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Capitan Nessuno, il Comandante in forza delle Forze Speciali, l’eroe delle TF-45: “Quella soffiata al Campo ci salvò la vita. 3 le nostre perdite. Ma chi diede la soffiata?”

By Capitan Nessuno

Quel mattino al campo eravamo tutti piuttosto rilassati. Non erano previste uscite, operazioni, missioni pericolose, solo una giornata di pausa. Del Corvo non si sapeva nulla da giorni. All’improvviso lo chiamavano, e veniva impiegato, solitario, in abiti civili, insieme a due del posto. Spesso lo richiedevano gli americani. Era stato diverso tempo in Inghilterra e parlava bene l’inglese. Lì, da indiscrezioni, si dice che abbia stretto legami con alcuni esponenti del SIS, e faceva da ponte per alcune informazioni tra Usa e Inghilterra. Ma restano indiscrezioni, e a noi non era dato sapere, e nulla trapelava. Ricordo solo che quando veniva chiamato, diceva sempre: “Il giorno migliore della mia vita? Ieri! Me l’hanno insegnato gli americani. Ed io insegno loro come si fa il nostro lavoro”. E finivamo per ridere. Poi scompariva.

Qualcuno si era tolto le scarpe, molti trafficavano col pc nella speranza di beccare il satellite che li avrebbe fatti parlare con casa. Qualcuno giocava a carte, molti se ne stavano sdraiati nelle brandine, semplicemente a riposare corpo e mente.

Non erano molti i giorni così. Uscivamo da una settimana molto dura, la caccia tra i monti di due capi terroristi che ci avevano fatto mangiare sabbia e sorci verdi, conoscendo a menadito il territorio mentre noi dovevamo solo arrancare dietro a loro.

Poi per fortuna avevamo trovato un capo-villaggio che parlava abbastanza bene l’inglese e che aveva acconsentito di darci una mano, credo semplicemente per farci andare lontano da loro, se restavamo lì eravamo un pericolo per la sua gente…così ci fece da guida, ci indicò passaggi che non avevamo visto tra le rocce e alla fine riuscimmo a prendere i due talebani, a impacchettarli per bene e a consegnarli ad un elicottero che venne a prenderseli, missione compiuta.

Così ora eravamo rilassati, già l’idea di poter mangiare qualcosa che non fossero le razioni che portavamo nello zaino ci faceva sentire a casa…

L’ordine arrivò improvviso, avevamo già mangiato e ci chiamarono, pressanti.
Movimenti ostili in vostra area, controllare e dare indicazioni. Così diedi l’ordine e nel giro di un quarto d’ora eravamo operativi, i mezzi pronti, gli uomini tesi, si andava di nuovo a caccia!

Lasciammo praticamente il campo sguarnito, rimase solo uno che era stato ferito in una missione precedente e che ancora lasciavamo indietro, anche se lui continuava a dire che stava bene, che era pronto. E poi c’erano due rimpiazzi appena arrivati, uno addetto alla radio e uno alla Logistica, era un genio nel trovare cose che nessuno nemmeno sapeva esistessero.

E poi c’erano i cani, un paio di civili che praticamente vivevano al campo, reduci di villaggi distrutti, pronti a darci una mano in cambio di cibo, di medicine. C’era anche una donna, anziana, da quanto avevamo capito era l’unica superstite di una famiglia che era stata distrutta dai talebani, il marito era cristiano, la nuora e le nipotine erano state uccise sotto ai suoi occhi e il figlio era stato portato via e lei si era trascinata, ferita, fino al nostro campo, cercava suo figlio, erano le uniche parole che aveva imparato in italiano “Trova mio figlio”e lo ripeteva a ogni uno di noi che le passava accanto, che entrava od usciva dal campo.

