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Capitan Nessuno, Gorilla e i terroristi: “Furono attimi di paura, non diedi l’ordine…”

By Capitan Nessuno

Eravamo bloccati da quasi due ore e sembrava che non ci fosse modo di uscirne senza danni. Stavamo rientrando da una perlustrazione in territorio ostile ed eravamo tutti stanchi e nervosi, la giornata trascorsa a controllare, tra i visi opachi degli abitanti del villaggio, che fingevano di non capirci anche se parlavamo la loro lingua, stuoli di bambini che ci correvano in mezzo ai piedi, donne di cui si vedevano solo gli occhi, scuri e ostili e non vedevamo l’ora di tornare nel nostro confort zone, di toglierci gli elmetti, di posare i fucili e rilassarci.

Alcune immagini riprese dalle Forze Speciali

Due mezzi lanciati a velocità per coprire il più velocemente possibile il tratto di pista che ci faceva finalmente finire la giornata. Di colpo, all’ingresso di un gruppo di casupole, era comparso un uomo e si era messo in mezzo alla strada, le braccia spalancate a fermarci, parlando fittamente, gli occhi sbarrati. Io ero sul secondo mezzo e quando vidi il primo fermarsi, scesi per andare a controllare.

Gli uomini sul primo mezzo mi guardarono e lessi quasi il panico nei loro occhi. Capitano, quello sta dicendo che ha una bomba addosso e che se non ci fermiamo, la fa scoppiare…Ascoltai l’uomo che continuava a parlare, ad agitare le mani, il viso grigio di paura. Stava proprio dicendo così. Ho una bomba, fermatevi o la faccio scoppiare. Ma poi diceva anche, quasi il pianto nella voce. Ho una moglie, due figli piccoli io non voglio morire, aiutatemi!

C’era poco da fare, chiamai alla radio e informai della situazione. Mi dissero che non potevano farci niente, non avevano un artificiere a disposizione, il massimo che potevano fare era mandare un altro mezzo a supporto, che valutassi io cosa fare…

Restammo a confabulare mentre l’uomo continuava a parlare, le braccia spalancate, il viso tirato e intorno erano scappati tutti dalle case, rinchiudendosi dietro a noi, intorno a noi. Gorilla disse, secco. Spariamogli un colpo in testa e la facciamo finita. Ma capii che non era la soluzione giusta.

La gente intorno ci avrebbe sopraffatto, erano spaventati, uccidere quell’uomo era come dichiarare guerra ad ognuno di loro, bambini compresi. Così cercai di avvicinarmi, lentamente e di parlare, la mia padronanza della lingua non era tale da poter fare una conversazione filosofica ma solo di dire le cose basilari. Gli chiesi come si chiamava, perché aveva la bomba e cosa voleva fare. E lui rispose, sincero, fissandomi negli occhi. Lo avevano costretto ad indossare il giubbotto bomba, avevano tenuto sua moglie e i figli in ostaggio fino a che lo avevno imbottito di esplosivo e poi se ne erano andati, di certo erano sulle colline appena fuori del paese ad aspettare il botto, sapevano che saremmo passati di là, eravamo noi il bersaglio.

Lui a tratti piangeva, a tratti ci insultava e io non sapevo letteralmente cosa fare. Gli avevo chiesto di aprire la giacca e avevamo potuto vedere il giubbotto imbottito di dinamite, bottigliette di vetro piene di chiodi attaccate con il nastro adesivo al petto, sarebbe stato un massacro.

Gli dissi di spostarsi, di lasciarci andare via, forse, se non avessero visto lo scoppio, se ne sarebbero andati.. . Ma lui negava, deciso. Se non vedono lo scoppio tornano e uccidono tutto il villaggio. Bene e allora? Gli uomini erano al massimo della tensione, la gente del villaggio cantilenava una specie di canto funebre e dentro di me sapevo che dovevo uscirne, non importava come.

Sapevo che avremmo potuto colpirlo prima che lui azionasse l’ esplosivo ma farlo davanti al villaggio al completo era una mossa azzardata, se non fossimo riusciti a ripartire velocissimi, ci avrebbero imbottigliato, assalito, sopraffatti e tutti noi sapevamo cosa facevano a quelli che cadevano nelle loro mani.

Fu in quel momento che Gorilla balzò fuori dal mezzo, togliendosi il giubbotto antiproiettile e buttando il fucile, andando verso l’uomo. Ora, Gorilla è alto quasi due metri e pesa come un carro armato e per di più è emiliano e in quel momento si diresse verso l’uomo porconando nel suo dialetto, in arabo, in inglese, nella lingua del posto, gettando i guanti e prima che riuscissi nemmeno a dire una parola gli era davanti e gli sferrava un pugno, un solo potente pugno che fece sbalzare l’uomo all’indietro come un pupazzo. Gli uomini gli furono addosso, pochi secondi e avevano tolto il giubbotto esplosivo, erano dentro al mezzo e ripartimmo il più velocemente possibile. Appena fuori del villaggio facemmo brillare il giubbotto, fece una gran voragine nella sabbia, dalle colline lo avrebbero visto di sicuro e poi ripartimmo, un senso di allegria che serpeggiava, mentre Gorilla, impassibile, se ne stava in piedi sul predellino, come sempre. Poi uno degli uomini disse, ridendo “giuro che non ho mai sentito così tante parolacce in così poco tempo! E sei pure poliglotta!” era il segnale, scoppiammo tutti a ridere, quello che aveva colpito di più era stato quel “ca tte vegna un cancher” che aveva ripetuto assieme alle invocazioni ad Allah e ai fuck you di rito. Lui mi guardò, fece un breve cenno col capo e disse, prevenendo il mio parlare. Sapevo che non avresti mai dato l’ordine di sparargli un colpo in testa, capo e così…mi ero proprio rotto i maroni di stare lì a guardarlo…non risposi, sapevo perfettamente cosa avrei scritto nel rapporto: situazione risolta grazie all’iniziativa eroica di Gorilla. E ai suoi “ca tte vegna un cancher”.ma quello non lo avrei scritto…a volte le missioni sono anche così…

Pubblicato da edizioni24

Gaetano Daniele già Editore de Il Fatto e Il Notiziario (Settimanali per la distribuzione gratuita) Amministratore Il Notiziario e ith24.it Per contattare ith24 scrivere a: [email protected]

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