Austerity, tasse e malagestio. Pil a picco. Ecco l’Italia che il Pd vuole consegnare ai cittadini

Presentata a suo tempo come un male necessario e sostenuta dai cosiddetti Paesi «frugali», l’era dell’Austerity europea non è certo stata foriera di grandi risultati per Grecia e Italia.

Uscita dalla sorveglianza economica rafforzata in questi giorni, si nota che a distanza di dodici anni, dopo tre piani di salvataggio (nel 2010, 2012 e 2015), Atene è tuttora un Paese in difficoltà. E, guardando i numeri, si legge di un debito pubblico al 193% (nel 2010 era al 147%), il suo Pil si è ridotto di un terzo, la disoccupazione è oltre il 12 per cento. Insomma, i greci sono più poveri e indebitati di prima, con buona pace di chi credeva che Atene si potesse risollevare con una medicina fatta di soli tagli alla spesa e senza alcuno spazio per intraprendere una politica economica volta alla creazione di una maggiore crescita.

L’Italia, terza economia dell’area euro, dopo la crisi del debito sovrano iniziata nel 2010 è riuscita a scampare alla troika perché dotata di spalle un po’ più larghe dei cugini greci. Eppure non è sfuggita agli inflessibili vincoli di bilancio europei, con un deficit da ridurre anno dopo anno e poche risorse da destinare a stimolare la crescita.

Il governo Monti ha portato con sè tagli e riforme «da lacrime e sangue». Poi si sono susseguiti vari governi di centrosinistra, parentesi gialloverde e Draghi a parte, che tuttavia non sono mai riusciti nel centrare l’obiettivo numero uno per l’Italia: ridurre il debito pubblico. E del resto è difficile farlo con un’economia che cresce dello zero virgola, oltre a una pressione fiscale tra le più alte al mondo (al 43% nel 2021, secondo Unimpresa). Tant’è che il nostro debito nel 2012 era al 126% del Pil e nel 2019, ultimo anno pre-Covid, era al 134%. Una dieta che non ha fatto dimagrire il paziente, nonostante il Paese abbia avuto un avanzo primario (la differenza tra entrate e uscite, al netto della spesa per interessi) mediamente positivo per l’1,75% del Pil, dal 1990 al 2019. Gli italiani hanno dovuto fare i conti con salari fermi. Oltre a un Pil anemico, che non è mai riuscito a tornare a livelli antecedenti alla crisi del 2008.

Ci è voluto un evento drammatico come il Covid per far capire a Bruxelles che, forse, vincoli troppo rigidi in realtà non aiutavano a diminuire il debito, ma al contrario lo rendevano più pesante. E così sono arrivati il Next Generation Eu, in Italia declinato nel Pnrr, e la sospensione del patto di stabilità. Perfino l’Italia, in questo contesto rinnovato, ha fatto segnare una crescita del 6,6% nel 2021 e anche nel 2022 è tra i Paesi che in Europa cresce di più, con un +1% nel secondo trimestre che ha doppiato la Francia e distaccato una Germania con crescita piatta. Ora, mentre il clima economico sta peggiorando sotto i colpi dell’inflazione, serve continuare sul percorso intrapreso, magari scalando la marcia con un programma fatto di taglio delle tasse con strumenti come la flat tax, semplificazione burocratica e investimenti in opere infrastrutturali utili al Paese. Solo così l’Italia può proseguire nel suo momento positivo.

Viceversa, il pericolo più grande è consumare le risorse a disposizione in misure assistenzialiste e bonus vari che non creano sviluppo, di cui è purtroppo infarcito il programma del Partito democratico, privo di una vera ricetta economica per le imprese. Perché il punto non è evitare di spendere, ma di farlo bene (cosa che per un Paese indebitato come l’Italia è fondamentale).

Se il Paese continua a crescere, risulterà credibile anche come debitore e spenderà di meno per rifinanziare il suo debito. Al contrario, senza una visione ambiziosa, se torneranno le vecchie regole europee, allora davvero il destino dell’Italia potrebbe essere quello di un lento declino.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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