuga, inquinamento delle prove, reiterazione del reato) non debbano essere considerate in termini teorici o astratti. Teoricamente parlando, infatti, qualunque indagato potrebbe fuggire o ripetere il crimine o distruggere elementi probatori.

Il punto è invece stabilire se vi siano elementi concreti (non teorici), reali (non astratti), tangibili (non puramente supposti) che inducano a ritenere che esista uno di questi rischi: solo la concretezza del pericolo (di fuga, di ripetizione del reato, eccetera) può giustificare una misura cautelare che di per sé è dunque un’extrema ratio, un’eccezione, un’anomalia rispetto alla regola aurea per cui un cittadino – innocente fino a prova contraria – deve arrivare libero al suo processo. Come giustamente accadrà per la Salis rispetto al seguito del procedimento, attualmente sospeso, a cui è sottoposta in Ungheria.

E invece, con nonchalance, si arriva a un esito paradossale per cui si giustifica la provazione della libertà per Toti per un tempo indeterminato. Fino alle sue dimissioni, domandiamo? Si stabilisce cioè un baratto inaccettabile, irricevibile, antidemocratico, tra il recupero della libertà e la rinuncia a una carica decisa dai cittadini?

Oppure – peggio mi sento – qualcuno intende protrarre questi arresti fino allo svolgimento delle future regionali, decidendo così una (illegale) decadenza di fatto di Toti dalla carica?

Ma non basta ancora. Tutto questo avviene dopo quattro annidi indagine, fiumi di intercettazioni, valanghe di documenti raccolti e di testimoni interrogati, una super-mediaticità dell’arresto, e senza che ancora sia emerso uno straccio di prova effettiva contro Toti.

Stiamo parlando di contributi, ricevuti dal governatore, regolarmente registrati, che solo un teorema accusatorio vuole considerare come una forma mascherata di corruzione. E allora, visto che la pistola fumante non c’è, sarebbe Toti a dover togliere a qualcuno le castagne dal fuoco, dimettendosi, rinunciando alla carica, alla dignità, ai suoi stessi diritti civili e politici. Ci auguriamo che il governatore abbia la forza morale di dire no a tutto questo.

C’è perfino da rimanere sbalorditi nel leggere che siano contestate (e ritenute funzionali a chissà quale opacità) frasi che chiunque ha pronunciato nel fissare un pranzo o una cena: «Ci aggiustiamo dopo», «ti dico a voce», «un ristorante dove si sta comodi si parla tranquilli…». Se dovessimo applicare misure cautelari a chiunque abbia detto frasette di questo tipo, sarebbe carcerata mezza Italia. Ma non vorrei dare suggerimenti a qualche solerte inquisitore.

Semmai – se posso, da cittadino – mi permetto di rivolgere una garbata ma ferma richiesta ai titolari di ben precise funzioni istituzionali, affinché si esca dalla genericità e dall’estemporaneità delle dichiarazioni di questo o quel politico, e si passi ad azioni formali che abbiano delle conseguenze.

Che aspettano numerosi parlamentari – non solo di centrodestra, auspicabilmente – a presentare interrogazioni al ministro della Giustizia sui fatti che ho qui sintetizzato? O dobbiamo ritenere che deputati e senatori di questa Repubblica li considerino episodi normali?

Che aspetta il ministro della Giustizia, che qui notoriamente stimiamo, a farci sapere se disporrà ispezioni o eventuali azioni disciplinari rispetto agli uffici giudiziari interessati da queste abnormi pronunce?

Che aspettano i membri del Csm – laici e togati – a esprimersi? Molti di loro sono loquacissimi su molte materie. Qui invece proseguirà il loro silenzio?
E il vicepresidente del Csm, l’avvocato Fabio Pinelli, alla cui elezione erano legate le speranze di alcuni di aprire una pagina nuova in quel palazzo, ha qualcosa da dire o anche lui rimarrà silente?

Mi fermo qui per carità di patria. Anzi, no: aggiungo un’ultima considerazione. Voglio augurarmi che le Camere accelerino la discussione e le quattro votazioni sul disegno di legge costituzionale che introduce la separazione delle carriere. Questa vicenda – con l’evidente schiacciamento del gip sulle tesi della procura – è un clamoroso spot a favore della riforma. Guai se quel treno rimanesse fermo nella stazione di partenza.

Pubblicato da edizioni24

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