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[Esclusiva] Capitan Nessuno a ith24: Pat, i leoni e i dobermann: “Un animale quando ti concede la sua fiducia, è illimitata, senza riserve, e si aspetta che tu faccia uguale. Non sono come gli esseri umani”

By Capitan Nessuno (per ith24)

Ero stato inviato in America per un corso di addestramento con i Marines e mi era piaciuto molto. Gli Americani erano e sono un popolo capace anche di ridere e usare l’ironia, cosa che spesso manca dalle nostre parti, specialmente tra i militari. Ero pronto a ripartire e tornare in Italia quando un Marine che avevo conosciuto mi offrì di proseguire il corso, ma in altro modo…mi invitò ad andare con lui presso la sua tribù, era un Lakota, e di imparare altre tecniche di combattimento. Così chiesi il permesso di poter restare e mi fu accordato, già allora ero parecchio rompiballe ed erano tutti felici quando me ne stavo lontano per un po’, senza creare problemi.

Così presi il mio zaino e seguii il mio nuovo amico, curioso di conoscere un mondo che avevo solo sfiorato nei film e nei fumetti. I Lakota sono uno dei gruppi di indiani più antichi e più importanti, hanno una loro lingua ben definita e dei riti, delle usanze che superano di gran lunga le nostre religioni occidentali, E’ gente semplice, taciturna, ma pronta alla risata, allo scherzo, a cantare e ballare. All’inizio fui accolto con diffidenza, il mio amico aveva detto che ero un soldato ed erano tutti curiosi di capire che genere di soldato fossi, i loro ricordi erano di “soldati blu” che uccidevano indiani a casaccio…ma dopo qualche giorno capirono che non ero lì per insegnare ma per imparare. In realtà non avevo nulla da insegnare, sapevano già tutto meglio di me.

Dopo le prime difficoltà con la lingua, mi inserii nella tribù e divenni uno di loro. Mi portarono a caccia, mi insegnarono che si uccide per mangiare, per rifocillare la tribù, mi insegnarono a chiedere perdono all’animale che si uccideva ma a spiegare che era per far vivere donne e bambini che altrimenti sarebbero morti. Mi insegnarono a stare seduti attorno ad un fuoco alla sera, parlando e raccontando storie vecchie, aneddoti di vita, mai di morte, l’importante era capire come uno era vissuto, non come era morto…e poi mi insegnarono ad entrare nella Natura, a divenire parte di essa, in punta di piedi, a testa bassa, senza osare alzare la voce o gli occhi.

Un vecchio un giorno mi prese da parte e mi chiese di quali animali avessi paura. Era presto detto: i serpenti, i puma. Lui sorrise e disse, sibillino. E’ perché non sai come guardarli negli occhi e a me venne da ridere, l’idea di mettermi a fissare negli occhi un serpente non mi sembrava l’ideale per non farsi ammazzare! E nemmeno un puma mi sembrava molto disposto a restarsene a guardarti negli occhi, quando era a caccia e tu eri la sua preda! Il mio amico, quando glielo dissi, rise di gusto. Tu non sai ancora, ma vedrai che imparerai. Guardarsi negli occhi non significa restare passivo a lasciarsi uccidere. Significa mescolare i nostri desideri, i nostri pensieri.

Mi spiegarono, cercarono di farmi capire, ma mi sembrava così irreale e al di sopra di ogni razionalità che nella mia mente lo relegai nella parte più remota, sapevo che avrei cercato si stare alla larga da puma e serpenti e questo era il tutto! Anche il periodo concessomi terminò e tornai in Italia, il tempo di rifare lo zaino e ripartire per l’Afghanistan, la parentesi con i Lakota che diventava sempre più lontana. Mi tornò in mente un pomeriggio caldo e polveroso, un pomeriggio in ci mi trovai a ripensare alle parole del vecchio Lakota, a quelle del mio amico. Ero rimasto solo, la pattuglia con cui ero uscito era saltata su una mina, il mezzo distrutto, la radio andata, due colleghi feriti gravemente e io solo in grado di camminare, anche se malconcio. Li lasciai tra le rocce e mi avviai a piedi, sapevo dove andare. Ma dopo qualche passo scivolai e rimasi con un piede incastrato tra le rocce, impotente, impossibilitato a venirne fuori da solo, e stava venendo sera. Credo sia stata la notte più lunga della mia vita. Sentivo rumori, fruscii, lo smuovere dei sassi ed ero pronto a difendermi, non mi sarei lasciato prendere senza combattere. Poi, alle prime luci dell’alba, vidi che non ero circondato da uomini armati, ma da giovani leoni di montagna. Bellissimi e letali.

