Anche S&P contro il Cremlino. Ora il fallimento russo è dietro l’angolo

Ancora un gradino più in basso, e per la Russia sarà un remake del film dell’orrore finanziario finito nel 1998 sui monitor globali: bancarotta. Senza se e senza ma. C’è infatti solo una tacca, un notch nella terminologia delle agenzie di rating, che separa ormai Mosca dall’insolvenza piena. Standard & Poor’s ha infatti tagliato ieri il giudizio sul merito di credito del debito russo in valuta estera, declassandolo a «SD», cioè default selettivo. Selettivo poiché, per ora, il mancato pagamento riguarda i due eurobond scaduti lo scorso 4 aprile e che Mosca ha ripagato in rubli e non in dollari, la valuta di riferimento.

dell’orrore finanziario finito nel 1998 sui monitor globali: bancarotta. Senza se e senza ma. C’è infatti solo una tacca, un notch nella terminologia delle agenzie di rating, che separa ormai Mosca dall’insolvenza piena. Standard & Poor’s ha infatti tagliato ieri il giudizio sul merito di credito del debito russo in valuta estera, declassandolo a «SD», cioè default selettivo. Selettivo poiché, per ora, il mancato pagamento riguarda i due eurobond scaduti lo scorso 4 aprile e che Mosca ha ripagato in rubli e non in dollari, la valuta di riferimento.


Il taglio del rating viene motivato con le scarse probabilità che Mosca onori i propri impegni prima del termine dei 30 giorni di grazia. «Non ci attendiamo che gli investitori siano in grado di convertire in dollari il pagamento effettuato in rubli, o che il governo sia in grado di convertire», i rubli in dollari, spiega S&P. Peraltro convinta che l’introduzione di nuove sanzioni non farà che incancrenire la situazione. Il Cremlino ha già lamentato il fatto di essere stato costretto al changeover dopo l’improvvisa rimozione, da parte del Tesoro Usa, della deroga alle misure di ritorsione che fino al 25 maggio consentiva i versamenti nella moneta statunitense.

Alcuni analisti sottolineano tuttavia una questione tutt’altro che marginale, interpretabile come un atto di guerra economica da parte di Vladimir Putin contro i Paesi ostili: se lo volesse, la Russia potrebbe rispettare i contratti. Nonostante il congelamento di gran parte delle proprie riserve valutarie, Mosca dispone ancora di uno stock miliardario, costituito in gran parte da euro e dollari, libero dalle forche caudine delle misure di ritorsione. Un tesoro costituito in tempi recenti anche grazie all’obbligo imposto agli imprenditori nazionali di convertire in rubli l’80% degli introiti incassati facendo affari oltre confine. Alchimie finanziarie anche grezze, come quella che vieta ai broker russi di vendere titoli nella mani di stranieri, che però stanno funzionando. Dietro queste mosse d’imperio c’è per esempio l’inattesa rinascita del rublo. Un’Araba Fenice in grado di risorgere dalle macerie di cui parlava Joe Biden e di riportarsi al di sotto di quota 80 contro il greenbank dai 121 del picco della crisi. La cosa paradossale è che mentre S&P impugna la scure,

Mosca manda invece segnali di stabilizzazione finanziaria. Oltre che a dare ossigeno a famiglie e imprese con mutuo a carico, la decisione di tagliare i tassi dal 20 al 17% risponde a questa logica, senza peraltro che ne soffrano i rapporti di cambio. Così come l’allentamento di alcuni controlli sui movimenti di capitali, oppure la possibilità accordata a chi ha conti bancari in valuta straniera di prelevare euro e dollari, a partire da lunedì, sono tutti segnali che vogliono indicare che «noi siamo ancora in piedi». La consistenza di questi provvedimenti può tuttavia può essere illusoria. E questo gioco di specchi potrebbe venire presto smascherato se, come fa notare Reuters, la Russia decidesse di dichiarare unilateralmente una moratoria sul proprio debito, ovvero un blocco temporaneo o permanente dei pagamenti.

In genere, questo è un atto in grado di attivare i Cds, l’ombrello che protegge dai rischio di default. In circolazione ce ne sono per un controvalore di sei miliardi di dollari. Non sono peanuts, noccioline. Ma rispetto a precedenti bancarotte, una ristrutturazione del debito (cioè una rinegoziazione dei termini contrattuali con i creditori) oggi appare impossibile. Più probabile, invece, l’arrivo in planata dei cosiddetti fondi avvoltoio, quelli che hanno risorse, tempo e propensione al rischio da spendere prima di trovare, una volta finita la guerra, il banchetto apparecchiato.
Intanto l’Ucraina ha deciso di imporre un embargo sull’importazione di merci russe. Il divieto bloccherà i guadagni annuali in valuta estera di Mosca per almeno 6 miliardi di dollari.

Pubblicato da edizioni24

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