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Afghanistan, Forze Speciali, Capitan Nessuno a ith24: “Non si lascia mai indietro nessuno, neanche un cucciolo di cane. La mamma, morente, lo accudi fino alla fine. Lo chiamammo Bravo…”

By Capitan Nessuno

La cosa che più mi aveva colpito arrivando in Afghanistan era stata la quasi assenza di animali domestici. Pochissimi i cani, macilenti, affamati, senza padrone, usati solo per dei combattimenti tra di loro , come i galli in Sud America, su cui tutti scommettono ma senza averne cura.

I bambini non li amano, non sono animali accettati dalla loro religione, sono “impuri” e quindi ci giocano prendendoli a sassate o dando loro fuoco e correndogli dietro urlando…

Mi sconvolgevano quelle scene, ma non ci potevamo fare nulla, era la loro cultura e noi eravamo lì come ospiti poco graditi. Gatti poi, io non ne ho mai visti. Secondo me se li sono mangiati tutti, anche se mi dicevano di no, che in mezzo alle macerie qualche volta compariva un gatto per subito nascondersi, spaventato.

Di sicuro stavano meglio dei cani, cibo per loro ce n’era in quantità, i topi non mancavano mai ed erano troppo diffidenti e troppo veloci per farsi prendere. I cani, invece, ti venivano intorno a cercare carezze, più che cibo e quindi li fregavano sempre alla grande.

Quel giorno la pattuglia che rientrò si fermò appena dentro il campo e il Sergente mi raggiunse quasi correndo, era sporco di sangue addosso e balzai in piedi. Chi è ferito? Che è successo? Ma il mio uomo mi tranquillizzò, non è sangue nostro Capitano, abbiamo trovato un cane… un altro degli uomini venne verso di me portando in braccio un cane di colore indefinito, sanguinante e con due enormi occhi spaventati e mi spiegarono.

Stavano uccidendolo a sassate, lo abbiamo portato via con noi, non potevamo lasciarlo lì. Era ovvio. Feci chiamare l’infermiere che lo visitò e poi ci guardò, sorridendo. E’ una femmina ed è incinta! Gli uomini esultarono come se fosse festa, faceva piacere avere dei piccoli amici fedeli intorno, aiutavano nei momenti di stress. Ma nello stesso tempo l’infermiere disse, tornando serio. E’ messa male, capitano, ci vorrebbe un veterinario…ci guardammo, a tutti era venuto in mente quel Marine americano che dopo aver finito la sua ferma invece di rientrare in patria era rimasto lì e aveva aperto l’unica clinica veterinaria di tutto l’Afghanistan, lui avrebbe saputo cosa fare.

Così via radio comunicammo con lui, col comando e nel giro di mezz’ora il Sergente ripartì con la cagnetta in braccio, avvolta in una coperta, rifocillata e quasi serena tra le sue braccia forti e sicure.Tornarono a sera inoltrata e il sergente venne a fare rapporto. La cagnetta è morta, capitano, e anche uno dei cuccioli. Ne è rimasto uno solo e lo abbiamo qui con noi…se posso, lo voglio tenere io. Lo chiamerò Bravo. Ecco, è così che entrò a far parte del nostro avamposto quel piccolo cane di colore indefinito e di razza incerta. Il Sergente aveva le istruzioni del veterinario e si sentivano ogni pochi giorni per sapere come svezzarlo, come farlo vivere, ma sembrava forte e deciso e divenne subito la mascotte di tutti noi.

Quando cominciò a trotterellare dietro il sergente, tutti ne furono felici, aveva riportato aria di casa, aria di vita normale, c’era finalmente qualcosa che ricordava a tutti il tempo sereno, il cane da portare a spasso, da tenere in braccio…di notte Bravo dormiva col sergente, posato al suo fianco e guai a chi si avvicinava senza il suo permesso, benchè piccolo era pronto a mordere e a ringhiare.

Il tempo passava e Bravo era diventato un bel cagnolone affettuoso e simpatico, aveva capito quando doveva lasciarci andare e quando poteva venire con noi e aspettava all’inizio dell’accampamento il rientro dei mezzi, controllando che ci fossero tutti, facendo le feste a tutti e poi finendo tra le braccia del sergente che se lo coccolava come se fosse la sua innamorata. Ma poi venne per il sergente il tempo di tornare a casa e venne da me, molto serio. Capitano, io Bravo me lo voglio portare a casa, non lo lascio qui. Lo capivo, anche se ci sarebbe piaciuto averlo con noi. Gli spiegai però che non sarebbe stata una cosa facile. Ci volevano permessi, documenti, visite mediche, quarantena ma lui annuì, sicuro. Quello che deve essere fatto, Capitano. Faccia tutto quello che ci vuole, ma io da qui non vado via senza di lui.

E così per la prima volta mi diedi da fare per rimpatriare…un cane! Non una bara con un corpo morto, non un ferito, ma finalmente un essere vivo e protetto. Perdemmo giorni e giorni di domande, richieste, documenti, il veterinario della clinica ci aiutò, lui aveva canali privilegiati per il rimpatrio dei cani e dei gatti al seguito di militari e perciò alla fine ci riuscimmo.

Il giorno che il sergente partì eravamo tutti intorno a lui, tutti ad accarezzare Bravo che sarebbe partito dopo di lui, direttamente dalla clinica, in una gabbia ma lui non lo sapeva, era felice tra le braccia del suo papà umano e questo gli bastava.

Chiesi al sergente di farci sapere quando Bravo sarebbe stato a casa e lui promise. Quasi un mese dopo, quando ormai non ci contavamo più, ci arrivò la richiesta di una videoconferenza e lì, con tutti seduti in cerchio intorno al pc, guardammo l’arrivo a casa del sergente di Bravo, accolto con tutti gli onori, abbracciato dalla moglie, dai suoi due figli, impazzito di gioia nel rivedere chi lo aveva salvato e fatto nascere e cresciuto. Fu un momento di serenità, per una volta tutto era andato bene, per una volta non c’erano morti da piangere….ma la voce si era sparsa e nel giro di un mese ci ritrovammo cani abbandonati davanti all’accampamento, cani denutriti, bruciacchiati, spaventati, molti ne portammo alla clinica ma … alla fine ce n’erano sempre almeno sei, sette, a farci compagnia, fedeli e sinceri, pronti a difenderci più di una mitragliatrice, felici di dormire con noi, di mangiare gli avanzi e di non essere picchiati o costretti a combattere tra di loro. Parlando con un medico mi disse che erano ideali per lo stress post traumatico, che erano meglio di ogni medicina al mondo e se lo diceva un dottore…chi ero io per dargli torto?

Pubblicato da edizioni24

Gaetano Daniele già Editore de Il Fatto e Il Notiziario (Settimanali per la distribuzione gratuita) Amministratore Il Notiziario e ith24.it Per contattare ith24 scrivere a: [email protected]

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