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Bala Mourghab, Afghanistan, Capitan Nessuno, l’eroe delle TF-45 e il bimbo..

By Giuseppe Tricarico

A Farah, come nei villaggi limitrofi, c’erano covi di talebani ribelli. Ma lì, in quelle zone, c’erano anche loro: gli incursori fantasma delle TF-45. Diverse squadre. Diversi comandanti. Capitan Nessuno, Corvo. Aquila1, Uomini che portavano il peso e la responsabilità della vita dei loro uomini. Un ordine sbagliato o affrettato avrebbe messo a repentaglio tutta la squadra. Le comunicazioni avvenivano tramite radio. Quante volte, troppe, al sol grrr della radio si temeva il peggio. Troppi uomini caduti. Le lacrime di sangue di Corvo dopo un attentato dove vide la morte di due suoi colleghi, di cui un fratello tra le sue braccia (irriconoscibile) lo spinsero a rassegnare le dimissioni, per lui fu l’ultima missione oltreoceano. Soprattutto dopo che, da indiscrezioni, lesse che quel collega morì per………?. Da allora su Corvo è calata la mannaia. Non si sa più che fine abbia fatto. Chi lo ha visto alla sicurezza nazionale. Chi addirittura in carceri di massima sicurezza. Chi in pensione su un’isola cubana. Ma sono voci. Solo voci. Nulla più.

Ma il racconto di Capitan Nessuno, del Comandante in forza alle Forze Speciali italiane, ci fa capire attimi di vita vissuta di uomini che avrebbero sempre e comunque anteposto le loro vite agli altri.

“C’era un bambino a mano della mamma presumo, appena fuori della caserma. Quando sono passato ha alzato la manina e mi ha fatto il saluto militare. Mi ha talmente commosso che mi sono messo sull’attenti e ho risposto al suo saluto, come se fosse un Generale! Lui ha riso e ha continuato a salutare con la manina alla fronte, mentre la mamma lo trascinava via, confusa. Ricordi…ricordi che vengono fuori come nuvole cariche di pioggia”. Inizia così il racconto del Cap.

E continua:

Bala Mourghab, Afghanistan. Forse qualcuno l’ha sentita nominare, forse qualcuno ha letto il nome sui giornali, ma noi, noi che ci siamo stati, per noi ha significati profondi. C’era un villaggio poco lontano, un nido di ribelli, ogni volta che una pattuglia delle Interforze passava di là veniva colpita, ogni volta c’erano feriti e morti, ogni volta era col cuore in gola che ci si andava.

Quel giorno ne eravamo usciti bene, nessun morto, nessun ferito, solo tanta stanchezza per ore e ore di scaramucce, di tensione, di fuoco incrociato. Io ero seduto dietro, gli altri se ne stavano uno addosso all’altro, le armi ben salde in pugno, gli occhi che studiavano la strada, le case, alla ricerca di segnali che dicessero che c’era un agguato, un nemico che ci aspettava.

All’improvviso da una delle ultime casupole del villaggio uscì un bambino, dieci, dodici anni o forse di più, non si capisce mai se sono più piccoli o più grandi di quel che sembrano. Uscì di corsa e cominciò a venirici dietro, agitando le mani, gridando qualcosa. Ma non sembrava ostile, sorrideva. Ci irrigidimmo tutti e io posai le mani sul fucile al mio fianco, una voce interiore che pregava, pregava con tutto l’ardore possibile. Dio, fa che non abbia un’arma nascosta, fa che non ci lanci una bomba, che non sia lui stesso una bomba, fa che non debba sparargli io, ti prego Dio… la tensione era palpabile in tutti noi, non sarebbe stata la prima volta che mandavano avanti i bambini con una bomba addosso o un’arma nascosta dietro la schiena, buttando senza alcun problema la vita dei loro figli a repentaglio, calcolandola niente al confronto di distruggere i nemici, noi. E, spesso, noi, i cattivi, non riuscivamo a sparare ad un bambino, ad una bambina e così restavamo distrutti, uccisi, avendo negli occhi come ultima immagine un piccolo essere che ci faceva morire, senza gioia e senza odio, solo perché lo avevano costretto a farlo.

Intanto il bambino era arrivato abbastanza vicino al nostro mezzo e ora si fermò e, sorridendo, alzò la mano alla fronte nel saluto militare. Lo guardai come si guarda un miracolo. E tutti noi restammo a fissarlo, piccolo e fiero, con dei pantaloni sformati e una casacca di almeno due misure più grandi di lui e quella mano sporca alla fronte, fieramente, con onore. Feci rallentare il mezzo, al diavolo se ci avessero sparato, qui c’era da rispondere ad un codice d’Onore. Mi alzai in piedi e portai la mano alla fronte e così fecero tutti i mie uomini, un saluto e un riconoscimento a quel piccolo bambino che, in mezzo agli orrori di una guerra che decisamente non capiva, aveva scelto di onorare noi, i cattivi.

Per un attimo il tempo si fermò, per un attimo vidi il cielo azzurro, i volti della gente per quello che erano, vidi noi per quello che eravamo, non più buoni e cattivi, non più nemici ma uomini d’onore che si salutavano con rispetto. Poi una donna uscì dalla stessa casa, prese il bambino per un braccio e lo strattonò via e l’incanto finì. Riprendemmo velocità, un senso di soddisfazione nel cuore che ci faceva quasi sorridere. In quel saluto c’era stato molto di più di un semplice gesto, c’era stato il rinnovarsi dei nostri valori, della nostra etica, dei nostri ideali. Non ci guardammo tra noi, ma sapevo che ognuno di noi stava pensando alla medesima cosa: eravamo di colpo tornati ad essere umani.

Capitan Nessuno

Pubblicato da edizioni24

Gaetano Daniele già Editore de Il Fatto e Il Notiziario (Settimanali per la distribuzione gratuita) Amministratore Il Notiziario e ith24.it Per contattare ith24 scrivere a: [email protected]

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