Calcio, terremoto Juventus. Si dimettono Agnelli e il cda


Improvviso ma non imprevisto. La dirigenza della Juventus si è dimessa, in blocco. Secondo logica ma in ritardo, epilogo clamoroso di una vicenda che si è trascinata troppo a lungo, tra arroganze e reazioni grottesche, addirittura sfidando la Procura di Torino e la Consob. Una svolta doverosa per evitare conseguenze serie e pericolose, addirittura l’arresto se si fosse reiterato il reato di falso in bilancio, secondo gli accertamenti delle indagini della Procura che avevano portato alla denuncia, alla richiesta di misure cautelari respinte poi dal gip contro il quale la stessa Procura ha presentato ricorso.

Il continuo rinvio dell’assemblea dei soci, l’ultimo al 27 dicembre, è stato il segnale dell’affanno e della preoccupazione che ha preso Andrea Agnelli e i suoi collaboratori tutti, coinvolti in avvenimenti non degni affatto della storia della famiglia che da cento anni è al comando del club e che celebrerà il secolo il prossimo 24 di luglio. Errori gravi di gestione finanziaria, costi sguaiati di salari e operazioni di mercato, plusvalenze scriteriate, hanno trasformato una società modello in un nave alla deriva, carica di debiti ma soprattutto di perdite, nonostante il colossale impegno e conseguente esborso di 700 milioni da parte dell’azionista di maggioranza, John Elkann, un finanziamento ripetuto che non ha risollevato le sorti economiche del club. Sono state sbagliate le strategie politiche, sui diritti televisivi, i rapporti intossicati con l’Uefa, la follia della Superlega, annunciata con tempi e comunicazione e progetto, sbagliati, la vicenda maligna della collusione con le frange criminali del tifo, un repertorio che nulla ha che fare con il famoso e leggendario stile Juventus che, in verità, apparteneva in esclusiva soltanto ai due fratelli Agnelli, Gianni e Umberto. Scomparsi entrambi è scomparsa quella Juventus, poi stritolata da calciopoli.

Se Andrea Agnelli era riuscito a riprendere il percorso glorioso conquistando nove scudetti consecutivi, due finali di Champions league ed altri trofei, la sbornia di potere gli ha fatto perdere di vista gli equilibri contabili, l’operazione Cristiano Ronaldo è stata l’inizio della fine, un viaggio senza meta, un atto di superbia soprattutto finanziaria. Va da sé che il cambio di allenatori e l’ingaggio di una serie di calciatori con salari altissimi hanno accentuato la confusione e appesantito i conti già critici. Lo stesso ritorno di Massimiliano Allegri, con uno stipendio e un contratto quadriennale senza ragione, è stato il tentativo di ripristinare un passato illustre ma con una nuova realtà che è precipitata con l’eliminazione dalla champions league, i dati contabili sempre più drammatici. Qualcuno nel club ha ritenuto di continuare a ballare sul Titanic, smentendo le voci di crisi, disegnando un futuro imprenditoriale sontuoso ma la verità è venuta amaramente a galla nei numeri, nei documenti finiti in possesso degli inquirenti, nelle telefonate intercettate, alcune delle quali tra il ridicolo e il tragico. Da tempo circolavano voci di un ridimensionamento dei vertici, la serie di separazioni di alcuni dirigenti, da Marotta a Mazzia a Paratici insieme con altre figure del management, sono stati tentativi di cambiare in corsa una situazione senza sbocchi positivi, le sgradevoli notizie di cronaca legate alla vita privata di Nedved, alcune uscite di Arrivabene, il rientro di Calvo, l’ombra di Nasi sono stati altri segnali che la Juventus procedesse senza una strategia comune, definita ma sulla scia di emozioni improvvise, dettata quasi sempre dalla consueta arroganza.

Il recente convegno, tenutosi all’Allianz, con la partecipazione di tutte le figure delle istituzioni calcistiche, è stato un paravento per una serie di comunicazioni a Federcalcio e Lega, con l’annuncio di quelle che sarebbero state le successive decisioni della proprietà. Già i movimenti all’interno di Ferrari, la questione Binotto e il cambio con un uomo suggerito da Stellantis, sono stati altri riferimenti di uno stato dell’essere difficile, mai vissuto prima delle aziende sportive della famiglia. La conclusione del mandato di Andrea Agnelli, dodici anni dopo la sua nomina alla presidenza, è un colpo feroce allo stesso massimo dirigente, all’immagine della famiglia, alla cronaca della squadra. Trentuno anni fa Gianni Agnelli azzerò tutto il consiglio di amministrazione liquidando Luca di Montezemolo, il proglio figlio Edoardo e il nipote Giovanni Alberto. Lo scenario attuale è diverso, se non opposto: è il cda ad essere costretto ad abbandonare il proprio mandato per errori e colpe precise. La storia della Juventus insegna che gli uomini passano ma la Juventus continua il suo viaggio. Ma questo ventotto di novembre del duemila e ventidue resta una data che nessuno vorrà ricordare.

Pubblicato da edizioni24

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