Mi giravano intorno, le femmine davanti, i piccoli dietro a tutti, mi osservavano, mi valutavano…quanto ero appetibile ai loro sguardi? Quanti di loro avrebbero potuto mangiare con le parti di me che restavano fuori dal giubbotto, dagli scarponi, dai guanti? E io mi sentivo sopraffatto, anche sparando ne avrei ucciso al massimo due, tre e gli altri si sarebbero slanciati su di me, mi avrebbero dilaniato senza badare a nulla. E poi si sarebbero diretti dove c’erano i miei due compagni feriti, l’odore del sangue li avrebbe attirati e loro non avevano modo di difendersi. Strinsi il fucile fino a far diventare bianche le nocche e mi accinsi a sparare, a cercare di disperderli. E in quel momento mi vennero in mente le parole del vecchio Lakota, Devi guardarli negli occhi. Devi spiegare loro che non sei un nemico, che non vuoi far loro del male, che vi siete incontrati per caso. Che i vostri due mondi possono passarsi accanto senza farsi del male, senza obbligatoriamente essere nemici. Così, dato che non avevo nulla da perdere, identificai il capo branco, un giovane maschio agile e forte e attirai il suo sguardo.

Aveva gli occhi colore del miele, profondi e misteriosi, eppure con un lampo di forza, di coraggio che mi fecero sentire piccolo e inutile. Lo guardai e lui venne verso di me, come attirato dal mio sguardo e si fermò davanti, gli occhi nei miei, la coda che sferzava l’aria. Erano tutti immobili, tutti in attesa e di colpo non ebbi più paura. Eravamo due creature messe di fronte dalle circostanze ma avevamo una opportunità, volendo. Potevamo uscirne ambedue con onore, senza ucciderci. Non so quanto tempo restammo a fissarci, non so se davvero parlai o quello che sentivo dentro glielo dissi solo con gli occhi, ma ad un certo punto il giovane leone di montagna scrollò la testa e si girò, andandosene lentamente e dietro a lui lo seguirono tutti, le femmine più curiose si fermarono ad annusarmi, i cuccioli a mordicchiarmi, ma alla fine se ne erano andati tutti e io ero rimasto lì, il fucile ancora stretto in mano, il sudore che mi scendeva a rivoli e il sole che picchiava addosso come un martello.

Ero salvo. Non avevo capito bene come ma forse ero riuscito a far capire a quel leone che non ero pericoloso. Da quel giorno ho usato spesso questa tecnica che mi hanno insegnato i Lakota e ogni volta con successo. Ho guardato negli occhi Dobermann di guardia, rotveiler scatenati, alani e cani lupo e sono sempre riuscito ad entrare nel loro pensiero. Non ho mai provato con i serpenti, lo confesso e sinceramente non so se ci riuscirei. Ma ho capito che noi e loro, gli umani e gli animali, non siamo che isole in uno stesso mare, che le onde ci uniscono e che, se vogliamo, possiamo vivere in pace. Peccato che con gli uomini non funzioni così. Gli uomini tradiscono, mentono, sono subdoli e bugiardi e nemmeno i loro occhi dicono mai la verità, mentre gli animali sono innocenti e puri. Per questo non si riuscirà mai a raggiungere la pace, tra gli uomini.

Pubblicato da edizioni24

Gaetano Daniele già Editore de Il Fatto e Il Notiziario (Settimanali per la distribuzione gratuita) Amministratore Il Notiziario e ith24.it Per contattare ith24 scrivere a: [email protected]

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