Afghanistan, un anno dopo i disastri di Biden: ecco perché non possiamo girare la faccia dall’altra parte

“Cibo, lavoro e libertà” gridano le donne di Kabul scese coraggiosamente in piazza alla vigilia della presa del potere talebano un anno fa, grazie alla Caporetto afghana della Nato. E come nell’agosto 2021, quando manifestavano per la prima volta contro il nuovo emirato, sono state prese a fucilate, per fortuna in aria. Una resistenza pacifica, che abbiamo velocemente dimenticato relegando l’Afghanistan in un buco nero dell’informazione e della politica internazionale già prima della guerra nel cuore dell’Europa.  Un paese kaputt che, al contrario, dobbiamo raccontare, ma per farlo abbiamo bisogno del vostro aiuto, come in Ucraina e nei tanti reportage sostenuti da voi lettori. Per riaccendere i riflettori sul disgraziato paese al crocevia dell’Asia, Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini sono tornati a Kabul, un anno dopo.

I numeri del buco nero fanno spavento: il Programma alimentare mondiale denuncia che 22,8 milioni di afghani, la metà della popolazione soffre la fame e sopravvive grazie agli aiuti internazionali. I 2,7 milioni di rifugiati all’estero sono la terza nazionalità al mondo dopo siriani e venezuelani, ma si calcola che altri 3,5 milioni di afghani siano sfollati interni. A un anno dalla conquista del potere dei talebani, il 15 agosto, “è in gioco la sopravvivenza dell’Afghanistan” sottolinea Alberto Cairo da Kabul. Il veterano piemontese dalla Croce rossa è convinto che “la comunità internazionale deve trovare il modo di dialogare” con il governo talebano “altrimenti l’Afghanistan è veramente perduto”.

Il fisioterapista che torna a far camminare chi ha perso le gambe sulle mine ammette che “le donne sono state cancellate dalla vita pubblica. Non esistono più”. Non sono tornati solo il burqa obbligatorio, l’accompagnatore maschio e le limitazioni nel lavoro. L’Afghanistan è l’unico paese al mondo dove le ragazze non possono più frequentare le scuole superiori. Il ministero “contro il vizio per la virtù”, fino ad un anno fa dell’emancipazione femminile, ha emesso due nuovi editti. Il primo vieta alle donne di lavorare come assistenti di volo. Il secondo prevede di non farle partecipare alle feste nuziali.

Un anno al potere ha accentuato le spaccature nel mondo talebano, fra vecchia e nuova guardia, che in maniera sorprendente riguarda anche il giro di vite sui diritti femminili. Lo scontro più duro coinvolge il clan Haggani, forte nell’Est del paese, in rotta di collisione con il nocciolo storico dei talebani che risiede a Kandahar. Il leader spirituale e teoricamente capo supremo degli studenti guerrieri, Haibatullah Akhundzada, ha soppresso da marzo la libertà delle donne imponendo il burqa e negando la piena istruzione. In risposta Anas Haqqani, ha annunciato a Khost, una delle roccaforti del clan famoso negli anni per la rete di terroristi suicidi, che “le ragazze torneranno presto a scuola e tutti saranno felici. Le donne hanno un ruolo nella fondazione dell’Emirato”.

Non è mai accaduto, ma Anas è il fratello minore del potente Sirajuddin, capo della rete Haqqani e ministro dell’Interno ricercato dall’Fbi con una taglia sulla testa di 10 milioni di dollari. Il 31 luglio, in una villetta di Kabul collegata al clan Haqqani e nella disponibilità del ministero dell’Interno è stato eliminato da un drone Usa Ayman al Zawahri capo di al Qaida. L’Onu aveva reso noto, poche settimane prima, che il terrorista super ricercato non era morto, come voleva far credere, ma “comunicava liberamente”.

Il clan Haqqani, da sempre alleato di Al Qaida, si contrappone all’ala più “pragmatica” composta da moulawi Yaqoob, figlio del fondatore del movimento talebano Mohammed Omar e dal ministro della Difesa mullah Baradar, indebolito dopo essere stato protagonista dell’accordo di Doha con gli americani. L’Afghanistan rischia di diventare, ancora una volta, “un trampolino del jihadismo globale” secondo Claudio Bertolotti, che ha guidato la sezione contro-intelligence della Nato a Kabul. Assieme ad al Qaida la minaccia jihadista è duplice: l’Isis-Khorasan, la costola afghana dello Stato islamico rimane una spina nel fianco del nuovo emirato. I miliziani del Califfo sono nemici giurati dei talebani considerati troppo moderati. Imboscate e attentati suicidi insanguinano a chiazza di leopardo il paese. Per di più lo Stato islamico del Khorasan lancia razzi, seppure in maniera sporadica, sul territorio uzbeko e tajiko con l’obiettivo di allargare la guerra santa alle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale oggi indipendenti.

Ahmed Massoud, figlio del leggendario leone del Panjsher, dichiara di guidare una resistenza armata di 3mila uomini, soprattutto tajiki, ancora poco incisiva nonostante attacchi e imboscate. I talebani sospettano che, grazie alle retrovie in Tajkistan, sia appoggiata segretamente sia dagli Usa che dalla Russia. Mosca, però, ha accolto come “incaricato d’affari”, Jamal Nasir Garwal, inviato talebano. Nessun paese ha riconosciuto pienamente l’emirato, ma i cinesi si sono esposti fin da marzo con la vista del ministro degli Esteri, Wang Yi, a Kabul. il rappresentante di Pechino ha ribadito che la Cina punta ad un ruolo di “sviluppo e rivatilizzazione” dell’Afghanistan nell’ottica del grande piano di penetrazione economica e politica della nuova via della Seta.

Del sangue e sudore dei nostri soldati in Afghanistan resta solo il ricordo di basi saccheggiate come il quartier generale di Camp Arenaad Herat. E lo strascico doloroso di chi ha collaborato con noi o spera nell’Italia come via di fuga dalla prigione invisibile del nuovo emirato. La Difesa ha evacuato dallo scorso anno 5450 afghani e altri sono arrivati con lenti corridoi umanitari. Ben 1500 afghani rimangono in attesa in gran parte incastrati in Iran in condizioni penose. Non possiamo permetterci di dimenticare l’Afghanistan.

Pubblicato da edizioni24

Per info e segnalazioni: [email protected] Fondatore Sito: Gaetano Daniele, già editore de "Il Fatto" e "Il Notiziario"

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