Alessandro Di Battista la spara grossa: “Israele come i nazisti”

By Tommaso Montesano

Alessandro Di Battista possiede l’abilità del giocoliere. È in grado di passare, nelle sue filippiche, da Claudio Lotito a Benjamin Netanyahu in un battito di ciglia. Del resto quando si è ultrà, lo si è in tutto. Ad esempio: a metà marzo quando Maurizio Sarri si è dimesso da allenatore della Lazio, il tifoso della curva Nord “Dibba” si è preso la briga di commentare l’addio del “comandante” con un’invettiva sotto il post del club: «Un uomo vero in un mondo di merda. Una società di incapaci. Un gestore evidentemente non all’altezza». Laddove “gestore” e non presidente – è il modo con cui gli ultrà definiscono il patron della Lazio. E “Dibba” è un ultrà. Nel football e nella politica.

In politica adesso la bandiera preferita di questo eterno cavallo di razza di quel che resta del Movimento 5 Stelle e di quel che vi gravita intorno ufficialmente Di Battista è un ex – è il vessillo palestinese. E in nome di quei quattro colori (nero, bianco, verde e rosso) ieri all’ora di pranzo ne ha sparata un’altra delle sue commentando le immagini di un «palestinese ferito legato al cofano di un blindato israeliano» (articolo di Rainews): «Questo avviene in Cisgiordania, nei territori occupati, dove gli israeliani non dovreb«Come i nazisti», per cinque volte.

Come se fosse un coro da stadio. Se Israele – accusato anche prima del 7 ottobre di praticare l’apartheid («una democrazia non pratica l’apartheid!», aprile 2024, DiMartedì) – è l’ossessione, la “Palestina” è il “cavallo di Troia” con il quale Alessandro è di fatto rientrato in politica. Il deposito, ufficializzato in pompa magna, della proposta di legge di iniziativa popolare «per il riconoscimento dello Stato di Palestina» è un atto politico. «Ce l’abbiamo fatta. Abbiamo raccolto le firme necessarie», ha annunciato urbi et orbi l’ex deputato cinque giorni fa.

Il countdown è stato appassionato: «Ultime 24 ore per firmare» (15 giugno); «Un ultimo sforzo, firma per la Palestina libera» (5 giugno); «41mila firme certificate. Ci servono altre 9mila firme» (22 aprile).

Motore dell’iniziativa, l’associazione Schierarsi di cui lui è vicepresidente e in nome della quale ha aggregato – pubblicamente, perché il rapporto personale tra i due è sempre rimasto solido- Virginia Raggi. L’ex sindaco di Roma ha firmato e autenticato – in qualità di consigliere comunale, come rivelato da Libero il 21 giugno – i moduli della proposta di legge e venerdì prossimo i due saranno i protagonisti della consegna dei plichi al Senato, con tanto di appuntamento diffuso sui social: ore 13 in piazza delle Cinque lune, a due passi da Palazzo Madama. Location cambiata quattro giorni fa per «motivi di sicurezza» a beneficio di piazza Vidoni.

Altro tassello: “Dibba” e Virginia sono stati benedetti da Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto, quali custodi di quell’ortodossia M5S messa a dura prova dalle sbandate a sinistra di Conte: «Raggi, Di Battista e molti altri sono rimasti fedeli a se stessi, a idee e azioni che hanno compiuto».

Un endorsement che sta terremotando il M5S, già dilaniato dalla faida tra il garante Beppe Grillo e “Giuseppi”. “Dibba” è pronto per la sua nuova vita, insomma. La prima è stata quella da “portavoce” del M5S nella sua fase più ortodossa (2013/2018).

La successiva – con la carta del secondo mandato parlamentare ancora da giocare – è stata quella da reporter in giro per il mondo (Americhe, Russia, Iran, Siria, Libano…) con i documentari diffusi da Loft, la tv del Fatto Quotidiano. In poco tempo Di Battista è diventato un opinion maker diffusore di «Scomode verità», come da titolo del «libro più importante che ho scritto», un volume «che spiega perché i peggiori terroristi al mondo sono oggi gli israeliani». Viaggi, articoli, video (il 21 novembre 2023 ha celebrato i 200mila iscritti al suo canale YouTube, ora sono 285mila), comparsate in tv su Nove (Accordi e Disaccordi) e La7 (a DiMartedì). E, dal 2023, l’associazione “Schierarsi”, appunto, affidata a Luca Di Giuseppe, altro ex M5S.

LA SFILZA DI GAFFE – Un attivismo – soprattutto quello all’estero – che gli ha procurato critiche da parte dei suoi (ex) colleghi pentastellati. «Mentre tu sei in ferie, c’è un Movimento alla deriva… O stai dentro, o stai fuori», gli rinfacciò – era il 30 gennaio 2020 – un militante sotto la foto della moschea di Qom, in Iran.

Già l’Iran, quel regime degli ayatollah verso cui l’ex parlamentare è sempre stato ambiguo, non schierandosi proprio lui… – a favore degli studenti di Teheran in lotta contro la teocrazia dei mullah tra il 2019 e il 2020.

“Dibba”, come si dice a Roma, “se la rischia”. A volte la foga lo tradisce, così le cronache custodiscono gaffe memorabili. Giusto qualche esempio (in ordine cronologico). Il 19 luglio 2017, intervenendo in Aula sull’immigrazione, paragonando il presidente francese Emmanuel Macron a Napoleone confonde Austerlitz con Auschwitz: «In questo momento a Ventimiglia vengono di fatto rispediti in Italia, probabilmente in vie non ufficiali, anche migranti minori dalla Francia del novello Napoleone Macron (…), almeno quello combatteva sui campi ad Auschwitz, non nei consigli di amministrazione delle banche di affari».

Il 23 marzo 2022, ospite di La7, a proposito del conflitto tra Russia e Ucraina appena iniziato mette in guardia dai missili russi «supersonici» ed è subito corretto da Benedetto Della Vedova, all’epoca sottosegretario agli Esteri: «Ipersonici». «Non è il mio campo, grazie a Dio, sono obiettore di coscienza», replica lui a muso duro.

Epica la risposta dell’ex radicale: «Anche io, ma leggo». Il 25 dicembre 2023, invece, utilizza il Natale per l’ennesima propaganda anti-israeliana: «Il giorno in cui si festeggia la nascita di un bambino nato in Palestina più di 2.000 anni fa, sempre in Palestina, l’ennesimo bombardamento criminale israeliano ha fatto l’ennesima strage di bambini. Buon Natale a chi non si volta dall’altra parte». Un post che in mezzo agli sfottò («a catechismo giocavi a tressette, eh?») incappa nella tagliola dei fact checkers: «Gesù è nato in una regione chiamata Judea che a quei tempi era una provincia dell’Impero Romano. I Romani chiamarono poi l’intera area Siria-Palestina nel 135 d.C…». Fact checkers che con lui lavorano assai: nel 2018 quelli de lavoce.info hanno sbugiardato le sue teorie sulla Banca d’Italia non più pubblica.

Alla prossima, “Dibba”.

Pubblicato da edizioni24

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