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Capitan Nessuno, Pat, e quei 3 ragazzi in quella sala d’attesa: “il miglior disprezzo per alcuni civili è la non curanza”

La Sala d’attesa era deserta e lui rimase immobile, cercando di non pensare a quello che ancora aveva davanti. Poi la porta si aprì ed entrarono tre militari, tre ragazzi giovani, in mimetica e zaino. Posarono gli zaini, sedettero, quasi senza parlare e Pat li guardò di sottecchi. Stanchi. Erano mortalmente stanchi, quella stanchezza che lui conosceva bene. Probabilmente erano di ritorno dall’Afghanistan, dell’Iraq, da qualche periodo in missione e nei loro visi si leggeva una pacatezza, una determinazione, una scelta di vita che gli allargava il cuore. Somigliavano a lui, a quando non era ancora morto, a quando ancora la vita era fatta di missioni e di rientri, di licenze e di risate, i tempi in cui non aveva sulle spalle la responsabilità del mondo intero, come si sentiva adesso.

Avrebbe voluto parlare con loro, ma invece abbassò ancora di più il viso dentro la felpa, accontentandosi di osservarli giocare col telefonino, scambiarsi qualche parola, troppo stanchi anche per fare conversazione. Poi di nuovo la porta si spalancò ed entrarono due ragazzi e una ragazza, piercing, capelli colorati a strisce, orecchini, gomme da masticare….si fermarono un attimo e poi il ragazzo disse a voce alta, una voce in falsetto.

  • Usciamo di qui, non sentite che puzza?
    Le ragazze risero, uno dei militari lanciò uno sguardo assente, indifferente e Pat rimase a guardare la scena, sentendosi orgoglioso per quei tre militari che non avevano reagito, che avevano lasciato perdere, perché con gente scema è inutile parlare. Quante volte anche lui aveva dovuto subire il disprezzo dei civili, perché un soldato è comodo solo quando c’è da essere difesi ma poi è scomodo, è uno che sa solo uccidere, è un assassino a pagamento, che va in giro per il mondo solo per soldi. E quante volte aveva cercato di spiegare, di far capire alla gente che se era diventato soldato non era stato per i soldi o per uccidere, ma solo perché amava talmente il suo Paese, la sua Bandiera, il suo Onore che aveva scelto di difenderli a tutti i costi, anche a costo della vita. Ora ammirò quei tre ragazzi, loro avevano capito prima di lui e meglio di lui che non vale la pena discutere con gente simile. Era tempo sprecato, fiato sprecato. Bastava lasciarli perdere, lasciare che le loro parole di astio, di presa in giro, passassero leggere come vento, disperdendosi. La realtà sarebbe rimasta, la decisione sarebbe rimasta salda, l’orgoglio di indossare quella divisa sarebbe rimasto e loro sarebbero stati sempre pronti a difendere la gente, anche quelli che ora li prendevano in giro, senza ricordare le offese ricevute, senza recriminare su parole sarcastiche, senza portare rancore. Quando chiamarono il treno per Roma, i tre ragazzi si caricarono degli zaini e si avviarono.

E la divisa la si indossa in tante maniere. E quante volte ci si è dovuti travestire da lupi, per salvare gli Agnelli in nome di una sola parola: Stato Italiano.

Pubblicato da edizioni24

Gaetano Daniele già Editore de Il Fatto e Il Notiziario (Settimanali per la distribuzione gratuita) Amministratore Il Notiziario e ith24.it Per contattare ith24 scrivere a: [email protected]

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