Avevamo cercato di portarla in altri villaggi, i capi.tribù si erano prodigati per lei, ma non c’era stato verso. Con quel viso scheletrico e gli occhi di fuoco diceva solo “Trova mio figlio” e restava lì, seduta all’ingresso del campo. Mangiava poco, si rendeva utile, sapeva rammendare, tutti cominciarono a portarle calzini, magliette da aggiustare e lei eseguiva dei lavori di cesello, intenta e silenziosa. E poi aveva cominciato a lavare, mimetiche, giubbetti, camicie…e poi le distendeva sulla sabbia, aveva sempre nelle tasche del suo enorme burka scurod elle erbe aromatiche che facevano profumare la roba così che quando la indossavi sentivi un odore di…famiglia, di casa.

L’avevamo ribattezzata “nonna” e lei sorrideva, uno del posto le aveva spiegato cosa significasse e lei annuiva, quel lieve sorriso di accettazione. Nessuno avrebbe mai pensato di mandarla via, ormai faceva parte della nostra vita che così poco aveva della vita quotidiana che avevamo conosciuto prima.

Raggiungemmo il posto indicatoci, c’erano anche gli americani, avevano avuto lo stesso messaggio, movimenti ostili in avvicinamento e così ci mettemmo a cercarli, dovunque fossero. Per il resto del pomeriggio girammo a vuoto. Ogni tanto qualcuno lanciava l’allarme, si era visto qualcosa, qualcuno, e quindi si continuava a cercare. Nessun colpo di arma da fuoco, nessun indizio se non quelle brevi apparizioni tra le rocce. Ad un certo punto mi trovai col comandante americano e fummo d’accordo. Ci stavano prendendo per il culo. Non c’era nessun nemico intorno a noi, ci stavano solo tenendo lontani…dal campo?? L’attimo che ce ne rendemmo conto eravamo già partiti, gli americani lasciarono sul posto un mezzo per continuare a monitorare e noi filammo a velocità verso il campo, la nostra base, la nostra “casa”. Vedemmo il fumo nero da lontano, una colonna che anneriva il cielo. Ci avvicinammo con cautela, potevano essere ancora lì. Ma quando vedemmo uno dei cani morto in mezzo alla pista, capimmo che non c’era più nessuno, né di loro né dei nostri.
La nonna era distesa all’ingresso, dove era sempre stata, ma adesso il suo burka era pieno di sangue. E poi c’erano buchi nel terreno, colpi di razzi, tende divelte e bruciate, attrezzature in frantumi…trovammo l’addetto alla radio quasi disteso sopra quello che restava dell’apparecchiatura, il microfono ancora in mano, doveva aver cercato fino all’ultimo di avvisare dell’attacco. E il ragazzo alla Logistica era vicino ad un mezzo in fiamme, due cani vicini a lui, avevano tutti cercato rifugio sotto quell’unico mezzo che era ancora in piedi, ma erano stati colpiti. L’unico ancora vivo era il ferito che ci raccontò a frasi spezzate l’accaduto, l’inferno. Razzi da tutte le parti, raffiche di mitra, bombe a mano…lui si era slavato buttandosi sotto alla branda e lì era stato colpito di nuovo, anche se di nuovo non gravemente.
Noi giravamo per il campo distrutto con lo sguardo allucinato. Eravamo salvi, eravamo vivi perché qualcuno ci aveva mandati ad una caccia fasulla. Chiamai gli americani, anche nel loro campo c’era stata una strage, il loro era più grande, molti erano rimasti sul posto. Non riuscimmo mai a sapere chi avesse dato quell’informazione sbagliata per farci uscire, per cercare di salvarci, ma di certo era stato un colpo di fortuna. Uno di noi disse, senza guardarsi intorno. Eh, magari adesso la nonna ha trovato suo figlio…ma io pensavo un’altra cosa….magari suo figlio, dovunque fosse stato, aveva trovato lei … e noi…e aveva cercato di salvarci in qualche modo. Mi piaceva pensare così. Anche se non lo dissi mai. A nessuno…

Pubblicato da edizioni24

Gaetano Daniele già Editore de Il Fatto e Il Notiziario (Settimanali per la distribuzione gratuita) Amministratore Il Notiziario e ith24.it Per contattare ith24 scrivere a: [email protected]

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